ALDO MORO NON ERA IN VIA FANI

CrimeaAldo Moro non fu rapito in via Fani, il 16 marzo 1978, alle ore 09.02, com’è raccontato da uomini dello Stato, da investigatori, magistrati, politici, stampa e tivvù. Ce lo assicura lo stesso presidente Aldo Moro. Vediamo come.

In via Fani furono rinvenuti 93 bossoli, 49 dei quali d’una sola arma, d’un tiratore mai identificato, d’altissima perizia, peculiare a militari delle forze speciali, «un gioiello di perfezione», secondo un testimone, intervistato da “Repubblica” il 18 marzo 1978.
93 bossoli, 44 dei quali sparati dai rimanenti sei brigatisti. A detta di Valerio Morucci, «l’unica prova dell’azione era stata compiuta nella villa di Velletri». Ammesso che abbiano sparato, impossibile che abbiano acquisito perizia da tiratori, neppure lontanamente accostabile a quella del professionista. I brigatisti sono assassini che sparano alle spalle di vittime inermi a brevissima distanza, niente di più.
Il presidente Aldo Moro, come si sa, sarebbe uscito indenne dalla tempesta di fuoco, quindi rapito e trasportato sull’auto che  l’avrebbe 
poi portato alla “prigione del popolo”. I suoi assassini potevano permettersi un ostaggio ferito? No, perché sarebbe diventato un problema logistico d’asperrima gestione.

Gli indizi
I suoi assassini potevano permettersi di uccidere, sia pure casualmente, il presidente Aldo Moro? No, perché tutta la finzione successiva, ruotata intorno a una “trattativa” – una turpe finzione – non sarebbe rimasta in piedi. Aldo Moro doveva dunque essere rapito incolume. La sua incolumità, affinché fosse certa, impose di tenerlo lontano dalla scena della strage.
Supponete di impugnare una pistola, mirando a un bersaglio posto a 2 metri e mezzo da voi. Sparate dal fianco, senza mirare, confidando proprio sulla prossimità del bersaglio, esattamente come fecero i sette assassini. Se la vostra pistola o la mitraglietta, nel momento in cui sparate, devia di solo 4 centimetri, il colpo sul bersaglio è deviato di mezzo metro. Quattro centimetri sono nulla per un tiratore non addestrato. Se poi i centimetri fossero sei, solo due in più, perché il primo colpo vi ha spostato la mano, la deviazione finale sarebbe di 75 centimetri. D’altronde anche il precisissimo tiratore professionista – spara senza minima dispersione – nulla potrebbe se l’ostaggio, come sarebbe naturale, si muovesse scompostamente e improvvisamente, ponendosi sulla traiettoria dei suoi colpi. Ancor meno egli potrebbe se uno o più colpi fossero deviati a causa di impatto su materiale duro o trapassando l’autista e il maresciallo Oreste Leonardi, seduti sui sedili anteriori. Insomma, l’incolumità del presidente Aldo Moro non poteva essere garantita a via Fani, a lume di logica. Questa, sinora, è tuttavia nient’altro che una congettura.
L’obiezione più immediata: ci sono testimonianze d’un uomo trascinato verso l’auto che poi di dilegua. Vi è anche la testimonianza secondo la quale il rapito viene trascinato dai rapitori mentre reca con sé due borse. Questa testimonianza potrebbe essere più veritiera di quanto si possa presumere. Non di meno sull’attendibilità delle testimonianze “oculari” vi è una montagna di studi a metterci in guardia. Nel caso in esame, vi sono almeno due risposte possibili, una un po’ più perfida dell’altra. La prima. I brigatisti, dovendo simulare la presenza di Moro (che come dimostreremo non c’era) prepararono un figuro che ne fece le parti (e addirittura portava con sé le borse). I testimoni, traumatizzati com’è naturale che fossero, scombussolati dalla strage, “videro” Aldo Moro trasbordato sull’auto dei rapitori: era lui o un commediante, com’è più verosimile. La seconda. Far dire a un testimone d’aver visto ciò che non ha visto non è impossibile. Comunque sia, ai fini del nostro discorso questo dettaglio è secondario, perché Aldo Moro non c’era, ce lo assicura egli stesso, col suo lessico, come vedremo.

La Prova – Che cosa dice Aldo Moro
Da tutte le lettere scritte da Aldo Moro, quelle fatteci ritrovare, risalta la totale assenza di interesse per la sorte della scorta. Non una sillaba è spesa da Aldo Moro per le vittime della strage. Tale dettaglio, utilizzato da eminenti esperti per garantire la scrittura sotto dettatura delle lettere di Aldo Moro, svela invece un buco nella ricostruzione ufficiale – mediata dai brigatisti postini – proprio gabellando la totale assenza di interesse per la morte dei cinque sventurati. Chi ha conosciuto Aldo Moro, un cattolico profondamente credente, d’assoluta bontà, compassionevole come un vero cattolico deve essere, sa che tale distorsione non è accettabile. Aldo Moro non sapeva nulla della sorte della sua scorta. Aldo Moro d’altronde non doveva essere informato dai suoi rapitori circa la sorte della scorta, altrimenti mai avrebbe accettato di proporre la sua liberazione con i toni che ben conosciamo.
Aldo Moro, riferendosi alla scorta, scrisse solo che fu “inadeguata“, nient’altro. Aveva ragione di scrivere così. Egli era – lo ripetiamo – ignaro della sorte della scorta, sebbene fosse del tutto consapevole che essi si erano lasciati ingannare da chi lo aveva “prelevato”.
Nel libro “Aldo Moro, Ultimi Scritti, 16 marzo – 9 maggio 1978”, a cura di Eugenio Tassini, ed. Piemme, 1998, a pagina 13, nella lettera a Francesco Cossiga, diffusa il 29 marzo 1978, Aldo Moro scrive:
«Benché non sappia nulla né del modo né di quanto accaduto dopo il mio prelevamento, è fuori discussione – mi è stato detto con tutta chiarezza – che sono considerato un prigioniero politico…» E più avanti continua, riferendosi a questo brano: «Soprattutto questa ragione di Stato nel mio caso significa, riprendendo lo spunto accennato innanzi sulla mia attuale condizione, che io mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato…»
Aldo Moro scrive “prelevamento” solo in due lettere. Nelle altre scriverà sempre “rapimento”. Egli non usava le parole a caso, tutt’altro, le distillava con estrema precisione. Qui correla il “prelevamento” alla ragione di Stato, dunque allo Stato e al “dominio pieno e incontrollato”.
A pagina 159 dello stesso libro, Aldo Moro fornisce la prova di quanto accaduto, con un messaggio tanto inequivocabile quanto terribile, non di meno in una forma del tutto morbida, com’è nel suo stile.

Quando conclude la lunga lettera, scritta all’adorata moglie, nel giorno della Santa Pasqua, il 27 marzo 1978, butta lì alcune raccomandazioni, apparentemente inoffensive: «Ed ora alcune cose pratiche. Ho lasciato lo stipendio al solito posto. C’è da ritirare una camicia in lavanderia.
Data la gravidanza e il misero stipendio del marito, aiuta un po’ Anna. Puoi prelevare per questa necessità da qualche assegno firmato e non riscosso che Rana potrà aiutarti a realizzare. Spero che, mancando io, Anna ti porti i fiori di giunchiglie per il giorno delle nozze» e poi arriva il punto esplosivo «Sempre tramite Rana, bisognerebbe cercare di raccogliere cinque borse che erano in macchina. Niente di politico ma tutte attività correnti, rimaste a giacere nel corso della crisi. C’erano anche vari indumenti di viaggio».
Aldo Moro ci sta comunicando che l’auto su cui avrebbe viaggiato quel mattino conteneva le sue cinque borse. Se egli fosse stato presente alla strage di via Fani egli avrebbe saputo che almeno due borse furono prelevate dagli assassini (addirittura le avrebbe trasportate egli stesso, secondo un testimone). D’altronde, da fine giurista, era sicuramente consapevole che le borse, quali e quante fossero rimaste sulla scena del delitto, sarebbero state sequestrate dalla magistratura. Non erano quindi recuperabili da un segretario sia pure fidato come Rana. Quanto scrive Aldo Moro fornisce la prova che egli non ha viaggiato sull’auto poi bersagliata dai terroristi.  Egli teneva inoltre con sé una delle borse, da cui non si distaccava mai. Aldo Moro, menzionando “cinque borse”, dà un il messaggio, criptico eppure chiaro a chi voglia intenderlo: non ho viaggiato con le borse. La domanda da porsi è quindi: chi ha rapito davvero Aldo Moro? E dove lo ha condotto? 
Aldo Moro non è in via Fani quando la scorta è annientata. La scorta deve essere annientata affinché non si sappia che cos’è accaduto prima, ad Aldo Moro, dal momento in cui esce di casa.

Fin qui i fatti. Ora andiamo alle deduzioni.
Aldo Moro è stato allontanato dalla sua scorta. Questo può essere avvenuto solo per opera d’un drappello di carabinieri o poliziotti (finti o veri non sta a noi dirlo) comandati da un ufficiale, costui ben vero e ben noto al capo scorta, Oreste Leonardi, il quale mai avrebbe abbandonato il suo Presidente in mani sconosciute.
«Signor Presidente, mezz’ora fa Radio Città futura ha annunciato il suo rapimento» rivolgendosi anche a Leonardi, il delinquente in uniforme avrebbe potuto aggiungere: «Abbiamo quindi pensato a un piano diversivo. Lei, signor Presidente, potrebbe venire con noi con auto blindata e scorta adeguata. Tu, Leonardi, fa’ il tragitto prestabilito. All’incrocio fra via Fani e via Stresa troverai dei nostri in uniforme dell’Alitalia. Rallentate e fatevi riconoscere. Anzi, per evitare equivoci, perché non so bene da quale reparto arrivino, mettete le mitragliette nel portabagagli per evitare errori, caso mai le tirate fuori dopo. Ci vediamo in Parlamento». Già in Parlamento, dove Aldo Moro pensava che la sua scorta fosse giunta indenne e con le sue borse; invece inadeguata e gabbata dai rapitori veri, quelli che lo avevano “prelevato”, com’egli scrive a Cossiga. Una scorta inadeguata, dopo tutto, ha proprio ragione Aldo Moro di lamentarsene. Come dite? Potevano telefonare al comando per sincerarsi che tutto fosse regolare? Non c’erano cellulari e quel mattino la SIP ebbe un’avaria; tutte le comunicazioni telefoniche erano bloccate. Il resto è noto? Non è detto. Aldo Moro non poteva tornare vivo dalla prigionia, altrimenti avrebbe testimoniato, e sarebbero saltati tutti a cominciare dai fautori della linea intransigente della DC e del PCI, oltre ai fedeli servitori dello Stato prestatisi a questa porcheria. La trattativa aveva dunque un unico sbocco possibile: la morte di Aldo Moro, non la trattativa. I suoi assassini, i pochi individuati, fanno una vita agiata.

Quel terribile brano della lettera alla signora Moro non lascia scampo e conviene richiamarlo alla memoria: «Sempre tramite Rana, bisognerebbe cercare di raccogliere cinque borse che erano in macchina. Niente di politico ma tutte attività correnti, rimaste a giacere nel corso della crisi. C’erano anche vari indumenti di viaggio». Ripetiamolo: Aldo Moro, se fosse stato sull’auto che recava le sue borse, avrebbe avuto perfetta consapevolezza che esse erano state portate via dai suoi carcerieri oppure sequestrate dall’autorità giudiziaria. Non c’è una terza possibilità. Non era dunque affare del segretario Rana, recuperare “cinque borse”.
Dove’è
avvenuta la separazione di Aldo Moro dalla sua scorta? Non è affar mio stabilirlo. Ho un’idea precisa, ma non mi perdo in congetture.
Non c’è dubbio quindi che le borse sono andate da una parte, insieme alla scorta, mentre Aldo Moro è andato verso il carcere dei sicari e dei brigatisti, mentre immaginava la sua scorta transitare indenne in via Fani.

Perché massacrare la scorta, se avevano già rapito Aldo Moro?
Ovvio, perché non testimoniassero l’antefatto. Per comprendere quanto sia importante questo nodo si legga quanto riferisce il magistrato Gianfranco Donadio, il 4 marzo 2017, alla Commissione parlamentare d’inchiesta.
Perché una forza oscura si muove per uccidere Aldo Moro quando sembra a un passo dalla liberazione? Perché a buona parte delle autorità politiche e all’opinione pubblica si dette a bere la commedia di via Fani. Dimostrazione di “geometrica potenza” definì il massacro di via Fani, un Franco Piperno amico e sodale di Bettino Craxi. Se Aldo Moro fosse tornato quindi vivo dalla prigionia, si sarebbe svelata la turpe commedia della “geometrica potenza”, delle finte linee umanitarie, degli ordini ai dirigenti di partito dalle centrali internazionali ed eseguiti fedelmente. Se Aldo Moro fosse tornato vivo i vertici dei partiti italiani, tutti, e delle cancellerie internazionali avrebbero dovuto dare risposte che non potevano e non volevano dare. In altre parole, Aldo Moro doveva morire e ciò fu deciso a un livello superiore ai vertici dello Stato e ai partiti italiani, gran parte dei quali consapevoli e codardi.
Ribadisco che non ho alcuna certezza sugli antefatti (quindi sui moventi), ma i fatti sin qui appurati certificano una complicità internazionale che supera le contrapposizioni ufficiali fra Nato e Patto di Varsavia.

Almeno dal 1973, anno della guerra dello Yom Kippur, preceduta dall’attentato a Enrico Berlinguer a Sofia, il 3 ottobre, c’è un gioco delle parti dei servizi segreti italiani, statunitensi, francesi, inglesi, tedeschi, israeliani e sovietici, insieme ai politici loro servi. Chi ha tenuto segreto l’attentato a Berlinguer sino al 1991, poi non ha spiegato perché quell’attentato fu compiuto. Il compromesso storico? Non diciamo sciocchezze. Alexander Dubček prese solo qualche ceffone sebbene, solo cinque anni prima, ad agosto del 1968, avesse messo sossopra la Cecoslovacchia e il Patto di Varsavia. Perché Berlinguer ha taciuto? Che cosa aveva fatto per meritare la morte? Che cosa dette in cambio per sopravvivere? Nessun approfondimento è mai stato fatto inoltre sulla presenza a Roma, in via degli Orti d’Alibert, d’un capitano del GRU[1], messo alle costole di Aldo Moro. Il figuro poi riapparirà nell’attentato a san Giovanni Paolo II. Ah, dimenticavo, costui abitava in un appartamento di proprietà del Vaticano. E qui entra in ballo un altro servizio segreto, quello vaticano, il quale evidentemente trovò non pochi ostacoli entro le Sacre Mura.
Via Caetani, dove ritrovarono il corpo di Aldo Moro, prendeva il nome dal palazzo nel quale era di casa Igor Markevitch, direttore d’orchestra ucraino, in forza al Kgb. Durante la Seconda guerra mondiale fu agente di collegamento coi servizi inglesi per conto dei sovietici, si infiltrò nella Resistenza italiana e nel 1948 divenne cittadino italiano, sposando la duchessa Topazia Caetani. Si imparentò pure con Hubert Howard, agente britannico, questi avendo sposato Lelia Caetani, cugina di Topazia. Secondo Ferdinando Imposimato, Markevitch fu “l’anfitrione di Firenze” durante il rapimento Moro.
I rapporti fra Igor e BR sono in un rapporto del Ros Carabinieri, secondo i quali Giovanni Senzani, ritenuto dagli americani vicino ai servizi francesi, presentò Markevitch a Mario Moretti. Un rapporto del Sismi, nel 1980, descriveva Igor agente con un passato con MI6, Kgb e Mossad.
Come si può capire, la vicenda di Aldo Moro è un maleodorante verminaio, nel quale io mi limito ad additare una scollatura tecnica, un granello di sabbia di colore differente, sfuggito per 40 anni. Vogliamo indagare sul passato? Difficile dire se sia ancora utile. La storia è maestra di vita; non ha tuttavia scolari, aggiungeva Antonio Gramsci. Allora dobbiamo tornare indietro per guardare avanti. Possiamo fare ipotesi, per quello che valgono, puntando sempre su denaro e potere, colonne di tutti i peggiori misfatti.
Se consideriamo quanto è avvenuto dalla morte di Aldo Moro ai giorni correnti, con la spinta oramai palese a sottomettere popoli ed economie al potere finanziario, di certo è importante ricordare che Aldo Moro, aggirando i limiti imposti da Fondo Monetario Internazionale (aumentando la massa di denaro circolante e finanziando gli investimenti) sostenne l’emissione delle banconote da 500 Lire, serie “Mercurio alato”, stampate dallo Stato italiano e non dalla Banca d’Italia.
Dopo il 16 marzo 1978, terminò l’emissione del biglietto di Stato che avrebbe finanziato il Belpaese senza aumentare il debito pubblico. Oggi possiamo comprendere quanto sgradite fossero tali manovre ai poteri “storti”.
Un’altra chiave di lettura la si può trovare nelle connessioni fra Stato, Pci, Dc e mafia, cominciate nel 1977, per la costruzione della base missilistica di Comiso, un crogiolo di corruzione, nel quale furono inghiottite le esistenze di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Pio La Torre.
Aldo Moro non avrebbe consentito quelle sconcezze né alla DC, né al Pci né ad altri. L’ostilità per il compromesso storico di Mosca e di Henry Kissinger sono quindi importanti, entrando tuttavia in un poliedro criminale che salda ulteriori complicità.
Ripeto, al di là dei fatti reali, non si può, è persino inutile cercare moventi.
Dico moventi, al plurale, perché – di questo possiamo essere certi – fu una consorteria trasversale, interna ed esterna all’arco costituzionale e agli schieramenti NATO e Patto di Varsavia, ad assicurare l’impunità ad assassini sedicenti comunisti, garantendo i depistaggi fino ai giorni correnti e la vita agiata agli assassini.
Quanti si dicono indifferenti alla sorte di Aldo Moro a causa dei cedimenti alla Jugoslavia, sono ingenerosi e non tengono conto dei fatti oggettivi. Quando si perde una guerra tutto finisce nelle mani del vincitore: economia, industria, servizi segreti, diplomazia, magistratura e forze armate. Per recuperare la sovranità tanto Alcide De Gasperi quanto Aldo Moro dovettero cedere dei pezzi. La Jugoslavia era divenuta importante per la NATO in caso di guerra col Patto di Varsavia. Aldo Moro non era responsabile di questo e neppure si può ascrivergli l’irresponsabile fuga dalle proprie responsabilità dell’alta borghesia lombardo piemontese, dei coté romano, milanese, fiorentino, bolognese e persino napoletano, A questi si sommò una porzione importante della Chiesa. Da qui trasse forza il Pci, per poi perdere la propria identità. Oggi è evidente quanto l’accattocomunismo sia trascolorato in accattoglobalismo.
Aldo Moro teneva botta agli attacchi ma doveva cedere in alcuni settori – la Jugoslavia, per esempio – ben sapendo che al suo fianco operavano servi degli statunitensi, degli inglesi, dei francesi, dei tedeschi e dei sovietici. Uno di costoro, poi arrivato ai vertici dello Stato, servì almeno tre padroni.
D’altronde Aldo Moro non ebbe, su Osimo, alcun aiuto da parte di Enrico Berlinguer, l’unico al quale non ha indirizzato alcuna lettera dalla prigionia, né menzionato nel memoriale.
La storia non si fa coi se e i ma. Dobbiamo tuttavia chiederci se sarebbe stato così facile sottomettere l’Italia – dal 1981, quando Beniamino Andreatta e Mario Monti privatizzarono Banca d’Italia con una letterina – fino ai tragici giorni correnti, mentre l’Europa e il mondo si prendono gioco di noi. La storia non si fa con i se e i ma. Proprio per questo motivo si uccide chi può tradurre in realtà politiche e di fatto tanto i ”se” quanto i ”ma”. Lo si uccide e se ne distrugge la memoria. Questo hanno fatto dal primo momento con Aldo Moro, lo hanno diffamato per 40 anni e ancora insistono.
In conclusione Aldo Moro ha condiviso la sorte con Abraham Lincoln, coi fratelli Kennedy e con tanti altri poveri disgraziati – penso alle vittime del terrorismo, a tutte le vittime senza distinzione di schieramento – che hanno perso la vita per fare il bene comune o perché troppo giovani e troppo ingenui per non farsi ingannare dagli squali della politica. La sua scorta non poteva sopravvivergli, lasciando tracce che potevano portare sino ai mandanti, quelli veri.
Solo per questo penso sia importante continuare a scavare sulla morte di Aldo Moro. Per quanto mi riguarda, non ho alcun interesse personale, se non il ricordo dello sguardo di Aldo Moro che incrociò casualmente il mio, ad agosto 1968, durante una sua visita a San Giovanni Rotondo. Era un uomo profondamente buono e pulito, lo pensai allora, quando non avevo alcuna simpatia per la DC, ne sono ancora più convinto oggi, grazie alle lezioni che la vita mi ha dato. Dio abbracci Aldo Moro e aiuti l’Italia.

Perché non hanno ucciso subito Aldo Moro?                                               
Per rispondere occorre partire da un dato di fatto tanto banale quanto vero: non lo hanno ucciso subito.  A meno che non si voglia affermare che i brigatisti, trovandoselo vivo nonostante la tempesta di fuoco, hanno deciso di risparmiarlo e portarselo vivo. Questa assurdità smonta qualsiasi obiezione, a prescindere che Aldo Moro fosse o non in via Fani. Era quindi interesse strategico dei mandanti che Aldo Moro fosse rapito vivo. In altri termini, il potere di vita o di morte su Aldo Moro era nelle mani di chi aveva ordinato il rapimento (o il “prelevamento”, come disse Aldo Moro). Costoro hanno deciso di inscenare la commedia della trattativa; tale era infatti in forza degli eventi sotto i nostri occhi, cioé la strage della scorta. Da quel momento in avanti la sorte di Aldo Moro era segnata. 
Può apparire banale? Non lo è affatto. Aldo Moro è, come scrive nella lettera a Cossiga: «Sotto un dominio pieno e incontrollato». Potevano quindi ucciderlo subito, semmai fosse rimasto vivo per errore (ma non è così, come abbiamo già scritto nei precedenti articoli), potevano sparargli un colpo in testa in via Fani, oppure ucciderlo immediatamente dopo essersi allontanati, se si fossero sentiti incalzati dallo stranissimo accorrere del capo della Digos, giunto in via Fani mentre i rapitori si allontanavano. Un tempismo tanto singolare quanto sospetto, anche per quanto accade immediatamente dopo l’arrivo del capo della Digos, come certifica la relazione del magistrato Gianfranco Donadio, il 4 marzo 2017, alla Commissione parlamentare d’inchiesta.
Possiamo scervellarci sulle ragioni di questa apparente incongruenza – perché non lo hanno ucciso subito? – ma fin quando non agguanteremo uno di coloro che erano alla testa dell’organizzazione – evento oramai alquanto improbabile – non lo sapremo mai con certezza. Aggrappiamoci dunque ai documenti e alle logiche deduzioni da essi scaturenti.
È lo stesso Aldo Moro, ancora una volta, a guidarci.
La prima lettera a Benigno Zaccagnini (pag. 15 op. cit.) è introdotta dal curatore del libro, E. Tassini, con queste importanti osservazioni: «Scritta il 31 marzo. Recapitata il 4 aprile a Nicola Rana e, in fotocopia, alle redazioni di La Repubblica, L’Avvenire e Il Settimanale. Pubblicata dai giornali il 5 aprile. In via Monte Nevoso è stata trovata la minuta (con frasi più forti e definitive. In particolare Moro scrive di essere “già condannato”) una prima stesura.»
Non è dato sapere se questo testo sia stato rinvenuto in via Monte Nevoso 8, a Milano, il 1°ottobre 1978, per mano del Reparto speciale antiterrorismo dei Carabinieri, diretto dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Poco dopo il generale Dalla Chiesa fu trasferito al comando della Divisione Pastrengo e il suo reparto antiterrorismo fu disperso. Oppure il testo, chiosato da Tassini, fu rinvenuto nel 1990, durante una ristrutturazione. Neppure posso escludere che il testo fosse rinvenuto in entrambe le occasioni.
Sarebbe oltremodo grave se il testo, rinvenuto nel 1978, non fosse stato valorizzato a dovere. È altrettanto grave che non sia stato valorizzato dopo il 1990. D’altronde non possiamo sapere se tale testo originario qualcuno lo abbia reimmesso in copia in via Monte Nevoso proprio affinché non scomparisse dagli atti. Non di meno, com’è evidente, esso è stato insabbiato sinora. Perché?
Aldo Moro, persona di intelligenza superlativa, dimostra con pochissime parole d’avere ben compreso che la sua sorte è segnata. Egli afferma di essere «già condannato». I suoi carcerieri lo censurano, ovvio, altrimenti la commedia della trattativa si sbriciola.
Riflettiamo. Uno degli obiettivi della “trattativa” è certamente quello di individuare gli amici fidati di Aldo Moro e metterli sulla lista nera, dalla quale espungerli a tempo e modo opportuni, per smontare un sistema di potere e sostituirlo con un altro. Aldo Moro è ben consapevole che è in atto la manovra per la sua successione politica. La lettera di Aldo Moro è scritta il 31 marzo, è pubblicata il 5 aprile. Occhio alle date. Il giorno successivo Giorgio Napolitano parte per gli Usa, ottenendo un visto negato da Henry Kissinger e dal Dipartimento di Stato tre anni prima. Il mediatore con gli Usa per questo visto è Giulio Andreotti. Non era un viaggio improvvisato. Leggete con attenzione: «Il “primo viaggio” di un dirigente del Pci negli Stati Uniti era stato predisposto già da alcuni mesi – in risposta all’invito dell’Università di Princeton e di altre prestigiose Università e centri di ricerca – sulla base di un programma di conferenze e seminari, e quindi di una precisa caratterizzazione politico-culturale.» Scrive Giorgio Napolitano, su 30Giorni, diretto da Giulio Andreotti. Era maggio del 2006, mentre la commissione Mitrokhin indagava sul terrorismo, nonostante lo scarso entusiasmo di Silvio Berlusconi. La figura di Napolitano e i suoi rapporti “trilaterali” con Mosca, Washington e di “fratellanza” con Silvio Berlusconi sono ampiamente noti, grazie a Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara “I Segreti di Napolitano”, Micromega online, 4 dic. 2013
Aldo Moro non sa del viaggio di Napolitano negli Usa. Ha tuttavia perfettamente chiare le conseguenze che si delineano con la sua prossima morte. Scrive nella stessa lettera (pag.16, op.cit.):
«Tener duro può apparire più appropriato, ma una qualche concessione è non solo equa, ma anche politicamente utile. Come ho ricordato in questo modo civile si comportano moltissimi Stati. Se altri non ha il coraggio di farlo, lo faccia la D.C. che, nella sua sensibilità ha il pregio di indovinare come muoversi nelle situazioni più difficili. Se così non sarà, l’avrete voluto e, lo dico senza animosità, le inevitabili conseguenze ricadranno sul partito e sulle persone. Poi comincerà un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco.»
La caccia agli amici di Aldo Moro è intanto già cominciata. Il libro calunnioso di Camilla Cederna, “Giovanni Leone La Carriera di un Presidente”, è finito di stampare dalla editrice Feltrinelli il 16 marzo 1978, giorno della strage. Trent’anni dopo Giorgio Napolitano chiederà scusa per quelle calunnie. Dimenticherà di ricordare che quelle calunnie consentirono di espugnare e controllare il Quirinale sino ai giorni correnti. Dimenticherà di ricordare che il Partito Comunista Italiano fu il più accanito calunniatore di Giovanni Leone e di Aldo Moro, insieme al Partito Radicale.
Difficile negare, guardandoci intorno, quanto Aldo Moro abbia visto giusto sulla sua sorte e sulle conseguenze: egli doveva morire, i suoi amici dovevano essere uccisi o dispersi, la Democrazia Cristiana doveva sparire, l’Italia doveva sottomettersi. Gli ex comunisti e gli accattocomunisti sono tutti accattoglobalisti. Il resto è noto.

[1] GRU (Glavnoe razvedyvatel’noe upravlenie – Direttorato dell’intelligence generale) è tuttora il servizio segreto militare russo, la cui missione è rimuovere gli impedimenti che ostacolano i piani militari strategici. Opera al di fuori dei confini della Russia (allora dell’URSS) e ha totale indipendenza dal KGB. Fu creato da Lenin e ha ramificazioni e residenture in tutto il mondo. Quella che a quel tempo “curava” l’Italia, era in Svizzera nella villa d’un noto magnate italiano, padrone di pezzi importanti della stampa. Per intenderci, Pietro Secchia e Sergei Antonov, il capo scalo della Balkan Air, mentore di Ali Agca, rispondevano al GRU.

Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante della carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.
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15 risposte a ALDO MORO NON ERA IN VIA FANI

  1. bonaventura scrive:

    Leonardi riceve un ordine di effettuare un giro di verifica e poi di ritornare in chiesa a prendere Moro lasciando il Presidente ignaro di tale condizione.A Leonardi viene garantita la custodia di Moro sino al ritorno dal giro perlustrativo. Anzi gli viene aggiunta una vettura civetta targata CD che anticipa il corteo delle 2 macchine per far figurare che dentro vi e Moro. Nella macchina del CD ci sono i 2 assassini i quali allo stop di via Fani sorprendono il Leonardi ed i suoi uomini. False le trattative nei 55 giorni poiche ,Moro da vivo avrebbe rivelato come era avvenuto il prelevamento. Tutto cio e avvenuto con delle complicita di diversi attori che agivano in coparttimeni stagni.

  2. Andisceppard scrive:

    Grazie per l’interessante articolo. Di cui condivido davvero poco. Partiamo dall’inizio. La mancata presenza di Moro in via Fani. Le considerazioni che Lei fa sono di fatto tre. 1. rischio di ferirlo durante l’agguato. 2. assenza di parole sulla sorte della scorta nelle lettere di Moro. 3. lettera di Moro che dice alla moglie di recuperare le borse.
    Beh, detto da uno che gioca a fare il detective, propongo una spiegazione che a me pare molto semplice di ognuno dei tre fatti.
    1. Verissimo. Il rischio di ferire Moro c’era. Peccato che (Moro presente o assente) il vetro posteriore della sua macchina non riceva colpi. Il sedile su cui era (o doveva essere) non subisce colpi. Il finestrino dalla sua parte non subisce colpi. Osservate le foto di via Fani. Prendo atto del rischio teorico di colpi vaganti. Anche perché sostenuto da esperti militari. Ma indubbiamente non è successo… Ciò non prova che Moro fosse lì. Ma che stiamo discutendo di una questione puramente teorica. Di fatto – ci fosse Moro o meno – colpi vaganti dove doveva essere non ce ne sono stati.
    2. Mi sembra davvero la cosa più semplice. Fossi stato al suo posto avrei certo evitato di ricordare ai miei rapitori che erano anche degli assassini! Il tutto anche – volendo – per sottile strategia. Non esiste solo la sindrome di Stoccolma. Ma anche quella che – in qualche modo – finita l’adrenalina del rapimento, fa considerare il prigioniero una persona. Il che rende più difficile pensare di ucciderlo. Se ricordo ai miei rapitori che già hanno fatto un passo terribile come una strage per arrivare lì non faccio i miei interessi da rapito. Non escludo – inoltre – un’altra spiegazione. Moro sa benissimo che i brigatisti gli consentono di scrivere, ma che ovviamente leggono le sue lettere. E’ una concessione che gli fanno. Facile immaginare che ci siano stati degli accordi tra loro. Espliciti o impliciti. Chiaro che – al posto di Moro – non avrei mai scritto su una lettera: guarda sono in 4, hanno un mitra, la sera sento il rumore del treno, per dire. Che sia stato implicito o esplicito credo sia chiaro che Moro non possa parlare di dove si trova. Non da escludere che – sempre in modo implicito e esplicito – tra gli accordi ci fosse anche non parlare di via Fani. Non mi stupirebbe e non ci troverei nulla di strano.
    3. La questione delle borse mi sembra davvero – per certi versi – dirimente. Tra le cinque borse di Moro ce n’è una che contiene gli occhiali, le chiavi, insomma gli oggetti personali. Come dichiara la moglie lui non se ne separa mai. Se Moro, in qualunque modo, fosse stato prelevato, da finti carabinieri, da finti agenti, quella borsa l’avrebbe portata con sé. E i finti agenti non avrebbero avuto ragioni per dirgli di no. Ancora. Se Moro non sa di via Fani non si capisce il motivo per cui debba dire alla moglie di recuperare le borse. Se la scorta fosse incolume le borse sono sull’auto e credo non ci sia bisogno di alcun intervento per riaverle. Si immagina Leonardi che le porta a casa Moro. Cosa sa Moro delle borse? Beh, dalla lettera sembra sappia che non le hanno i brigatisti. Che le abbiano prese (due delle borse) in via Fani è del tutto plausibile che non l’abbia notato o che non lo ricordi. A mio avviso sa una cosa (che a me sembra plausibilissima). Che non hanno la borsa coi medicinali. Lo ha scoperto. Mi immagino la prima notte di prigionia. A quel punto immagina che non ne abbiano nemmeno una. Ora – ripeto – se non sa di via Fani è inutile si preoccupi delle borse. Sono in possesso della sua scorta. Basta chiederle e le rendono. Se sapesse che le hanno i brigatisti è del tutto inutile dire che Rana le debba recuperare. Si fa intervenire una persona di fiducia se si pensa che le borse siano rimaste – dopo la strage – sull’auto. Quindi oggetto di indagine. Poi – uno dice – manda Rana a parlare col magistrato che fa le indagini. E gli dici che se ha finito di fare i rilievi ce le renda… No?
    Insomma, ripeto, solo considerazioni da aspirante detective. Cosa ne pensate?

    • Piero Laporta scrive:

      Grazie. Le risponderò, punto per punto, quando avrà la squisita cortesia, di farmi conoscere il suo nome e cognome. Vive cordialità.

    • Piero Laporta scrive:

      1) Non è mai stata fatta, mai, una ricostruzione di via Fani in poligono, come si sarebbe dovuto, con manichini e armi da fuoco vere; solo ricostruzioni cyber che, com’è noto, non fanno sangue. Corollario: come mai le BR, puntigliose fotografe dei loro misfatti, del colpo del secolo non hanno lasciato un’immagine e neppure le promesse registrazioni?
      2) Lei non è Moro, il quale non fu mai un algido politico, distaccato dalla realtà e dai sentimenti, tutt’altro; fu un cattolico praticante che – come ha scritto – sapeva di dover morire ben prima che le Br simulassero processo e condanna. Non seguiva dunque tattiche puerili di comunicazione.
      3) Proprio perché sa che i familiari sanno che non si distaccava mai da una borsa, chiedendone cinque invece di quattro comunica di non aver viaggiato con le borse. Tanto più perché è provato che le BR hanno portato via almeno due borse.
      ps: non gioco a fare il detective, cerco incongruenze; tali queste rimangono sino a prova contraria. Per cortesia mi dice la sua professione? 🙂

      • Andisceppard scrive:

        Sono un insegnante di matematica. Appassionato di gialli e complotti. Ora spero di poter continuare a interloquire con Lei senza doverLe fornire la dichiarazione dei redditi, una scansione di un mio documento, il Pin della mia carta di credito o chissà cos’altro…
        Vabbé, passiamo alla Sua risposta. Che – devo essere sincero – mi convince meno del Suo articolo.
        Punto 1. No, non devo essere stato chiaro. Ciò che ho scritto è che il fatto che Moro non sia stato ferito non è una prova del fatto che non fosse in via Fani. Basta guardare le foto. Che poi non sia stata fatta una ricostruzione in poligono, che le Br non abbiano fatto foto o registrazioni cosa c’entra?
        Punto 2. Puerili tattiche di comunicazione. Sarà. Stranamente nemmeno Papa Paolo VI, nella sua lettera alle Br parla della scorta. Come mai? Avremo frequentato la stessa scuola di puerili tattiche? Ancora, l’algido politico Moro, sicuro già di dover morire, chiama mai assassini i suoi sequestratori? Eppure lo sono. Come mai non lo fa?
        Punto 3. Anche qui non devo essere stato chiaro. Il fatto che Moro parli di cinque borse da recuperare – a fronte del fatto che da una non si separava mai – significa che tutte e cinque erano sulla macchina (cosa che del resto è vera). E poiché da una di queste non si separava mai, per la proprietà simmetrica ci doveva essere anche lui, non le pare?

        • Piero Laporta scrive:

          Sia cortese, non sia insofferente se le chiedo di lei. Lei chiede di interloquire con me. Io devo cautelarmi. Non può immaginare quali figuri hanno tentato nel frattempo. La ringrazio quindi per aver risposto, non di meno mi riservo di chiederle tutto quanto reputerò necessario per cautelarmi. Libero lei di rispondere o meno.
          1) Non ho mai scritto che i 93 (o 91 secondo altri) colpi esplosi siano la prova che Moro non c’era. La prego di osservare la paragrafatura data all’articolo. Quei 93 colpi sono tuttavia la prova che chi avesse pianificato così il rapimento sarebbe stato un imbecille a digiuno di armi e rischi connessi. Non lo dico solo alla luce della mia professionalità, bensì dopo aver consultato il fior fiore degli esperti delle forze speciali. Ripeto: perché non hanno fatto una ricostruzione in poligono con armi e colpi veri?
          2) Occorre che le riscriva quanto ho riportato nel mio articolo:
          «Aldo Moro scrive “prelevamento” solo in due lettere. Nelle altre scriverà sempre “rapimento”. Egli non usava le parole a caso, tutt’altro, le distillava con estrema precisione. Qui correla il “prelevamento” alla ragione di Stato, dunque allo Stato e al “dominio pieno e incontrollato”.
          A pagina 159 dello stesso libro, Aldo Moro fornisce la prova di quanto accaduto, con un messaggio tanto inequivocabile quanto terribile, non di meno in una forma del tutto morbida, com’è nel suo stile.
          Quando conclude la lunga lettera, scritta all’adorata moglie, nel giorno della Santa Pasqua, il 27 marzo 1978, butta lì alcune raccomandazioni, apparentemente inoffensive: «Ed ora alcune cose pratiche. Ho lasciato lo stipendio al solito posto. C’è da ritirare una camicia in lavanderia.
          Data la gravidanza e il misero stipendio del marito, aiuta un po’ Anna. Puoi prelevare per questa necessità da qualche assegno firmato e non riscosso che Rana potrà aiutarti a realizzare. Spero che, mancando io, Anna ti porti i fiori di giunchiglie per il giorno delle nozze» e poi arriva il punto esplosivo… “Sempre tramite Rana, bisognerebbe cercare di raccogliere cinque borse che erano in macchina. Niente di politico ma tutte attività correnti, rimaste a giacere nel corso della crisi. C’erano anche vari indumenti di viaggio”.
          Aldo Moro è quindi convinto – ovvero ci sta comunicando – che l’auto su cui avrebbe viaggiato quel mattino conteneva le sue cinque borse. Se egli fosse stato presente alla strage di via Fani egli avrebbe saputo che almeno due borse furono prelevate dagli assassini (addirittura le avrebbe trasportate egli stesso, secondo un testimone).»
          ho anche aggiunto questa osservazione non secondaria, a mio avviso: «D’altronde, da fine giurista, era sicuramente consapevole che le borse, quali e quante fossero rimaste sulla scena del delitto, sarebbero state sequestrate dalla magistratura».
          E’ giusto che lei presuma il divieto per Moro di parlare di via Fani da parte delle BR. Né egli avrebbe potuto dire “io sono stato rapito da Tizio e da Caio”, cioè dare dettagli del tutto ignoti alla stampa. In altri termini, non essendo stato a via Fani, non sapeva che cosa vi era accaduto. Egli non dice quindi che cosa accade in via Fani ma lascia capire che non ha viaggiato con le borse affidate alla sua scorta “inadeguata”. Lo può dire solo inserendo una contraddizione stridente con la congruità dei fatti. In altri termini, inserisce una contraddizione apparentemente illogica e, proprio perché tale, spiegabile solo con la sua assenza.
          La lettera di S.S. Paolo VI è in tutt’altra logica e prospettiva, da non meritare alcuna attenzione in tale analisi.
          3) Lei scrive:”Il fatto che Moro parli di cinque borse da recuperare – a fronte del fatto che da una non si separava mai – significa che tutte e cinque erano sulla macchina (cosa che del resto è vera).” Proprio perché da una non si separava mai ed essa conteneva le medicine, non aveva apparentemente senso che egli volesse recuperare “cinque borse”.

          • Andisceppard scrive:

            Uhm… Lei mi sembra più interessato ad un’indagine su di me piuttosto che a parlare e discutere di ciò che ha scritto. Visto che non mi pare di averLe chiesto informazioni personali o di averLa offesa, mi chiedo da cosa si dovrebbe mai cautelare.
            Torniamo a quanto a me interessa e cioè all’articolo in questa pagina.
            E concentriamoci sulle borse. E su quella indicazione nella lettera.
            Le borse sono cinque. Da quanto ho capito in questi anni sono:
            a. una borsa che contiene gli effetti personali. L’equivalente di un borsello di un uomo, della borsetta per una donna. Dentro ci sono le chiavi di casa, il fazzoletto, la carta d’identità, gli occhiali, le sigarette se fumi, i soldi. Moro – comprensibilmente – la tiene sempre con sé.
            b. una borsa che quel giorno è particolarmente importante. E’ la borsa dei documenti attivi, come dire. Quel giorno Moro sta andando in Parlamento. Deve fare un discorso. Certamente il discorso l’ha scritto. Certamente sta dentro una borsa. Insieme, che so, a documenti inerenti quel discorso. E’ la borsa dei documenti importanti.
            Prima di andare avanti segnalo una foto.
            https://www.rainews.it/dl/rainews/media/16-marzo-1978-l-attentato-di-via-Fani-3ef475d5-b428-46b1-b53d-3449b7934754.html?&time=&photoStart=10#foto-11
            Eccole qui, le due borse. Comprensibilmente Moro le tiene nel posto più logico che ci sia. Lì di fianco a sé. Non in mezzo alle gambe, ma in modo tale da poterle prendere appena scende dalla macchina. Sono – entrambe – fondamentali per lui quel giorno.
            c. borsa con documenti meno urgenti. Ho un vaghissimo ricordo di una ragazza che diceva che in una di queste borse c’era la sua tesi di laurea, di cui Moro era relatore. E’ facile immaginare che questa borsa sia nel portabagagli. La tiro fuori se ci sono dei tempi morti.
            d. borsa coi medicinali ed e. borsa con indumenti da viaggio. Queste sono borse ‘di riserva’ che stanno certamente nel portabagagli, e che certo non si porta dietro sempre. E’ giusto che stiano lì perché magari capita un’emergenza e devo partire in fretta. E allora mi porto dietro lo spazzolino da denti e le medicine per dormire.
            Bene. Come chiunque può vedere le borse a. e b. sono rimaste dov’erano. Per il resto ricordo che Moretti ha dichiarato che – piuttosto agitato – a fine agguato ha aperto il portabagagli per cercare le borse (e il mitra). Trovandone solo due. Evidentemente la a. e la b. infilate dietro al sedile, non le ha viste. Abbastanza ridicolo – a mio avviso – che si pensi che le abbia fatte portare a Moro. Moro, facilmente era già in quel momento trasportato verso l’auto che lo portava via. C’è un testimone? Mah, insomma, permetta di dire che non mi pare così strano pensare che si sbagli (che motivo mai ci sarebbe di farle portare a Moro?).
            Bene. Cosa sa Moro delle borse? Beh, non improbabile che sospetti, ripeto sospetti, che le borse a e b sono rimaste lì. Non può certo sapere cosa è successo subito dopo il suo prelevamento. Però – come dire – l’idea che sia sceso senza quelle borse è facile gli sia rimasta in mente. Poi c’è la borsa delle medicine. Su questa è invece molto probabile che – indirettamente nei giorni seguenti – abbia avuto notizie. Perché? Beh, semplice, perché il problema di prendere qualche farmaco l’avrà avuto. E’ facilissimo che abbia detto ai suoi carcerieri che quel farmaco era in quella borsa. Ora, su questo possiamo essere sicuri. I suoi carcerieri gli rispondono che quella borsa non ce l’hanno. (lascio a chi legge la semplice dimostrazione di questo assunto).
            Ora, Lei scrive che cerca incongruenze. Vediamo le due versioni a confronto e vediamo quale ne presenta di più.
            1. Moro è in via Fani. Viene trascinato via. Magari si ricorda anche di non avere preso le due borse dalla macchina. Di sicuro sa che i brigatisti non hanno quella coi medicinali. Ergo le borse sono rimaste in via Fani. Dentro la macchina. Chiedi a Rana di recuperarle. Incongruenze? Una: il testimone (unico) che sostiene che le trasportava lui allontanandosi da via Fani
            2. Moro non è in via Fani. Certo (riguardate la posizione della borsa a. e b.) sulla macchina ci era salito. Poi lo fermano. Gente importante. E gli dicono Presidente è in pericolo. Venga con noi. La scorta seguirà la sua strada. E invece è una trappola. La scorta prosegue senza il suo passeggero e viene massacrata. Moro non lo sa.
            Incongruenze: a. Moro scende dalla macchina senza prendere le due borse per lui fondamentali quel giorno. E non può certo accontentarsi del fatto che sono in macchina con la scorta. Se c’è un’altra auto che lo porta in parlamento lì ci devono essere quelle due borse. Se la scorta bucasse una gomma cosa fa? Si presenta e non fa il discorso? Dice aspettiamo?
            b. Se Moro non sa di via Fani è del tutto inutile che si ponga il problema di recuperare le borse. Le borse le ha Leonardi, amico di famiglia, sull’auto. Sicuro le ha già rese alla moglie.
            c. Se fosse successa una cosa del genere, se Moro fosse stato fatto scendere dall’auto di Leonardi causa pericolo imminente credo che la scorta, proseguendo il suo percorso sarebbe stata assolutamente tesa. Cioè dicono a Moro non proseguire su quelle macchine perché subisci un attentato e tu che sei su quella macchina, non tiri fuori il mitra dal portabagagli? Non hai la pistola in mano? Non sei ultra attento a ciò che succede?
            Ecco, come dire, quale delle due versioni, secondo Lei, presenta maggiori incongruenze?

            • Piero Laporta scrive:

              Le ho riferito di loschi figuri a tentare di contattarmi e provocarmi. Le basti. Se vuole continuare a interloquire sarà alle mie condizioni. Il mio succinto CV è in calce a ogni articolo. Non vedo perché non debba chiedere conto a chi voglia interloquire con me su questioni che già mi hanno creato non pochi fastidi.
              In tutto quanto ha scritto non c’è una risposta congruente alla richiesta di 5 borse. Due sono state prelevate, quali? La 24 ore nella foto non rassicura su nulla. Circa il discorso scritto, non è affatto detto. Era in grado di parlare per ore a braccio e lucidissimamente, non fu mai incomprensibile come poi lo hanno dipinto.
              Lei ha scritto:”Moro scende dalla macchina senza prendere le due borse per lui fondamentali quel giorno. E non può certo accontentarsi del fatto che sono in macchina con la scorta. Se c’è un’altra auto che lo porta in parlamento lì ci devono essere quelle due borse“. Questo è il punto su cui riflettere ma, a fortiori, non risolve l’incongruenza della richiesta di 5 borse (tra l’altro sequestrate dalla magistratura).
              In quanto al “disarmo” della scorta senza mitragliette, è spiegato anche questo nel mio articolo. E’ una mera congettura, verosimile tuttavia conoscendo certe procedure.
              ps: lei insegna all’Università di Venezia?

  3. giuliano scrive:

    Salve, prima di tutto ci tengo a dirLe che la ricostruzione è plausibile.
    Dopo svariate letture sul caso Moro o meglio, sull’affaire Moro per dirlo alla Sciascia, sono convinto che il tragico epilogo della vicenda sia stato volutamente determinato per riportare all’ordine e rimettere sui binari di Yalta la politica (e la società) italiana. Non si poteva realizzare. Anzi non avrebbero mai permesso che fosse messo in pratica il progetto Moro-Berlinguer se non dopo il 1989, ovvero dopo la caduta del muro di Berlino, essendo l’italia una sua diretta propaggine nel Mediterraneo, verso il medio oriente.
    Perciò la Sua ipotesi non mi stupisce, sappiamo bene con chi abbiamo avuto a che fare.
    Siamo stati, e forse sotto certi aspetti lo siamo ancora, una Repubblica a sovranità limitata.
    Nell’affaire More tre date sono determinati: 16 marzo, 18 aprile e 9 maggio, e sui fatti in questi giorni accaduti occorre fare chiarezza, solo così capiremo quel che successe nei 55 giorni che di fatto hanno condizionato l’Italia tutta.
    Partiamo dal 16 marzo.
    I Servizi (praticamente disinnescati per la repentina e quantomeno incauta riforma, messa in atto contro i tempi della legge stessa di riforma) quel giorno sono in via Fani, c’è addirittura un Colonnello nonchè istruttore di “Gladio” presso la base di Capo Marrargiu in Sardegna, perchè? con quale compito?
    C’è anche un particolare importante da chiarire, è stato sentito e anche visto un elicottero sulla zona, pochi minuti dopo la strage, senza segni distintivi delle forze di polizia. C’era allora un posto nelle immediate vicinanze di via Fani dove avrebbe potuto atterrare…..

  4. Stefano Rolando scrive:

    Questo torrente di logica mette in comunicazione quelle poche pietre giacenti nel mio alveo in secca,
    ancora una volta GRAZIE

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