RIVOLUZIONE, CHI PUÒ FARLA?

Questo pezzo, dedicato alla “rivoluzione”, anticipa uno dei capitoli conclusivi della serie in corso di pubblicazione su Stilum Curiae, perché sono infastidito e assordato dai corifei della “rivoluzione” sull’opposte sponde.

Rivoluzione? Chi la fa? Chi la sta facendo? Bergoglio, accreditato “rivoluzionario” da L’Espresso e dall’Ossequiatore Romano. Torme di pensionati – trigliceridi e colesteroli impazziti – pur di (far) mettere sossopra il mondo, s’accodano a un generale dei carabinieri, rottamato dalla massoneria e irriso da Euterpe. Ganimedi sculettanti acclamano la rivoluzione, a loro dire, già compiuta, da Giuseppi in trono. Vorrei concordare con quest’ultimi, almeno a giudicare dal letame sparso sulla Costituzione più bella del mondo. D’altronde l’oltraggio alla Carta cominciò per le maîtresses à penser e per i ninfei di Francesco Cossiga, mezzo secolo fa. La rivoluzione trascolorò in cinquanta sfumature di rosso boudoir, sputando su migliaia di morti ammazzati, Aldo Moro incluso. Immergi il vaglio rivoluzionario in questo liquame? Lo ritiri, rimane vomito, qualche vignetta di Vauro e la patetica lettera di Stefano Andreotti al Corsera a difendere l’indifendibile padre, dimenticando la vergogna di Ciro Cirillo. Cosicché in tanti concludono: «In Italia la rivoluzione è impossibile» Perché? «Non siamo come i francesi». Che cosa c’entra la Francia? A ben pensarci, Mario Moretti, per esempio, a meno che non t’arrivasse alle spalle, con la pistola faceva ridere – gli s’inceppò in via Fani! – eppure gorgheggia la Marsigliese ben meglio di Avanti Popolo alla Riscossa, oggi “alla riscossione”, preferita da Nicolino Zingaretti. Un’ininterrotta tragicomica commedia, impossibile da volgere in seria rivoluzione? Cambiamo prospettiva. I cicisbei rosa confetto di Giuseppi a salmodiare in tivvù: «Faremo, daremo, assicureremo…» un’incessante flatulenza di futuro prossimo, inequivocabile fetore d’una solida porcheria in uscita imminente. Insomma, neppure i femminelli fanno la rivoluzione. Rinunciamo? Lo ricordai tempo fa: «La rivoluzione è impossibile finché non è inevitabile», assicura uno che se n’intende, Leone Trotskij, ucciso da Stalin, mica per disaccordi sul punto, bensì per la lotta di potere, a segnare la storia di tutte le rivoluzioni.

CHI NON PUÒ FARE LA RIVOLUZIONE
Prima lezione. Nessuno s’illuda: tutto cambia da un momento all’altro. Oggi non siamo nelle rassicuranti condizioni di Tomasi di Lampedusa, quando la tela s’intesseva col medesimo filo fra Palermo, Torino e Londra. Più tardi s’aggiunsero Washington, Mosca, Berlino e Wuhan, pardon Pechino. Troppi per convivere troppo a lungo, altro che governo mondiale. Seconda lezione. Stalin e Trotskij, persone serie, si facevan guerra, figurarsi nei ginecei nostri e internazionali, e si vede.
Chiediamoci: chi non può fare la rivoluzione in Italia? I generali, per esempio. Risparmiamoci analisi superflue. Basti la foto di Claudio Graziano, piegato a cercare la propria dignità fra i piedi di Jean Claude Juncker, nella cui mano sinistra c’è un boccale di whisky ma non si vede.
E i politici? Chi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni? Il primo non spiega perché non s’oppose all’accordo Italia-Cina, non previsto dal contratto del governo con M5S. La faconda Giorgia, senza dubbio più carisma e preparata, non ha tuttavia un partito; o vogliamo accreditare Ignazio La Russa, maramaldo di Gheddafi? Se costoro fossero opposizione e presumessero un seguito, avrebbero mobilitato le piazze da mesi. Paura del contagio? Suvvia, sul Piave mormorante i fanti temevano le pallottole austriache meno di costoro le grida di Giuseppi. A Sagunto si chiedono se la Carta è rispettata mentr’essa è stracciata dalle Istituzioni in diretta tivvì.
Qual altre forze rivoluzionarie s’aggirano in Italia, archiviati i buffoni telecomandati delle BR? Suvvia, Marco Rizzo è una brava persona, mi sta davvero simpatico coi suoi rarefatti compagni, tutt’al più socialdemocratici collaborazionisti, in quanto inerti davanti alla reazione del padronato, come avrebbe detto Lenin, oltre un secolo fa: «Da progressivo, il capitalismo è divenuto reazionario; ha sviluppato a tal punto le forze produttive, che l’umanità deve o passare al socialismo o sopportare per anni, e magari per decenni, la lotta armata tra le “grandi” potenze…». Andiamo alle conseguenze operative. Lenin & C. come passarono all’azione?
Mikhail Frunze, cui fu dedicata l’Accademia militare sovietica, era un terrorista ben prima della Rivoluzione di Ottobre, condannato due volte a morte. Suggerisco di seguire questa storia, tenendo a mente la morte di Aldo Moro, che ricorre mentre scrivo.
Anche grazie al sostegno degli agenti tedeschi, non era facile irrogare due condanne a morte. Lenin, per aver fondato un partito rivoluzionario armato, fu condannato a tre anni di deportazione, durante i quali pescò, cacciò e comiziò di rivoluzione alla luce del sole. Una sua discepola, Vera Zasulich, uccise un governatore e fu assolta da un tribunale russo. La magistratura zarista, a dispetto delle truci descrizioni posteriori, era indipendente dallo Stato. La corte prosciolse Zasulich perché, uccidendo per motivi politici, indottavi dalla propria coscienza, non poteva reputarsi criminale. Lezione appresa da Francesco Cossiga, Enrico Berlinguer, Giulio Andreotti e Benigno Zaccagnini, fronteggiando da par loro gli assassini di Aldo Moro, un secolo dopo (dagli stessi dimenticata meno di due anni dopo per far liberare uno statista del calibro di Ciro Cirillo). In quel clima all’italiana, le due condanne a morte di Frunze furono commutate in espulsione. Durante l’esilio (forse a Parigi?) organizzò una scuola per terroristi, elaborandone la dottrina per propiziare, alimentare e dirigere le rivolte. Ma non erano solo i fascisti, i bombaroli? Tutto questo non è ripetibile, no. Il comunismo non è riesumabile dal cimitero della storia. Il pericolo di dittatura non di meno è costante.

MEGLIO SAN TOMMASO MORO DI ORWELL
Dubitate? Innumerevoli citano Eric Arthur Blair, alias George Orwell, ateo, attivista radicale, molto simpatico a Saul Alinsky, satanista e guru di Hillary e Obama. Orwell, autore di “1984”, è compendiabile in una frase: «Giochiamo una partita perduta. Talune sconfitte sono migliori di altre, niente di più». Celebrato profeta dalla medesima borghesia – alla Berlinguer, alla Clinton o alla Bush – scodinzolante alle BR o ai loro opposti, quando non ad ambedue. Il nihilismo di Orwell rivive nei ribelli da tastiera, nei borghesucci, nei prelatucci e nei generalicchi defilati dall’obbedienza codarda. Tutt’al più il nihilismo orwelliano si cerca di nobilitarlo con l’apologo della rana bollita, facendo dire a Noam Chomsky quanto non ha detto. D’altronde ragionate, positivisti improvvisati: quale esperimento galileiano assicura che la rana rimane in pentola a farsi bollire per giustificare la vostra codardia in fieri? E perché la povera gente disperata non dovrebbe ricorrere a un’estrema violenza, quando l’acqua si scaldasse oltre il sopportabile? Orwell, la rana bollita, come ieri Marx, Voltaire, Machiavelli… espedienti mal studiati dei soliti borghesucci.
Quanto avvenuto fino ai giorni nostri, fu ben prima e ben meglio testimoniato da un martire cattolico, san Tommaso Moro, nel suo “Utopia”, pubblicato nel 1516, spiegandoci quanto facile sia creare una società massificata, sottoposta a una giustizia universale. Utopia è privo degli echi tecnologici di Orwell, ovvio, non c’è il Grande Fratello, padre putativo di Rocchina Casalino. Non di meno san Tommaso Moro descrive quanto accade oggi: «Tutti ti tengono d’occhio», additando l’univocità del destino di Utopia; isolamento e controllo capillare della popolazione, attraverso una burocrazia oligarchica. Utopia, un tempo penisola, viene separata dal resto del mondo scavando un canale, con la collaborazione del popolo (con le mascherine?). Le persone non hanno il loro denaro, il loro libero arbitrio. Utopia s’avvale di schiavi. Utopia è pacifista; va in guerra solo per liberare altri popoli (oggi diremmo per esportare democrazia), per dare loro un regime altrettanto giusto, per governarli in nome dell’«Umanesimo». San Tommaso Moro non spiega che cosa sia “umanesimo”. È d’altronde superfluo. Assicura Roland Barthes:“La storia accredita il reale a stato di parola”. In altri termini, hai in mente una schifezza, le dai un bel nome ed essa passa senza critiche. Umanesimo? Potrebbe spiegarcelo Bergoglio. Il 12 settembre 2019, poco più d’un mese prima del Covid-19, Sua Santità caldeggiò: «Un patto educativo globale che ci educhi alla solidarietà universale, a un nuovo umanesimo», candidandosi alla cittadinanza onoraria di Utopia insieme a Francesco Cossiga, Enrico Berlinguer, Giulio Andreotti e Benigno Zaccagnini, a Mario Monti e Xi JinPing, a Romano Prodi e Giuseppa Conte, Emmanuel Macron, Hillary e Bill Clinton, Angela Merkel, Hussein Barak Obama, la famiglia Bush e Lenin, a Hitler con Beria e Stalin, a Pinochet, ai cartelli colombiani e a Matteo Messina Denaro… e a chissà quant’altri in Italia, in Europa e nel mondo.
Utopia provoca conflitti e contraddizioni nei paesi non ancora liberati. Quanti favoreggiano Utopia, meritano ricompense. Chiunque contrasti Utopia è atteso da schiavitù e morte; le sue proprietà confiscate e distribuite ai collaborazionisti. Gli agenti di Utopia spargono il sospetto nel paese nemico. Nessuno si fida più di nessuno, aumentano le distanze sociali, la società si frammenta, priva di guide riconosciute, non di meno più governabile che mai. Quando la battaglia è al culmine, le truppe scelte (oggi la «(dis)informazione affidabile») hanno la missione d’abbattere a ogni costo il generale nemico, martellandolo con forze sempre fresche (come gli avvicendamenti dei direttori d’una testata, di certi piemme o dei camerieri nei servizi segreti). Il generale nemico è sempre ucciso o fatto prigioniero (a meno che non scappi, come Bettino Craxi ad Hammamet).
Utopia non si scosta minimamente da un canone tanto ironico quanto privo d’ogni sfumatura predicatoria. San Tommaso Moro porta la narrazione alle sue estreme conseguenze, additando l’obiettivo irrinunciabile di Utopia: sottomettere, rubarci la libertà donataci da Dio. San Tommaso Moro dà infine l’unica vera dimostrazione concreta di opporvisi: sale sul patibolo dicendo “no”, alto e forte al tiranno Enrico VIII, primo cittadino di Utopia e antenato di Giuseppi. Fede e azione, come tutti i grandi martiri della Chiesa cattolica apostolica romana, san Tommaso Moro, altro che rane bollite e orwelliane partite perdute.

LA FEDE E LA VERITA’ PER LA RIVOLUZIONE
Ecco l’unica vera arma contro Utopia, altrimenti determinata a utilizzare tutto, divorare tutto, metabolizzandolo nel modo più profittevole: fascismi, comunismi, populismi, clericalismi, pedofilie, finanze, curie, massoni, mafie di San Gallo, tutto, incluso il dissenso e le rane imbecilli.
Diciamoci la verità, cari fratelli cattolici e carissimi fratelli anticattolici, quanti in buona fede fra noi, sentiamo di commettere un errore d’omissione, non sappiamo come contrastare i veleni iniettatici, non sappiamo che cosa fare. Eppure abbiamo avuto un esempio di straordinaria efficacia: Solidarnosc ha abbattuto Utopia in Polonia, fece crollare Utopia in Unione sovietica senza sparare un colpo; anzi lasciò essa stessa propri martiri lungo il suo cammino. Oggi non c’è più san Giovanni Paolo II, abbiamo una Santa Sede quale sottoprodotto della Giunta Militare Argentina. Deve quindi muoversi il popolo di Dio per restituire la libertà a se stesso e all’umanità nel suo intero, esattamente come accade da duemila anni. Se questo cattolico dovere sarà disatteso, non per questo eviteremo stragi e violenze. Chi vaneggia di Nuovo Ordine Mondiale – quanti lo auspicano e quanti l’avversano – non comprende l’impossibilità per una corte satanica di convivere in pace. Si fanno la guerra già da ora, ancor più se la faranno, trascinandosi miliardi di vittime. Non basteranno pannicelli caldi a evitare violenze. Alfonsino Bonafede libera i boss e questi sono riconoscenti frenando le rivolte in Sicilia? Fin quando? La violenza fra potentati transnazionali è alle viste. Noi dimentichiamo di fronteggiare, per la prima volta nella storia, una civiltà priva d’ogni radice cristiana, la Cina, come dimostrò durante la Guerra di Corea e durante la “rivoluzione culturale”, come tuttora dimostrano le sue condotte inumane: non ha in alcun conto la sacralità della vita umana. Può sacrificare milioni e milioni di persone a un obiettivo politico, come noi d’altronde abbiamo “frullato” milioni di feti per uno zero virgola di PIL.
Il disordine politico, sociale e militare cui andiamo incontro non esclude la violenza popolare, improvvisa, inarrestabile come un cerino in un secchio di benzina. I Bellaciao dimenticano che l’unica città, l’unica liberatasi con le proprie forze dai tedeschi fu Napoli. La storia sorprende sempre gli idioti e i criminali, niente affatto le umili rane da bollire.
Bergoglio, ti supplico quindi, vattene; ti supplico, vattene al più presto. La tua genuflessione massonica a Utopia non distruggerà Santa Madre Chiesa; non di meno sta causando lutti e rovine, ambasciatori d’ulteriori infinitamente più gravi.
La Chiesa necessita d’un pontefice giovane, pieno di fede e d’energia, per condurre l’umanità al sicuro da uno scontro nucleare. Ti supplico, vattene, torna nel Mar della Plata e rimanici. Noi pregheremo per te, davvero, con tutto il cuore; così passerai alla storia, come d’altronde vorresti, eppure a minore e più conveniente prezzo; conveniente per tutti: per te, per Lui e per noi. Questo sarebbe l’unico vero ed efficace inizio di rivoluzione, nuova epifania di verità e di speranza, in Nostro Signore. 
www.pierolaporta.it

 

Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante della carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.
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2 risposte a RIVOLUZIONE, CHI PUÒ FARLA?

  1. luciano prando scrive:

    piero conosce la mia opinione, la rivoluzione è un evento rarissimo nella storia dell’umanità, secondo me ci sono state solo due rivoluzioni quella cristiana che ha frantumato l’impero romano e quella francese che ha negato l’origine divina del potere e combattuto il potere temporale cattolico…il resto solo colpi di stato, o semplicemente cambiamenti violenti del corpo di guardia in garitta senza cambiare gli abitanti temporanei del palazzo….per quanto riguarda il caso nostro attuale si tratterebbe solo di ridurre il numero dei farisei (mi basterebbero dei farisei più dotati) e dei masaniello, mi basterebbe un marchionne, non un draghi, per citare uno che non c’è più quindi un’ipotesi solo virtuale

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