SOB’s POWER QUADRILLA – VOL.1

Soft Power? Matteo Salvini, Matteo Renzi, Giggina de’ Majo (nobilitiamolo, va’), Nicola Nomadetti (Zingare non è politicamente corretto) ballano la quadriglia musicata dall’organetto diatonico d’un cow boy o d’una cow girl oppure d’un cow trans. Il maestro di quadriglia chi è? Chi dà gli ordini del ballo? Ma è lui, Mario Draghi, il più venerabile dei maestri costruttori, come avevamo previsto. Il maestro di danza è lui, il molto venerabile SuperMarioSuper, colui col quale MiniSergioMini si consulta ormai prima e dopo ogni indecisione.

Matteo Renzi va dicendo che è tutta opera sua. Qualcosa è vera. Aprì le ostilità per arrivare alla crisi di governo, all’indomani del giuramento di Joe Biden, chiedendo la delega sui Servizi segreti. Avrebbe potuto chiedere di subentrare a inetti, piccoli a piacere; poteva ambire a importantissimi ministeri. No. Matteo Renzi, politico di fama, fa cadere Giuseppa la pochette per non aver ottenuto la delega sui servizi. Giuseppi la pochette, a sua volta, preferisce salire al Quirinale piuttosto che cedere i servizi segretissimi a Renzi. E s’avvia una quadriglia, prima lenta, poi più veloce, infine vorticosa. 

Può piacere o non piacere questa quadriglia (a me piace, come la commedia italiana) però siamo solo all’inizio dello spettacolo. Il copione è stato accuratamente composto e Renzi può farsi bello con quanti bevono le notizie senza porsi domande.  Ecco il primo capitolo della commedia s’era già aperto, a nostra insaputa, con l’ingresso in sala da ballo di mezze figure, come un Arturo D’Elia, 38enne di Eboli, sconosciuto sino a ieri, oggi indagato e incarcerato per pirateria informatica. D’Elia, arrestato a dicembre dalla magistratura napoletana, ex dipendente di Leonardo, esperto di sicurezza informatica, intuendo che gli erano alle costole, confidò alla fidanzata: «Voglio chiedere asilo politico.» In quale capitale? Con l’aiuto di chi? Abbiamo davvero un “Assange” italiano?
C’è un legame fra Renzi, Conte e D’Elia? Qual è? Queste domande sembrano svanire mentre Mattarella dà la quadra, nominando il gran maestro di danza, Mario Draghi, e tutti – proprio tutti – si chinano a 90… Draghi, tutti, tranne Giorgia Meloni. Costei oltre che intelligente e ben preparata, rappresenta una singolarità nella fognatura politica italiana: non è ricattabile, non conta dunque nulla. All’interno del suo partito conosciamo solo altri tre presentabili: Guido Crosetto in Piemonte; Riccardo De Corato a Milano; Paola Musu in Sardegna. In altre parole, la crisi aperta da Matteo Renzi, conclusasi con la quadriglia, (come la battezziamo questa quadriglia? Ma sì, “SOB’s Quadrilla” è appropriato), alla fine del ballo lascia l’Italia senza opposizione. Un regime senza opposizione si chiama “dittatura”. Non è fascismo, non è nazismo, non è comunismo; che cos’è? Soft Power? Non scherziamo,  è SOB’s Power.  

Comunque si legga questa storia, v’è una sola conclusione: la Patria è a pezzi e siamo in balia di criminali ad altissimo e bassissimo livello, senza distinzioni di schieramenti. Quanto abbiamo visto sinora è nulla rispetto alle porcherie che vedremo. Teniamo un diario di questo SOB’s Power e cominciamo dagli antefatti. dalle prime porcherie .
Esaminiamo e analizziamo i fatti. Facciamo quindi le nostre considerazioni, oèinabili ma legate ai fatti.

I Fatti
D’Elia lo descrivono abile ad acquisire informazioni, catapultandole in pochi secondi su un segretissimo  sito web, da cui scaricarle. 
D’Elia dal gennaio 2010 – per 11 anni – è stato consulente della procura della Repubblica di Benevento. Da febbraio 2004 ad agosto 2014 è stato consulente di Alcatel Lucent a Battipaglia. Per Alenia Aermacchi a Napoli ha lavorato da settembre 2014 a dicembre 2015. Da febbraio 2010 a novembre 2015 è stato consulente della Nato Communications & Information Agency. L’arrestato è quindi accreditato presso la NATO, in possesso del NOS – Nulla Osta di Sicurezza – al più alto livello, concesso dai vertici dell’Intelligence italiana. Quando? Da chi? Semmai non bastasse, D’Elia ha lavorato per un anno (addestramento?), da febbraio 2005, presso l’Air Force Office of special investigation, un’agenzia ai livelli più alti dell’Intelligence strategica statunitense. Con queste credenziali, vien da dire, è del tutto naturale che D’Elia abbia lavorato per Leonardo, nella sicurezza informatica. No, non è affatto così. Secondo gli investigatori, ci sono passaggi «del tutto anomali e inusuali» che portano il D’Elia verso Leonardo. Basti uno per tutti: D’Elia è condannato nel 2006 in primo grado a un anno per aver violato il sistema informatico d’una base statunitense in Oklahoma. Va bene è solo una condanna in primo grado, si dirà. Niente affatto, non è così o almeno non dovrebbe essere. I palazzi dell’intelligence non sono garantisti; la Nato non è garantista. È sufficiente che tu sia sospettato per essere emarginato nel mondo dell’intelligence, cinico e crudele. D’Elia non doveva quindi accedere alle stanze di Leonardo tanto meno a quelle della NATO. La politica può tuttavia essere più che garantista se sei al suo servizio. Chi protegge D’Elia? Com’è possibile che lavori nella NATO? Un condannato per reati informatici, ai danni degli USA, accreditato nella Nato e ai piani più alti dell’intelligence statunitense? Giovi ripeterlo: nell’intelligence si è emarginati per molto meno, anche per un mero sospetto. Occorre tuttavia ricordare che negli ultimi tempi volgari ladri sono celebrati come eroi nei servizi e vi hanno fatto brillanti carriere.
Che cosa ha reso indispensabile la collaborazione di D’Elia con Leonardo? È vero che Andrea Biraghi[1] l’abbia caldeggiata? Biraghi è figlio dell’ammiraglio Sergio Biraghi, consigliere militare di Carlo Azeglio Ciampi, poi capo di stato maggiore della Marina dal 2004 al 2006. Mentre D’Elia è condannato nel 2006, il SISMI è diretto da un altro ammiraglio, Bruno Branciforte. Il Nulla Osta di Segretezza a D’Elia, nonostante la condanna in primo grado, è stato concesso da Branciforte, proposto da chi altri a Branciforte? L’ammiraglio Giampaolo Di Paola, capo di stato maggiore della Difesa dal 2004 al 2008, era informato di questa vicenda? Informò i ministri della Difesa Antonio Martini (2001-2006) e Arturo Parisi (2006-2008)? Che cosa risposero e fecero costoro?
Secondo gli investigatori, D’Elia fu segnalato a Biraghi dal generale dei carabinieri Romolo Bernardi, nell’Arma fino al 1988, da giugno 2011 presidente AIPSA – Associazione Italiana Professionisti della Sicurezza Aziendale, in Finmeccanica-Leonardo fino al 2018, quando anche Andrea Biraghi lascia, allontanato dall’AD Alessandro Profumo, per ragioni controverse, concernenti i rapporti coi fornitori.
Bernardi riferisce d’essersi interessato al D’Elia per sollecitudine del senatore Franco Cardiello (FI, dal 2019 con Toti), presentatosi come avvocato di D’Elia.
Ripetiamo ancora: i palazzi dell’intelligence non sono garantisti; la Nato non è garantista; la politica può essere garantista se sei al suo servizio. Secondo la Polizia Postale, il D’Elia avrebbe sviluppato un Linux Live Distibution per catturare dati dai computer. Questo prodotto, FHC (Forensic Hard Copy) sarebbe in uso anche alla Polizia di Stato. Avrebbe inoltre sviluppato appositi programmi software per l’USAF al fine di scongiurare la vulnerabilità della loro rete dati. Lavoro realizzato e venduto da un condannato per reati informatici. Curioso, vero?
Gennaio 2017. La sicurezza informatica di Leonardo – nel cui ambito lavora D’Elia, pupillo di Biraghi – segnala un traffico di rete anomalo, in uscita da alcune postazioni di lavoro dello stabilimento di Pomigliano D’Arco, generato da un software artefatto denominato “cftmon.exe”, che non veniva riconosciuto dai sofisticati sistemi antivirus aziendali. Nel corso delle indagini concluse a Dicembre 2020, è emerso che questa attività era in corso dal 2015.
Secondo la denuncia di Leonardo nel 2017 alla Polizia Postale, la frode informatica era circoscritta a un numero ristretto di postazioni, con un furto non significativo di dati.
Le indagini ricostruirono uno scenario ben più preoccupante. D’Elia, sopsettato della sottrazione di dati informatici, è stato arrestato. Da maggio 2015 a gennaio 2017, le strutture informatiche di Leonardo subirono l’attacco d’una banda di ebrei (alcuni statunitensi, altri israeliani). È una potentissima cerchia il cui sostegno è fondamentale per chi ambisce alla Casa Bianca. Proprio perché determinante in politica, quella lobby è tenuta d’occhio dall’intelligence statunitense. In due casi sono stati individuati uomini del Mossad all’interno della lobby, a spiare segreti militari statunitensi. Per quanto forti siano i rapporti di amicizia tra Stati Uniti e Israele, il Pentagono non ama intrusioni. Nel 2006 (l’anno in cui D’Elia è condannato) la DIA (Defence Intelligence Agency) e l’NSA (National Security Agency) denunciano una tresca dell’AIPAC – American Israel Public Affairs Committee, inguaiando Lawrence Franklin[2], capo analista di Douglas Feith, allora sottosegretario alla Difesa. Franklin fu inizialmente condannato a 12 anni di carcere dal tribunale della Virginia, per aver trasmesso informazioni top secret a due esponenti della lobby israeliana e a un diplomatico israeliano dell’ambasciata a Washington. Franklin confessò che i suoi contatti in AIPAC erano il direttore degli affari politici, Steven Rosen e Keith Wiessman, nonché il consigliere per affari politici dell’ambasciata israeliana a Washington, Naor Gilon. Quest’ultimo, all’inizio del processo, rientrò a Tel Aviv. Di questo incidente la sua biografia ufficiale ovviamente tace[3]. È tuttavia arrivato in Italia nel febbraio 2012, come ambasciatore. Il presidente del Consiglio, Mario Monti, col presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dettero il gradimento a un diplomatico, compromesso coi servizi israeliani. Garantismo?
Gilon rimase in Italia fino ad agosto 2016, quando era ormai chiaro che, un’altra potentissima camarilla, Ron Lauder e il World Jews Congress, appoggiavano Donald Trump per la Casa Bianca. Naor Gilon, prima di andar via da Roma, ebbe il tempo di assistere alla caduta di Benedetto XVI e alla brusca virata filocinese della politica vaticana. È ambasciatore in Olanda, fra i più filocinesi dei paesi UE.
Fin qui i fatti e gli interrogativi d’interesse della magistratura, del COPASIR e dei cittadini, paganti lauti stipendi e lautissime pensioni a protagonisti e comprimari.
Come si vede dalle date, tutto si svolge e si conclude prima che Donald Trump diventi presidente e poco dopo il suo insediamento.
Che cosa ha a che fare tutto questo con le ultime elezioni americane? Nulla, a lume di naso.

Bombe Nebbiogene
Non di meno, in concomitanza coi disordini di Washington diventa virale in rete quanto pubblicato da un Alfio D’Urso, avvocato in via Vittorio Emanuele a Catania. Questi pubblicizza una propria deposizione giurata (affidavit), che gli avrebbe commissionato il D’Elia: «[…]su istruzione e direzione di personaggi statunitensi che lavorano presso l’ambasciata americana a Roma, (D’Elia) si è adoperato per modificare i dati dalle elezioni americane del 3 novembre 2020, in favore di Biden. L’imputato ha dichiarato che stava lavorando nella struttura di Pescara di Leonardo e ha utilizzato capacità di crittografia della guerra informatica di livello militare per trasmettere voti scambiati tramite un satellite militare dal Centro spaziale del Fucino a Francoforte. L’imputato giura che i dati scambiati, in alcuni casi potrebbero superare il totale degli elettori registrati. L’imputato ha dichiarato di essere disposto a testimoniare a tutte le persone e le entità coinvolte sul passaggio dei voti da Trump a Biden quando sarà in totale protezione per se stesso e la sua famiglia, inoltre afferma di aver assicurato in un luogo sicuro le prove dei dati originali e dei dati trasferiti
Risponde Nicola Naponiello, avvocato di D’Elia con formale mandato: «È una pura invenzione. Smentisco assolutamente che D’Elia abbia mai avuto contatti con questo sconosciuto avvocato D’Urso. È una favola che esista un affidavit. Non è vero che ci siano dati rubati, non è vero che il mio assistito abbia informazioni su quanto accaduto o non accaduto nel 2019. A parte che è in carcere dai primi di dicembre, i fatti su cui risponde sono accaduti tra il 2015 e il 2017
Se il D’Urso fosse davvero avvocato di D’Elia e possedesse davvero le sue dichiarazioni firmate, lo stesso D’Urso avrebbe dovuto produrre il mandato conferitogli da D’Elia e le dichiarazioni da lui sottoscritte. Non ha prodotto nulla.
Non di meno nel cosiddetto affidavit vi sono elementi veri e noti ai tecnici dell’intelligence.
Il Centro spaziale del Fucino è di Telespazio, joint venture tra Finmeccanica (67%) e Thales (33%), è il più grande al mondo nei servizi satellitari. Telespazio – collabora con la NASA – è all’avanguardia nelle trasmissioni satellitari, nella progettazione e sviluppo di sistemi spaziali, nella gestione dei servizi di lancio e controllo in orbita dei satelliti. Telespazio da sempre offre servizi satellitari all’Agenzia Spaziale Europea, all’Agenzia Spaziale Italiana e all’NSA.
L’affidavit di D’Urso fu accompagnato da video farlocchi e preceduto in rete da un’altra clamorosa notizia: Delta Force aveva fatto irruzione in una base della CIA, a Francoforte, per prendere possesso del server dove erano stati scaricati dati manipolati delle elezioni statunitense. Conferme almeno ufficiose? Nessuna. Donald Trump aveva interesse a tacere un tale fatto?
Non di meno tale “notizia” rifocalizza su Francoforte e s’accompagna a un’altra un tantino più vera. Il 06 gennaio il senatore repubblicano del Missouri, Josh Hawley, ha annunciato la mozione al Congresso per ricontare i voti.
Ciascun parlamentare statunitense può eccepire il computo dei voti, dando vita a un dibattito e al voto separato – si badi, separato – di Camera e Senato. Ambedue i rami del Congresso devono quindi riconoscere i brogli perché si annullino i voti nelle urne. La maggioranza democratica alla Camera rendeva impossibile il ribaltone nonostante la fragorosa dichiarazione di D’Urso e la mozione di Hawley. Altre opzioni avvelenate sono state diffuse facendo centro su Francoforte e nascoste dietro la sigla QAnon, un sito trascolorato dal complottismo duro e puro a favore di Trump, alla derisione di Biden e fosche previsioni, dopo l’assalto a Capitol Hill e l’assassinio d’una militante storica di QAnon, pro Trump.

Fatti Veri e Falsi Intrecciati
La mistura di falsità, di fatti veri e di mezze verità lascia alla pubblica opinione l’iniziale certezza d’avere appreso la verità. Quando la persona comune scopre d’essere stata ingannata, non s’ingegna in analisi accurate, concludendo che quanto narratogli è “tutto” falso e passa oltre, con soddisfazione dei falsari.
Le falsità non si possono tuttavia cancellare. Il falso non è falsificabile, sennò sarebbe vero. Per proteggere la prima immutabile falsità occorre dirne in successione sempre più grosse, con l’aiuto anche dei volenterosi del web, coprendo la prima bugia come una matrioska sempre più grande, finché è tanto grande da rendere impossibile ogni ulteriore bugia. È importante tirarla fin quando è troppo tardi per fare giustizia. In barba alla legge, per esempio, prolunghi il segreto di Stato sulle stragi, intanto suoni la grancassa su indagini fasulle, col concorso dei futili idioti di Feisbuc e delle associazioni più varie, dando ad assassini e falsari il tempo di farla franca e godersi i trenta denari.
Dove porta il dossier D’Elia? Da nessuna parte. Nessuno ha titolo a negare la legittimità di Joe Biden. Nessuno ha titolo a dare credibilità a #italydidit, aggregatore tematico, secondo il quale Barak Obama ha utilizzato i servi dei servizi segreti italiani, sotto la regia di Matteo Renzi, per taroccare le elezioni presidenziali statunitensi. Figurarsi se Obama farebbe mai una sconcezza del genere, impossibile e assurdo, come dire che abbia intercettato le telefonate di Angela Merkel. Matteo Renzi e Barak Obama, premio Nobel per la pace, sono uomini d’onore, si sa, non è quindi lecito dubitare di loro.
Rimangono tuttavia distinguibili taluni fatti, certamente connotati di verosimiglianza. D’Elia è un hacker? È verosimile. D’Elia gode di protezioni alte? È altrettanto verosimile.
Altri fatti sono invece farlocchi e annebbiano quelli veri.
D’Urso è l’avvocato di D’Elia? Se lo è, tiri fuori le carte. La Delta Force ha attaccato davvero una base della CIA a Francoforte? Ridicolo.
Alla fin fine tutti parlano di D’Elia, di Francoforte e delle presunte incursioni nel sistema elettorale statunitense. Risultato: nuvole e mosche; nessuno quindi indaga davvero. D’altronde D’Elia e le elezioni statunitensi sono e rimangono due cose distinte.
A loro volta i brogli nelle elezioni statunitensi hanno assunto man mano una verosimiglianza statistica, sulla quale nessuna seria indagine a-politica ha fatto luce, lasciando la democrazia statunitense con una ferita, la cui gravità prescinde dalla legittimità o meno delle elezioni.
Non sarebbe certo D’Elia, quantunque non fosse (ma lo è) compromesso con altre gravi situazioni, legittimato a certificare i brogli. Anzi, inseguendo la lepre sbagliata, si finisce per concludere apoditticamente che i brogli non ci sono.
Inserire una notizia statisticamente verosimile entro un insieme di due o più notizie false, rende falso tutto l’insieme; ciò tuttavia non esclude che uno o più elementi dell’insieme siano e restino veri.
La disinformazione è un’arte raffinata. Gli avvelenatori sono i servizi segreti, negli Usa come in Italia, come ovunque. Ricordiamo un paio di esempi.

Disinformazione Statunitense
La CIA, ai tempi dello scandalo Valery Plame[4], indagò due pezzi da 90, il già noto Lawrence Franklin e Michael Leeden, “guru neocon di Washington”, secondo Jerusalem Post. Curioso che il giornale israeliano dimenticasse un dettaglio: Ledeen è stato, secondo CIA e FBI, agente del Mossad per numerosi decenni.
CIA e FBI additano Ledeen e Franklin quali ispiratori del falso dossier sull’uranio nel Niger, commissionato da George Bush figlio per giustificare la guerra in Iraq. È appena il caso di ricordare che i servizi italiani si prestarono volentieri a spargere falsità[5].
Lo scandalo Valery Plame fece rumore, tanto, proprio tanto rumore… per nulla. Il presidente Bush usò il potere di grazia, salvando i suoi uomini, in testa il vicepresidente Dick Cheney e Lewis “Scooter” Libby Jr. (avvocato, capo staff di Cheney), arrestato e condannato a 30 mesi di reclusione. La pena fu condonata.
A casa di Franklin trovarono documenti top secret dell’ufficio del presidente degli Stati Uniti. Franklin lavorava nel segretissimo “Office of Special Plans”, messo in piedi dal viceministro della difesa, Paul Wolfowitz e dal sottosegretario Douglas Feith, una lobby nel Pentagono, sottoposta a Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa e al vicepresidente Dick Cheney.
George Tenet, allora direttore della CIA, nel 2003 testimoniò l’esistenza di tale agenzia ombra, con analisti ideologicamente schierati, per competere con la CIA e la sua controparte militare, la Defense Intelligence Agency.
Tanto, tanto rumore per nulla. Bush, i suoi compari e le cerchie clintoniane hanno messo a ferro e fuoco il mondo, i Balcani, il Vicino Oriente, il Caucaso e l’Africa; hanno fatto milioni di morti. Alla fine di tutto, la grande stampa ha concentrato la sua attenzione su una bella agente della CIA e su suo marito giornalista, senza chiedersi perché non si indagano seriamente e non si condannano quanti hanno costruito i falsi dossier e hanno mandato a morte milioni di persone.

I Soliti Italiani
Americanate? Noi italiani ci sappiamo fare, anzi siamo più raffinati. Chi si ricorda più di Ciro Cirillo?
27 aprile 1981, le Brigate Rosse rapiscono un Ciro Cirillo, microbo della politica nazionale, tuttavia crocevia dei e nei traffici partenopei. Costui non ebbe neppure lontanamente la statura morale e politica del presidente Aldo Moro, il gigante lasciato assassinare tre anni prima da Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano, Bettino Craxi, Francesco Cossiga, Benigno Zaccagnini, Giulio Andreotti. Intransigenti, tutti, meno Craxi dissero, il quale però aveva le conoscenze giuste per salvare Aldo Moro: né le utilizzò né le denunciò.
Ciro Cirillo, sottopanza del democristiano Antonio Gava, dal 1969 al 1975 presidente della Provincia di Napoli, poi presidente della Regione dal 12 settembre 1979 al 13 agosto 1980. Dopo il terremoto del 1980 è assessore regionale ai lavori pubblici e vicepresidente del Comitato tecnico per la ricostruzione. Un sorcio nel formaggio. I mandarini democristiani si rivolsero a Raffaele Cutolo per liberarlo. La notizia serpeggiava e lo scandalo poteva esplodere incontrollabile.
L’Unità. il quotidiano del Partito Comunista Italiano, diretto da Claudio Petruccioli, fu indotto a raccontare fatti veri come fossero falsi.
Il giornale fondato da Antonio Gramsci, , pubblicò tre servizi sulle trattative per la liberazione di Ciro Cirillo, tra il 16 e il 18 marzo 1982. Una giovane cronista, Marina Maresca, portò al direttore un foglio, intestato “Mininter”, che accusava due democristiani, Vincenzo Scotti e Francesco Patriarca, d’aver visitato Raffaele Cutolo, nel carcere di Ascoli Piceno per chiedergli di prodigarsi per la liberazione di Cirillo. Il documento l’aveva fornito un funzionario dell’ufficio “Affari riservati”, diretto dal prefetto Umberto Federico d’Amato, dirigente dello Stato di specchiata onestà. Maresca raccontò a Petruccioli che il documento proveniva dalla magistratura di Napoli.
Maresca fu arrestata, licenziata dal giornale, processata e assolta dopo sei anni dall’accusa di falso, a ottobre 1989, quando la memoria dei fatti era passata. Scrissero in sentenza: «È sufficiente rilevare che il Tribunale di Napoli ha escluso ogni responsabilità di Marina Maresca per la falsificazione dei documenti». Chi altri aveva quindi costruito il falso che raccontava la verità?

Antonio Ammaturo, vice questore.

Per un Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse come Aldo Moro, gli intransigenti pagarono un riscatto miliardario e lasciarono uccidere il vicequestore Antonio Ammaturo, il mastino che azzannava Raffaele Cutolo, il quale si prestò di buon grado a mediare fra gli intransigenti e le Brigate Rosse. Queste uccisero Ammaturo il 15 luglio 1982. Chi tirò le fila? I servizi segreti italiani. La certezza arrivò quando non servì più a nulla.
Stella Cervasio su La Repubblica del 2 Luglio 2017: «Un magistrato, Carlo Alemi, che adesso è in pensione, imbastì una difficile istruttoria. Una storia oscura che vide uniti per lo stesso scopo, il ritorno a casa di Cirillo, uomini politici, pezzi di Stato come i servizi segreti e malavita. “E qui, a differenza dell’altra trattativa Stato- mafia di cui si parla — dice il giudice Alemi a ‘Repubblica’ — c’era anche il terrorismo. Se Cirillo non fosse stato rapito, avrebbe gestito i 20mila miliardi in vecchie lire di appalti della ricostruzione” […] Per Alemi il caso è chiaro, dice ancora: “La prima trattativa Stato-mafia-terrorismo è stata confermata in più sedi ufficiali. Per me fu molto difficile lavorare a quell’epoca su questa vicenda: avevo il telefono intercettato e a tutti dicevo che non avevo trovato nulla. Forse proprio per questo mi hanno lasciato andare avanti”».

Pio La Torre

Ah, dimenticavo… Per una fortuita coincidenza, Ciro Cirillo fu rilasciato il 24 luglio 1981 a Poggioreale, due giorni dopo la sentenza contro Ali Agca, processato per direttissima senza coinvolgere Sergei Antonov, caposcalo della Balkan Air e capo della residentura clandestina dei servizi segreti militari bulgari. Antonov e Agca se n’erano andati a spasso, indisturbati, per Roma, nella settimana precedente l’attentato. I servizi italiani lo sapevano e non informarono la magistratura.
Due anni dopo, tali sconcezze insieme ad altre divennero assordanti. L’uccisione di Pio La Torre il 30 aprile 1982, ormai isolato nel PCI[6], la confessione di Ali Agca a maggio, l’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa a settembre, imponevano un’arma di distrazione di massa per la pubblica opinione.
Enzo Tortora, arrestato e imputato d’associazione camorristica e traffico di droga, il 17 giugno 1983, attese fino al 15 settembre 1986, quando venne definitivamente assolto dalla Corte d’appello di Napoli. Attese, occupando le prime pagine, i rotocalchi, i notiziari tivvù, i quali avevano così meno spazi per il Cirillo. Gli investigatori e i piemme fecero brillanti carriere. Uno d’essi fu poi acerrimo contro Giovanni Falcone.
Le sconcezze politico affaristiche odierne sono nipotine pervertite di quelle apparentemente lontane, da cui traggono ispirazione. Gli staff o, se si preferisce, gli stati maggiori sono organismi stupidi, come tali tendenti alla ripetitività. Oggi c’è Internet e fa la differenza ma non l’hanno ancora capito.  Andate a vedere la SOB’s Quadrilla del 1981, a giugno, quando Mario Monti e Nino Andreatta espropriarono lo Stato della sua banca, della nostra banca, la Banca d’Italia. Un mese prima avevano rapito il Cirillo. A che cosa dedicavano le prime pagine? Alla banca espropriata o al Cirillo? È ancora in atto la guerra fra bande, iniziata subito dopo  l’uccisione di Aldo Moro. Gli odierni prezzolati lestofanti coltivano l’illusione d’un Mario Draghi impegnato a coprire le loro lordure. “Il male divora se stesso” disse san Giovanni Paolo II. Mettiamoci comodi e aspettiamo il secondo capitolo.

[1] Andrea Biraghi, ex manager di Finmeccanica ed ex CEO della divisione Security & Information Systems del Gruppo Comdata Italia, è fra i maggiori esperti internazionali nella Sicurezza Informatica. Durante i suoi 22 anni di carriera dedicata attivamente ai settori IT e Sicurezza informatica, è stato dirigente in diverse società multinazionali, ha lavorato a numerosi progetti internazionali ed infine è stato Senior Vice President (SVP) di Cyber Security in Selex ES e CEO di E-Security, Cyber Labs e Amtec.

[2] Lawrence Franklin trasmise a Israele documenti classificati sulla politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran. Franklin, dichiaratosi colpevole di spionaggio, fu condannato nel gennaio 2006 a quasi 13 anni di prigione, in seguito ridotti a dieci mesi di arresti domiciliari. Franklin ha passato le informazioni al direttore politico della Commissione per gli affari pubblici americani di Israele, Steven Rosene Keith Weissman, analista senior dell’AIPAC sull’Iran, successivamente licenziato dall’AIPAC. I pubblici ministeri hanno successivamente ritirato tutte le accuse contro di loro senza alcun patteggiamento.

[3] https://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3119592,00.html 
https://embassies.gov.il/hague-en/AboutTheEmbassy/Pages/The-ambassador.aspx

[4] Il 14 luglio 2003 un articolo del Washington Post rese pubblica la copertura di Valerie Plame nella CIA, ponendo fine alla sua carriera. Il marito, Joseph C. Wilson, accusò l’amministrazione Bush di aver fatto trapelare di proposito le informazioni riguardanti sua moglie per vendicarsi di un suo editoriale scomodo pubblicato sul New York Times. Partì un’indagine federale.

[5] Per capirci, Silvio Berlusconi, Gianni Letta, Luigi Caligaris e Antonio Martino si recarono in delegazione alla Casa Bianca, con la benedizione di Francesco Cossiga, a baciare la pantofola di George Herbert Walker Bush, prima di lanciare Forza Italia.

[6] Chiara Valentini, biografa di Enrico Berlinguer, dichiarò più tardi che Pio La Torre nell’ultimo periodo era in crisi con la destra del Pci: ebbe divergenze con Napolitano che tendeva a rassicurare l’Occidente sulla politica estera del Pci e non s’intese più nemmeno con Paolo Bufalini (mentore politico di La Torre della prima ora) che di lui disse: «Prendiamo con prudenza le parole di Pio perché è uno che è abituato a esagerare un po’, dalla mafia è ormai ossessionato».

Informazioni su Piero Laporta

Dal 1994, osservate le ambiguità del giornalismo italiano (nel frattempo degenerate) Piero Laporta s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico, non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.
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5 risposte a SOB’s POWER QUADRILLA – VOL.1

  1. sigmund scrive:

    E’ un articolo complesso di non facile lettura per chi non è addentro alle segrete cose, l’unica deduzione che si può ricavare è che ben difficilmente le persone “normali” riescono a capire che cosa stia succedendo attorno a loro.
    Tutto accade senza che ce ne rendiamo conto salvo quando arriva il momento di pagare i conti che spettano sempre ai soliti noti pantalone.
    E’ stata intrapresa una strada senza ritorno perché un fatto è certo “Per proteggere la prima immutabile falsità occorre dirne in successione sempre più grosse” e non ci si può più tirare indietro.
    Restiamo in attesa di vedere la fine di questa commedia tragicomica in cui un un nugolo di pazzi ha deciso di ricostruire il mondo in maniera più giusta di quanto non abbia fatto il buon Dio…. rimpiangiamo i manicomi dove venivano curati i Napoleone di turno.

    • Piero Laporta scrive:

      Cara Sigmund, non sono “dentro alle segrete cose”. Mi limito a osservare, non dimenticare, capire e correlare. Forse posso permettermelo perché non sono, scusa il termine, giornalista 🙂

      • Marinella scrive:

        Io la penso come la signora. In fatti ho preso quello che avevo assimilato:che siamo inadto ai dragonieri. Non so se definirmi umani…. Comunque è lungo e tosto se non conosci certo eventi storici. Alcuni studiato ma scordato.

  2. Piero Laporta scrive:

    da un amico
    Col principio della non falsificabilità andiamo a finire nella metafisica : una attività del pensiero riservata a pochi eletti che non interessa le masse. Forse per questo finora c’è stato un solo commento.

    • Piero Laporta scrive:

      Mi lasci sdottoreggiare di fronte a una sua affermazione temeraria e afflitta da illogicità.
      La Logica e la Metafisica viaggiano su due binari differenti. La Metafisica è una famiglia (un logico matematico direbbe “un insieme”) di nipotine della Logica, non poche delle quali adulterine.
      Sul treno della Metafisica può salire la Logica, sul cui convoglio in vece la Metafisica non è ammessa, con o senza biglietto, come lei invece tenta invano di fare.
      “La Logica è in sé medesima la dimostrazione dell’esistenza di Dio”. Questa è Metafisica che dà l’orticaria ai nemici di Dio e dovrebbe darla anche a lei poiché le dimostra la differenza incolmabile fra Logica e Metafisica, ma ce ne facciamo una ragione.
      La Logica, dapprima nel pensiero filosofico e nella teologia, ha poi dato un impulso tanto poderoso quanto progressivo e incessante alla Logica matematica e quindi alla scienza, tanto a quella applicata quanto a quella teorica.
      Tutto risale al “tertium non datur” giuntoci da Aristotele e riletto san Tommaso.

      Una proposizione o è Vera “V” o è Falsa “F”
      F implica F è V
      F implica V è V
      V implica F è F
      V implica V è V

      Karl Popper, attraverso un ragionamento, tanto limpido quanto vertiginoso, concluse “il falso non è falsificabile”, cui io aggiungo umilmente “altrimenti sarebbe vero”.

      In quanto ai commenti, a suo dire scarsi, mi pare che lei abbia offerto un altro esempio – basta contare – di proposizione F.
      D’altronde non tutti sono disponibili a cercarsi e assumere un, diciamo così, nome de plume, per dare una dimostrazione che il falso non è falsificabile, metafisico, (il)logico o sconclusionato che sia.

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