LE TASSE RISCOSSE DAGLI EVASORI – di Luciano Prando

È demenziale uno Stato che utilizzi quali esattori un incontrollabile quantità di cittadini dediti all’evasione o quanto meno interessati a pagare le tasse in misura quanto minore possibile. Ebbene, è quanto fa lo Stato italiano la cui riscossione dei tributi passa in larga misura attraverso 6 milioni di imprese. Così fa l’Italia, così fanno molti altri Stati, mentre si blatera di “lotta all’evasione”.

Sei milioni di imprese riscuotono Iva, Irpef e contributi pensionistici per 350 miliardi all’anno. La torta è ghiotta e grossa abbastanza per indurre a tenersene ciascuno una fetta.
Il sistema Iva è il più demenziale, col vorticoso trimestrale “somma e sottrai” dell’Iva incassata e pagata allo Stato. Basterebbe eliminare questa imposta dalle fatture tra imprese, come avviene per le operazioni import/export infra europee, concentrandone l’applicazione solo sul venduto al consumatore finale, metodo USA(sale tax – tassa sul venduto). Le imprese che vendono al consumatore finale sono solo circa un milione; è più facile tenerle sotto controllo. Lo Stato potrebbe inoltre ricevere immediatamente il dovuto, incentivando il pagamento elettronico. In tal modo non attenderebbe tre mesi e si eviterebbero numerosi e farraginosi controlli amministrativi.
L’entrata Iva prevista per il 2021 è un malloppo di 120 miliardi, al netto del reverse charge (Iva pagata allo stato dal compratore e non dal venditore), richiesto per le commesse pubbliche (una posta di bilancio statale a sommatoria zero), stimata in 30 miliardi.
Seconda in classifica per demenza viene l’Irpef (imposta sul reddito delle persone fisiche). Oggi, stipendi, salari e compensi di varia natura passano obbligatoriamente attraverso le banche; esse potrebbero suddividere il dovuto fra Stato e percettore. Si insiste invece a far trattenere dall’impresa quanto dovuto allo Stato. Ogni trimestre, l’impresa versa attraverso la propria banca quanto dovuto allo Stato, anch’esso obbligato ad altrettanti farraginosi controlli amministrativi. 
Le entrate Irpef 2021 sono attorno ai 200 miliardi. Il malloppo dei 6 milioni di imprese è di circa la metà: 30% sono poste virtuali (Irpef sulle pensioni e sulle retribuzioni dei dipendenti pubblici segnata sia in entrata che in uscita, sommatoria zero), il rimanente 20% proviene dagli autonomi.
Il giochetto è basato su una falsità: si lascia intendere che il dipendente paghi questa imposta proporzionalmente al suo reddito, secondo quanto prescrive la Costituzione.
In realtà il datore di lavoro che tira fuori i soldi: si tratta quindi di una tassazione sul lavoro, un aumento del costo del lavoro che danneggia la nostra economia rendendo le nostre merci meno competitive.
Se si volesse veramente una tassazione giusta, l’Irpef sui dipendenti privati andrebbe abolita trasferendone il carico sui consumi, cioè sull’Iva: chi più consuma più paghi, chi consuma lusso paghi ancora di più.
Dal punto di vista dei prezzi finali non cambierebbe nulla poiché il maggior carico fiscale verrebbe compensato dal minor costo alla produzione, con una ulteriore sopravvenienza attiva per la nostra economia dato che le merci importate sarebbero gravate di maggior imposte senza godere di riduzione di costi.
Terza in demenzialità, alla pari con l’Irpef, per le stesse ragioni, viene la riscossione dei contributi pensionistici da parte dello sterminato esercito di imprese.
Il malloppo nelle loro tasche (dati Inps 2020) ammonta a 130 miliardi, al netto di quanto versano gli autonomi e lo stato per i dipendenti pubblici. Anche i contributi pensionistici potrebbero, come l’Irpef, venir quindi gestiti in banca, saltando il passaggio nelle casse dell’impresa.
Irpef e contributi pensionistici formano il famigerato cuneo fiscale che in Italia (con Belgio, Olanda, Francia e Germania), pesa insostenibilmente un euro per ogni euro netto in tasca al lavoratore, mentre tutti gli altri paesi non superano i 50 centesimi per un euro netto in tasca.
Gli effetti negativi sono sotto gli occhi di tutti: salari e stipendi netti troppo bassi, bassi consumi, nessuno produce in Italia, anzi delocalizzazione selvaggia di fabbriche sia di proprietà italiane che straniera, scarsa competitività delle nostre merci per cui la metà dei nostri consumi è rappresentato da importazioni ossia nostra ricchezza che ingrassa gli altri paesi; agli ultimi posti in Europa nel tasso di occupazione della forza lavoro, 15 milioni di dipendenti privati più 4 milioni di autonomi che devono mantenere 41 milioni di concittadini tra pensionati, dipendenti pubblici e nullafacenti di varia natura, e c’è chi vorrebbe più immigrazione, chi più nascite, chi di più di ambedue.
Belgio ed Olanda, che vivono di servizi su virtuali e false operazioni di import-export, attività legali e di dubbia legalità, usano l’alto cuneo fiscale come tassazione indiretta su tali servizi; la Germania lo investe nell’export delle sue multinazionali; la Francia nella finanza per acquisire marchi, quote di mercato e know how stranieri e nella sua industria statale.
Da noi il re è nudo; il sur plus derivante dall’eccessivo cuneo fiscale lo utilizziamo per le spese correnti, gli interessi ed il contenimento del debito. L’attivo di bilancio prima degli interessi che rende asfittico il nostro Pil cui il fisco sottrae più di quello che restituisce.
Non solo, l’asfissia sistemica della nostra economia appena descritta, promuove l’accumulo del risparmio, ormai superiore al valore di un anno di Pil, che viene utilizzato in investimenti finanziari internazionali; altra nostra ricchezza che va ad ingrassare altri paesi.
Siamo come un auto cui è rimasta funzionante solo la marcia indietro: sta ferma o, se si muove, arretra.
Per invertire il verso di marcia avremmo bisogno di cambiamenti di immediata applicazione lasciando perdere le riforme di lungo periodo, che, nella imprevedibile liquidità globale di questi momenti, non sono ipotizzabili.
In questo quadro, senza ombra di dubbio, il totale abbattimento del cuneo fiscale costituirebbe, teoricamente, il razzo vettore che rimetterebbe in orbita la nostra economia, ma, in termini di impatto pratico, sarebbe impossibile trasferire di colpo sui consumi 250 miliardi di imposte (Irpef più contributi pensionistici dei dipendenti privati), la metà forse sì.
Un soppesato rimaneggiamento di tasse, spese e metodi d’esazione potrebbe portare, nella peggiore delle ipotesi, ad un cuneo fiscale inferiore a 30 centesimi per euro netto in tasca.
Col somma/sottrai attuale, ogni 10 euro di Iva che paghiamo alla cassa almeno 2 si sono perduti nei buchi legali ed illegali del sistema. Se applicassimo la tassa sul venduto al consumatore finale, questa perdita verrebbe quasi azzerata. Togliere alle imprese la funzione di esattori, recupera 10% di Irpef e contributi pensionistici, ingoiato da trucchi vari.
Ma, soprattutto, tendendo all’azzeramento del cuneo fiscale, la nostra produzione aumenterebbe grazie alla competitività riconquistata aumentando proporzionalmente le entrate fiscali, si ridurrebbe la piaga del lavoro e delle transazioni in nero, non più convenienti, regolarizzando buona parte dei lavoratori del sommerso oggi stimati dalla CGIA di Mestre in oltre 3 milioni.
Investendo il nostro risparmio nella finanza internazionale di fatto si compra un bene che ingrassa la ricchezza altrui, ma lo stato, demente, si fa complice tassando solo l’eventuale plus-valenza alla vendita.
I beni finanziari internazionali andrebbero assoggettati, come tutti gli altri beni, ad un’aliquota Iva all’acquisto e non tassando solo l’eventuale utile alla vendita.  
Per questo cambiamento basta un clic; perché non lo si fa?
L’attuale “sistema” è demenziale solo per lo Stato: dei 350 miliardi che passano tra le mani delle imprese ne rimangono un po’ appiccicati alle loro dita; trattenendo inoltre versamenti per un trimestre, si trovano una decina di miliardi in prestito senza interessi.
I capitali in nero fanno gola a tutti: politica, finanza e multinazionali.

Informazioni su Piero Laporta

Dal 1994, osservate le ambiguità del giornalismo italiano (nel frattempo degenerate) Piero Laporta s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come d'altronde sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico, non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.
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