Theodore Shackley, da Via Fani a Bologna? – di C.L. Ravarino

OltreLaNotizia ha il piacere e l’onore di ospitare Cristiano Lovatelli Ravarino, giornalista di respiro internazionale, al quale siamo davvero molto grati. Egli apre sorprendenti finestre su pezzi importanti della storia italiana, offrendo un ritratto veritiero e originale d’uno dei più discussi personaggi statunitensi, lo spymaster Theodore Shackley.

di Cristiano Lovatelli Ravarino

In un suo recente fascinoso libro “Attacco all’Italia. Ustica e Bologna”, Paolo Cucchiarelli mi dedica alcune pagine definendomi un sofisticato “agente d’influenza americano in Italia”, definizione intrigante e di non facile lettura; per la vulgata, temo una sorta di agente della Cia, con la penna invece della pistola.

Forse sorprenderò qualcuno, se dovessero chiedermi se è vero o è falso, io posso solo onestamente rispondere: non lo so. Nel mio piccolissimo ho sempre cercato di fare da ponte (delle barche magari) tra la cultura americana e quella italiana (sono italo americano) avendo però di quest’ ultima rispetto in primis della sinistra e anche dell’estrema sinistra, e oltre. Domanda: ha mai tradito il suo codice giornalistico in favore di qualche entità superiore magari americana? Raramente, ma sinceramente sì.

Lettere di Aldo Moro e un vaso rotto sulla sua testa

Quando la straordinaria incorruttibile grafologa del caso Moro, Lia Conte Micheli, consegnò a mia madre, Mariacarla Maccaferri ( fu lei la prima ad escludere – in una Italia che lo sosteneva – che Moro negli scritti fosse manipolato ) le due lettere cui lo statista più teneva (una alla fidanzata segreta di cui, per inciso, la moglie si accorse poche ore prima del sequestro : l’ecchimosi sul capo di Moro era dovuta a un vaso che la moglie gli aveva rotto in testa per gelosia non alle brigate rosse, la seconda sui conti segreti della Democrazia Cristiana in Canada) che a sua volta le consegnò a me; io non ci feci un articolo né le consegnai all’Ambasciata Americana (presumibile loro desiderata destinazione ) io le consegnai a Theodore Shackley .
Qualcuno potrà pensare che questa sia fantascienza ma non lo è. La Conte Micheli era stata in pratica allevata dai miei nonni materni; mia madre per lei era come una sorella quando, scavalcando i soliti canali, le Brigate Rosse le fecero fecero pervenire le due lettere, lei si ricordò che la mamma aveva sposato Mario Ravarino, creatore dell’ Italian branch della Chase Manhattan, in ottimi rapporti con l’Ambasciata Usa (fu anche consigliere finanziario dell’ Ambasciatore Volpe ). In quel periodo mia madre stava divorziando e affidò a me le due lettere – da consegnare all’Ambasciata.
Io invece le affidai a Theodore, leggermente più importante di tutte le Ambasciate americane d’Europa. A proposito, c è qualcosa di peggio che rinunciare a uno scoop: è scrivere lo scoop sotto dettatura, come accadde per il più grande scoop di tutti i tempi, il Watergate.
Sono consapevole che faccio la figura dell’iconoclasta cencioso, che sputa sul monumento, ma sottopongo a chi mi legge alcune umili riflessioni/informazioni. ù

Watergate contraffatto sotto dettatura

Prendiamo uno dei due coautori dello scoop del secolo Carl Bernestein. Ha mai fatto qualcosa di importante, giornalisticamente, dopo il clamoroso colpo? Nulla, tranne affiorare nelle cronache per le sue avventure con attricette di second’ordine con l’attempata Liz Taylor o per guida in stato d’ebbrezza. La storica proprietaria del giornale, Katharine Graham, non l’invitò neanche per il 70esimo anniversario del giornale.
Con Bob Woodward il discorso è diverso, la carriera l’ha fatta, ma in senso diametralmente opposto alla logica del Watergate: da giornalista dell’antipotere a “giornalista del potere”.
Quando un Presidente degli Stati Uniti vuole autocelebrarsi, con una elegantissima compiacente intervista, a chi la concede? A Bob Woodward. A proposito, sapete dove lavorava prima che al Washington Post? Fu responsabile dell’Ufficio Stampa dei Servizi Segreti della Marina degli Stati Uniti… illuminante, se posso permettermi.
Il bellissimo film che celebra “Tutti gli uomini del Presidente “, dove sembra che le loro controfigure, i bravissimi Robert Redford e Dustin Hofmann, rischiano la pelle, producendosi in miracolose ricostruzioni dei misfatti di Nixon, un faticosissimo indizio dopo indizio, attuando un giornalismo eroico, è quindi un… falso storico.
Woodward e Bernestein scrissero “sotto dettatura” del vice direttore del FBI Mark Felt, la famosa Gola Profonda (perché quanto io definisco “Sovrapotere”, decise di sputtanare Nixon, invece di ucciderlo, usando due allora sconosciuti cronisti del Washington Post, è un’altra storia). Non molti anni fa, essi hanno ammesso la dettatura pur sempre rivendicando il proprio storico contributo investigativo: I apologies, rimase in realtà quello di amanuensi.
Insomma, se pensate che da giornalisti, sfidare il Potere, anzi il Sovrapotere sia facile, state continuando a leggere solo sul libro dei sogni .

Theodore Shackley

Chi fosse Theodore Shackley – a proposito di una persona che il Sovrapotere lo ha incarnato come nessun altro – (e a cui il libro di Cucchiarelli mi lega strettamente) lo ha detto meglio di altri Oleg Kalugin, leggendario Kgb former major general of foreign counterintelligence:
«Il più bravo, il più pericoloso, il più diabolico dei nostri avversari. Il più grande patriota che l’America abbia mai avuto».
Theodore, simulava di conoscere a malapena l’inglese, comprendeva invece perfettamente dieci lingue e almeno trenta dialetti; quando gli presentavano un funzionario russo, cinese, tedesco, italiano, ecc. balbettava goffamente tre parole nella loro lingua. Quelli ridevano rassicurati, continuando a parlare fra di loro, magari di cose delicatissime ed egli prendeva appunti con la sua memoria di ferro.
Gli attribuivano una rete mondiale di spie (spesso la migliore spia era… egli stesso) connessi direttamente a lui e non ai vertici della Cia, cosa che a Langley creò malumore e spiega tra l’altro come mai non ne divenne mai il Direttore, cosa che lo ferì e disgustò tutta la vita. Non di meno, molti in segno di rispetto io lo chiamavano “Director”, e lo fu per antonomasia diciamo.
Aveva uno sguardo che ti rasoiava dalla cima dei capelli fino alla punta dei piedi e sembrava dirti: conosco tutti i tuoi peccati, anche quelli gravi, ma ti autorizzo a commetterne di ben peggiori se puoi essermi utile.
Era anche un buon giornalista o meglio saggista … Scriveva regolarmente – con articoli spesso preveggenti – per The Journal of Defence and Diplomacy. Il suo articolo del 2 Febbraio 1987 in cui smentiva punto per punto il suo coinvolgimento in traffico internazionale d’armi ed esplosivi non trovò, nel pur a lui ostile Washington Post che lo ospitava, nessuna grande firma in grado di replicargli.
Vorrei ora dipanare un grosso equivoco, nel tempo divenuto inquietante. Di recente mi ha scritto Richard Finney, stesso nome del padre ex operativo della Cia, ottimo scrittore, amico personale di Theodore, al quale si deve la famosa compiacente autobiografia “Spy Master – My Life In The CIA” (“Spymaster was written by my father, also named Richard Finney, who was a CIA operations officer from 1950-1977 and served with Ted Shackley in Florida, Germany, and Vietnam, and then worked with him for many years after they both left the Agency”)[1], chiedendomi se avevo ereditato qualche sua funzione nell’intelligence americana (l’email è a disposizione dei colleghi scettici, in caso).

Theodore Shackley e l’Italia

Impossibile. I beg your pardon !?! Io sono solo un povero diavolo con qualche contatto e spero un discreto giornalista. L’unico vero erede che abbia mai avuto Theodore (Ted gli dava fastidio come nomignolo ) è Michael Ledeen.
Michael (da molti anni forse il più ascoltato analista sull’Italia dai Presidenti degli Stati Uniti, ma non di tutti ), fu anche socio in affari di Shackley, anche in Italia.
Come ricorda l’amico Francesco Pazienza (ammettiamolo il nostro unico James Bond credibile di questi anni) durante la gestione Santonico, per 200mila dollari vendettero al Sismi un corso sull’antiterrorismo.
«Una buffonata» chiosa Pazienza «io mi rifiutai di venire coinvolto, invece Armando Sportelli direttore della prima divisione e Pasquale Notarnicola della seconda ebbero l’animo di parteciparvi a Palazzo Braschi».
L’irritazione di Pazienza è comprensibile anche perché ha sempre sostenuto di aver ricevuto da Ledeen il furto spionistico del secolo (il cosiddetto Billygate ma questa è una storia che merita di essere rievocata a parte). Io stesso chiesi a Shackley rispettosamente se il tutto non era stonato rispetto alla sua immagine di templare dell’americanità duro e puro .
«Mah, sai, quando un servizio segreto amico e stimabile, come quello italiano» rispose ironico «ti accorgi che è capeggiato di fatto da un cretino[2]  pensi sia ora di dargli una mano».
A proposito di rapporti tra servizi segreti italiani e americani, Generale Notarnicola mi rivolgo idealmente a lei (scomparso poco dopo la recente crudele impressionante intervista fattele da Report), come si fa ad avvallare come lei ha fatto un falso plateale del Kgb, quantunque ben confezionato, come “Il Field Manual ” quale prova dell’ingerenza criminale della Cia in Italia ?
Si direbbe che lei credesse non fosse un falso del Kgb perché Gelli lo millantava come una prova esclusiva del suo rapporto privilegiato con la Cia (ridicolo!).
Da illusionista qual era lo nascose nel sottofondo della valigia della figlia, così avvallandone la presunta segreta unicità. In quel medesimo tempo quel volume era vendita in qualunque libreria degli States: Com’è possibile, Notarnicola, che lei non sapesse? E se le sapeva, perché lo ha detto?
Forse Theodore e Ledeen – con tutto il rispetto che le si deve, tanto più alla memoria – più che un corso sull’antiterrorismo, avrebbero dovuto fare un corso sull’ essere meno ingenui.
Se guardi l’abisso, l’abisso scruta te, ammonisce la Bibbia. Io l’abisso l’ho scrutato, ma ho distolto subito lo sguardo, non sono un eroe. Non era facile fare domande a una persona che aveva coordinato le azioni coperte in Vietnam, Laos, Cambogia e Germania e chissà quanti altri posti, una persona che a un convegno della Trilateral vidi trattare tre Presidenti degli Stati Uniti come scolaretti; una persona che recandosi spesso nel Maine da Bush father e la moglie Barbara (che peraltro di TS diffidò sempre “Era sontuosa nell’offrirmi da bere- mi confidò una volta – ma anche se era ora di pranzo o cena si limitava a portare delle tartine: mi lanciava un segnale”) per lamentarsi della pessima moralistica conduzione del capo della Cia, Stanfield Turner, che finì per coordinare dietro le quinte l’elezione del primo Presidente Bush salvo poi abbandonarlo e non rivelargli quanto Clinton potesse essere pericoloso negli scontri dialettici diretti, cosa che George Herbert non gli perdonò mai.

Io e Theodore Shackley

Nessuno a suo tempo capì come fossi riuscito a ottenere da Bush father una delle più lunghe interviste della sua vita, nella quale disse cose terribili e mai smentite. Basti ricordare che egli svelò, che quando era Direttore della Cia, la sedicente integerrima liberal di sinistra, titolare del Washington Post, Katharine Graham, gli chiedeva dossier segreti per sabotare i propri avversari.
Ovviamente ci riuscii grazie a Shackley, anche perché – rischio, me ne rendo conto, di passare per mitomane- ogni tanto, a parte le due lettere di Moro, riuscivo persino a fornirgli delle notizie, come dire che ogni tanto davo a Maradona suggerimenti sul dribbling.
In due o tre occasioni ho persino contribuito in operazioni di intossicazione informativa. Per me fu un gioco, non certo spionaggio, anche perché non ho mai accettato un soldo. Problemi familiari e nevrosi caratteriali mi avevano relegato a Bologna, città a me ostile, estranea, per di più torrida e ai margini della Impero. La collaborazione con Shackley mi fece in fondo sentire meno provinciale.
A fine anni ottanta il Consorzio Universitario Bolognese acquisisce l’ultimo super computer Cray[3] installandolo a Casalecchio.
«In questo momento è il più veloce d’Europa» mi avvertì Shackley «sappiamo che i sovietici ci stanno girando attorno, come api fameliche. Tu che per un ottavo sei russo (in effetti una mia bisnonna era una Taube erano i reggenti dell’ Imperatore a San Pietroburgo ) e sei in buoni rapporti con corrispondenti dall’Est, devi darci una mano. In pratica ti verranno consegnati i codici sorgente che tu consegnerai al tuo amico collega Claudio Buttazzo, a lungo brillante giornalista a Radio Praga, e in ottimi rapporti coi servizi dell’Est, anche perché la bellissima moglie cecoslovacca che lui lo sappia o meno è una fonte del Kgb. D’altronde sei credibile. hai intervistato Andropov e per un ottavo sei russo. Chi non ti crederebbe, se simulassi di essere segretamente dalla loro parte
Divertentissimo! risposi con sconsiderata allegria. Il gioco in realtà poteva farsi pesante. Ma scusi Director perché dovremmo dare questo vantaggio ai russi?
«Perché i codici sorgenti sono stati modificati quel tanto che sembreranno maestose autostrade che non portano però a nulla. Quando se ne accorgeranno, il più tardi possibile, avranno solo perso tempo».
Partecipai all’inaugurazione, mi dettero i codici sorgente (centinaia di pagine di algoritmi e numeri dove non capii una sola parola ) e invitai l’amico Claudio in osteria.
Non fu facile fingere di essere filocomunista con chi comunista lo era davvero, ma in quel periodo la moglie lo stava lasciando e quanto egli le avrebbe portato in dote era un piatto troppo ghiotto. Passarono alcune settimane e Buttazzo mi invitò a bere non stava nella pelle:«Cristiano i compagni non sanno come esprimerti la loro gratitudine !! Dovunque tu voglia andare Praga, Mosca, sarai lussuosamente loro ospite per tutto il tempo che vorrai, belle fanciulle comprese».
Mi schermii dicendo che era troppo pericoloso e avrei compromesso i miei rapporti con gli americani. A Claudio vennero le lacrime agli occhi:«Sei un grande uomo» mi disse con la voce rotta dalla commozione.
Ci salutammo a pugno chiuso. Io improvvisamente mi sentii una merda. Caro Claudio, a distanza di tanti anni, ti chiedo scusa di tutto cuore e spero i tuoi problemi di salute siano definitivamente superati: un abbraccio e scusami ancora.
Torno alla mia asserzione da mitomane, secondo cui al vero creatore del Secret Team ogni tanto riuscivo a fornire notizie. Be’ nessuno è onnipotente od onnisciente, non lo fu neppure Theodore Shackley.
Una volta sentii in lui un tono quasi imbarazzato, che mi lasciò di stucco: «Christian ehm…so che hai uno straordinario rapporto col famoso pittore Francis Bacon, il quale, a sua volta, ha un bellissimo rapporto con la principessa Margaret[4]  ecco si ehm…lei lo adora, reputandolo un bellissimo garbato diplomatico, in realtà è il nostro uomo di controllo sulla Casa Reale Inglese. Ehm, potresti chiedere se la principessa sa dove si trovi ora? Anche perché credo sia un po’ innamorata di lui».
In che senso dove si trova? Chiesi goffamente.
«Nel senso che è scomparso». Replicò, scuro in volto. Bacon, per chi lo conosceva veramente, detestava parlare di pittura ma adorava parlare di complotti, guerre, gialli internazionali e così via. Suo nonno, Mortimer, aveva creato il controspionaggio in Inghilterra.
Non ebbi alcun problema a chiederle dove fosse Bacon. Dopo due settimane mi fece sapere che secondo Sua Altezza “si trovava a Mosca”.
«Jesus fuc…Jesus Christ !!!» esplose Theodore Shackley quando glielo dissi. Insomma avevo dato il mio piccolo contributo a scoprire un pericoloso doppiogiochista. Doveva essere molto importante: Shackley non l’avevo mai prima sentito bestemmiare. Mi invitò persino a pranzo nel ristorante allora preferito degli americani a Roma l’Osteria dell’Orso e ordinò Dom Perignon. Era il suo modo di ringraziarmi.

Ustica, Bologna, via Fani

Grazie anche alle prestigiose bollicine e sentendomi apprezzato per la prima volta ebbi il coraggio di fargli domande delicate.
Director ma cosa è successo veramente a Ustica? E noi c’entriamo qualcosa col sequestro Moro e il 2 Agosto?
Shackley mi telegrafò uno sguardo indefinibile dove irritazione, compatimento, sorpresa (nessuno osava fargli domande di quel tipo ) si mischiavano nelle giuste dosi, poi con quello che coraggiosamente poteva essere definito un sorriso mi disse:
«Vedi Christian, come diceva il capo del Kgb Andropov – grande uomo a mio avviso[5] – un segreto protetto è potere, un segreto rivelato è democrazia: cioè non serve a nulla.Tu tra l’altro sei l’unico giornalista d’origine americana che l’abbia davvero intervistato: che impressione ti fece?»
Sinceramente Director, è l’unica persona al mondo che emanasse un carisma pari al suo.
«Davvero?» un enorme raggio di compiacimento gli illuminò il volto «lo prendo come un complimento».
So che Paolo Cucchiarelli gradirebbe avere da me avvalli o meno se il Secret Team (l’organismo che Shackley coordinò dagli anni sessanta per destabilizzare molti paesi orientali) c’entri qualcosa con i misteri Italiani. Io posso solo documentare – senza minimizzare né enfatizzare – quel poco che ho saputo o intravisto.
So che dovrei dire a questo punto dove quando come ho conosciuto Shackley ma la sua figura è stata demonizzata e non voglio creare problemi a nessuno. Contò che mio padre fosse in quel periodo il più importante banchiere statunitense in Italia e un suo cugino uno dei leader della Secret Functionaries list of the Pentagon.
Questo garantì che potevano fidarsi di me, come fonte sull’Italia. Torniamo ai “misteri” italiani. Quando gli portai le due lettere di Moro in pieno sequestro[6] rimase per un attimo sbigottito (non ricordo sia mai più successo ), poi gli sfuggi questa frase:
«Il postino brigatista che ha portato le lettere alla grafologa era ** ?»
Fece un nome, poi emerso diverso tempo dopo per il sequestro di Aldo Moro.
Io questo nome non lo ricordo; se anche lo ricordassi, non lo direi, perché dato l’andazzo di certo giornalismo italiano, si malignerebbe subito che era lui l’infiltrato. Ora anche i brigatisti rossi meritano rispetto. Non certo per gli omicidi, non certo per il sequestro Moro; tutti quelli che ho intervistato erano intellettuali, ci credevano, nonostante la follia del loro progetto rivoluzionario. Hanno meritato la galera ma non di essere sospettati di essere idioti al soldo dell’America o della Russia.
Al tempo stesso Shackley dormiva da Umberto Federico d’Amato, che aveva mille orecchie nei movimenti eversivi e Shackley aveva il controllo di satelliti in grado di seguire chiunque (tra cui appunto il postino br delle due lettere di Moro alla grafologa).
L’America dietro il sequestro Moro? Non ci crederò mai. L’ America sapeva tutto vedeva tutto coi satelliti e cinicamente non fece nulla per impedirlo? Proprio come l’Unione sovietica? Non posso escluderlo. Ricordo un’altra sola domanda che ebbi l’improntitudine di fargli sul sequestro Moro.
Scusi, Director, ma in via Fani dove tutti i brigatisti sparano in modo maldestro e un solo sniper riesce a centrare i bersagli chi era veramente questo tiratore scelto?
«Couldn’t be talkative about that Christian». Questo non posso dirtelo, Cristiano. Non disse non lo so. Mi lanciò uno sguardo che avrebbe traforato un muro.
Sul 2 Agosto invece le cose col Secret Team sono più complesse. Il Secret Team fine anni settanta non esisteva più ma esistevano gli ex, i quali avevano un solo Dio: non era il Presidente degli Stati Uniti, non era il capo della Cia…era Theodore Shakley.
Fra questi allora c’era purtroppo anche Ed Wilson. La storia è troppo nota. Wilson a fine anni settanta traffica C4, armi e droga coi libici e non solo con loro.
Theodore ha sempre negato di essere coinvolto, ma certo non era disinformato. Quello che pochissimi sanno è che l’allora già latitante Wilson a fine anni settanta si nascondeva in Italia, tanto è vero che nel 1980 l’assistente procuratore Larry Barcella (un grande magistrato che per primo e unico ne capì la pericolosità ) l’incontrò a Roma per trovare un accordo ma non se ne fece nulla.
Wilson pretendeva l’immunità totale .Il ricordo che mi perseguiterà tutta la vita è la faccia stravolta di Shackley (mai visto così ) che nel suo ufficio romano ai primi del 1980 mi chiede:
«A Bologna c’è qualcosa di speciale in questo periodo? Un congresso internazionale, delegazioni arabe, libiche?»
Non mi risulta… perché? Risposi interdetto.
«Wilson, un mio ex collaboratore, a fucking asshole, un pazzo, in queste settimane si è recato a Bologna più volte non capisco cosa ci sia andato a fare».
Io non ci detti peso a me quel nome non diceva nulla. Con la consapevolezza di oggi, dopo la scoperta del bravissimo Pellizzaro della pista palestinese, sapendo quanto i palestinesi erano amati da Gheddafi a cui Wilson vendette quintalate di C4, vengono i brividi.
Solo grandi giornalisti investigativi come Pellizzaro Paradisi o Cucchiarelli potranno forse un giorno trovarci un nesso col 2 Agosto, cosa che da italoamericano non mi auguro.
L’ultima volta che vidi o meglio sentii Shackley fu nel giugno o giù di lì del 2002. Da anni non si faceva vivo. Da tempo era fuori dall’Agenzia; mi giungevano echi delle sue battaglie legali; il mito, per quanto terribile, s’era ridotto a ricorrere agli avvocati.
Quando squillò il cellulare e riconobbi la sua voce, notai subito che era molto flebile ma soprattutto molto strana. Iniziò a divagare affettuosamente, mi chiese come stavano tanti comuni conoscenti erano rimasti in Italia.
Lo Shackley da me conosciuto si faceva vivo solo per dare ordini e impartire compiti. A quel punto gli chiesi come stesse di salute (mi erano arrivati echi preoccupanti). Scoppiò a ridere di cuore:
«Caro Christian sulla mia tomba vorrei fosse scritto: “Forse non fu un eroe ma non fu mai patetico”. Tutto a posto non ti preoccupare. E grazie, grazie di tutto, Cristiano» (mai mi aveva chiamato in italiano).
Non ho mai capito perché mi avesse ringraziato. Forse perché per quel poco o più di tanto che ho fatto non ho mai voluto nulla in cambio, tanto meno soldi. Morí pochi mesi dopo. Forse fu il suo modo di congedarsi dalla vita, telefonando alle pochissime persone che aveva stimato, il suo modo di congedarsi dall’Inferno del mondo. Le cui fiamme per così tanto tempo e come nessun altro aveva alimentato.

[1] «Spymaster è stato scritto da mio padre, chiamato anche Richard Finney, che è stato un ufficiale delle operazioni della CIA dal 1950 al 1977 e ha servito con Ted Shackley in Florida, Germania e Vietnam, e poi ha lavorato con lui per molti anni dopo che entrambi hanno lasciato l’Agenzia».

[2] riferimento all’ex capo della P2, Licio Gelli, NdR

[3] Cray Inc., è nella Hewlett Packard Enterprise, produttore di supercomputer americano con sede a Seattle, Washington. Produce anche sistemi per l’archiviazione e l’analisi dei dati. Diversi sistemi di supercomputer Cray sono nella TOP500, la classifica dei supercomputer più potenti al mondo.

[4] fu Margaret, considerandolo il loro grande genio, a organizzargli la festa di compleanno per il suo settantesimo compleanno a Buckingham Palace: onore mai concesso credo a nessun altro common/privato.

[5] Similia similibus attrauntur, NdR

[6] Non in Ambasciata a Roma lui diffidava anche dell’ambasciata Americana. Certi funzionari speciali avevano uffici propri, un altro ad esempio fu Hugh Montgomery…ambedue spesso dormivano da Umberto Federico d’Amato, uno dei tre italiani di cui si fidassero.

Informazioni su Piero Laporta

Dal 1994, osservate le ambiguità del giornalismo italiano (nel frattempo degenerate) Piero Laporta s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come d'altronde sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico, non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.
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2 risposte a Theodore Shackley, da Via Fani a Bologna? – di C.L. Ravarino

  1. salvatore ricciardini scrive:

    A naso ho sempre pensato che il carico esplosivo viaggiava con gli arabi/palestinesi ,ma non volevano farlo saltere a Bologna.A farlo saltare hanno pensato altri nemici giurati dei palestnesi.Cosa ne dice? Per Ustica bisognava chiedere a chi quella sera era in servizio
    a Martina Franca al terzo SOC

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