La Palestina, un Gorgo Infernale

Quando il conflitto fra palestinesi e israeliani rinfocola, stampa e opinione pubblica si polarizzano come tifoserie calcistiche. Per esaminare l’ulteriore sviluppo della violenza in Palestina partiremo dalle radici storiche del problema e arriveremo infine ai giorni nostri. Separeremo i fatti dalle opinioni e, al termine, ognuno avrà modo di concludere.

1916, Palestina non esisteva
Autorevoli storici sostengono la preesistenza d’una nazione palestinese al primo dopoguerra, documentata, a sentir loro, dall’accordo segreto del 1916 tra francesi e inglesi (leggi qui The Sykes–Picot Agreement) per la spartizione delle aree di influenza sull’Asia Minore. Anni addietro questa tesi fu udita anche durante una lezione di storia militare, nella Scuola di Guerra dell’Esercito. Tale falsità è offerta anche da molti docenti (sic) di storia. Tale asserita (e falsa) preesistenza d’una nazione palestinese al primo dopoguerra contribuisce a irrobustire la catena dell’odio.
François Marie Denis Georges Picot, diplomatico francese, era prozio di Valéry Giscard d’Estaing, presidente della Francia dal 1974 al 1981. Col pronipote condivise molte qualità: oltre all’intelligenza affilata, sicuramente un disinvolto pragmatismo sconfinante nel cinismo. Picot portò a casa un notevole bottino mediante l’accordo segreto sull’Asia Minore, stipulato col britannico Mark Sykes, dopo una trattativa prolungatasi fra novembre 1915 e marzo 1916.
Il colonnello Sykes godette l’incondizionata fiducia del suo governo per conto del quale spartì il Medio Oriente in due aree di influenza, assicurando alla Gran Bretagna comunicazioni sicure dal Mediterraneo alle Indie, controllando il territorio oggi corrispondente grosso modo a quello di Israele, Giordania e Iraq. La Francia ebbe Libano e Siria.
Sykes portò il risultato alla Conferenza di pace di Parigi, apertasi il 18 gennaio 1919, ma non ne vide la conclusione: lo fulminò la febbre spagnola un mese dopo. Giusta punizione per i confini tracciati con riga e compasso, i confini che oggi ci creano tanti problemi? Se l’avesse scampata forse la spartizione sarebbe stata meno brutale? Inutile congetturare. Importante è invece rilevare l’assenza di qualunque riferimento a “Palestina” nell’accordo franco-britannico.
Quel territorio era parte dell’impero ottomano come somma di più province: Sangiaccato[1] di Gerusalemme, Sangiaccato di Nablus, Sangiaccato di Gaza, Sangiaccato di Acri, con una parte del Vilayet di Siria e del Vilayet di Beirut. Pur tuttavia in quegli anni era cominciata la confusione che tuttora imperversa e ha fatto comodo a molti, specialmente quanti avevano da guadagnare sul mercato del petrolio grazie alle tensioni, generosamente procurate in quell’area, dai cartelli petroliferi, da mussulmani a spese dei palestinesi e da ebrei a spese di ebrei, da farabutti a spese di tutti i malcapitati; come vedremo accade tuttora.
Tesi: l’accordo franco-inglese del 1916 non ha alcuna attinenza con la cosiddetta Palestina odierna. Gli ostinati fautori della genuflessione della storia alla politica obiettano tuttavia che la Palestina fu provincia dell’Impero romano quindi, preesistendo a Israele nato nel 1948, gli eredi hanno ben più solidi diritti degli ebrei per rivendicare quelle terre.
Un tal modo di ragionare nei cosiddetti storici conferma che essi manipolano il passato, come sosteneva Paul Valery, alla stregua dei cartomanti il futuro, con la differenza che i vaticini di questi possono essere verificati. Nel metodo, occorre ricordare che Palestina non poteva essere annoverata nel catalogo ottomano delle province: la Sacra Porta mai avrebbe ammesso l’aborrita radice ebraica di essa.
Nel merito, richiamando il lemma latino Palaestina, si evocano le popolazioni ebraiche di cui parla già Erodoto, tuttavia con accezione differente da quella poi intesa con l’imperatore Adriano, la cui “Syria Palaestina” comprendeva Iudaea, Samaria, Galilaea, Philistaea e Perea, un territorio molto vasto, un secolo dopo Cristo. Secondo questa interpretazione quindi gli ebrei potrebbero rivendicare un territorio ben più vasto dell’attuale Israele.
D’altronde, se Palestina deriva dalla regione imperiale romana, è a fortiori impossibile sostenerne la radice mussulmana. Se invece la si intende escrescenza del Frankstein diplomatico franco-britannico, l’identità nazionale palestinese è ancor meno definita rispetto a quella israeliana, giustappunto preesistente ab antiquo, mentre Maometto ci portò la sua festosa civiltà ben cinque secoli dopo Cristo. In quanto alle “terre espropriate ai palestinesi”, è un falso storico: la Sacra Porta applicò un regime poliziesco e fiscale di rara spietatezza, lasciando ai privati minime porzioni di terra, di pessima qualità agricola.
Jus Soli a senso unico
Per inciso, è curioso ricordare che tanto la diaspora come il ritorno siano ascritti ai “colpevoli” ebrei e gli stessi odierni entusiasti sostenitori dello ius soli per i migranti in Italia negano analogo diritto agli ebrei che affluirono dagli inizi del secolo scorso.
Il lemma Palestina entra nella storia il 2 Novembre 1917, data infausta per una quantità di motivi. Siamo nel cuore della disfatta di Caporetto e, non bastasse, il ministro degli esteri inglese, Arthur Balfour, scrive a Lord Rothschild, numero uno della comunità ebraica, tanto inglese quanto mondiale.
In 67 parole Balfour assicura la nascita d’un focolare ebraico (“National Home”) in Palestina in caso di sconfitta dei Turchi. L’Inghilterra prometteva di adoperare “tutti i suoi mezzi” (“their best endeavours”) per far sì che questa National Home diventasse realtà.
Tutti i testi israeliani affermano che quella fu la culla di Israele. A ben vedere fu la culla del sionismo moderno, sotto la guida dei Rothschild.
È comprensibile il sentimento degli ebrei che coltivavano il sogno della “Terra Promessa” e della fine della Diaspora. Molto meno comprensibile e scusabile è l’uso che da quel momento in avanti fu fatto della Palestina, una base degli interessi britannici e sionisti, incuranti che il morente impero ottomano lasciava dietro di sé una quantità di conflitti irrisolti, anzi acuiti, utili a tenere artificiosamente alto il costo del barile.
La Dichiarazione di Balfour non avrebbe mutato i rapporti di forza se non fosse intervenuto Stalin a fare arrivare in massa gli ebrei in Palestina. La culla di Israele è infatti nei kibbutz, comunista e socialista, evolutasi in capitalista ma con le radici avvelenate, come ricordava Solgenitsin.
Nel 1925 erano già 122.000 ebrei in Palestina; in seguito aumentarono a causa delle migrazioni dalla Germania. Le prime scaramucce s’accesero sin dal 1921. Gli inglesi furono indotti a proporre “due Stati” dal 1937. Fallirono perché i confini scontentavano tutti.
Nel 1936 nacque il quotidiano sionista Palestine Post, che divenne Jerusalem Post nel 1950.
Quanti tentano d’accreditare una radice mussulmana al lemma Palestina, proseguendo l’operazione mediatica di Yasser Arafat, dovrebbero rinunciare per non fare ulteriormente male agli incolpevoli maomettani lasciati dall’Impero Mussulmano nelle fauci dei Rothschild.
Nel 1939 la popolazione mussulmana era ben oltre un milione; quella ebrea era già a quota 550mila con tendenza crescente. La Gran Bretagna, resasi conto che il suo mandato a governare si faceva impossibile, chiese alla Società delle Nazioni di risolvere la questione.
La Società delle Nazioni, estintasi il 18 aprile 1946, malgrado i suoi catastrofici insuccessi, è anche per questo a buon diritto progenitrice dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, la cui assemblea, a maggioranza dei due terzi[2], decise nel 1947 di istituire due Stati separati, Palestina e Israele, con Gerusalemme “città internazionale”. Il mandato inglese finiva nel 1948. Nessuno degli Stati mussulmani confinanti accettò la soluzione dell’ONU. Oggi taluni teorizzano la carenza di legittimità in quel voto delle NU. Comunque la si voglia vedere, il riconoscimento della Palestina era a portata di mano e fu buttato via. Gli avvenimenti successivi offrono un quadro incontrovertibile delle responsabilità.
La guerra dà diritto a esistere allo Stato di Israele
Gli eserciti di Egitto, Transgiordania, Siria, Libano, Arabia Saudita e Iraq assalirono Israele il giorno dopo la sua dichiarazione di indipendenza. Intendevano distruggere il nuovo Stato, il cui primo riconoscimento era già avvenuto da parte dell’Unione sovietica. Israele sconfisse gli assalitori. Il resto, più o meno noto, consegue da quei giorni.
Il generale De Gaulle apre il capitolo “Europa” delle sue memorie con una frase lapidaria: «Gli Stati nascono e muoiono con la guerra». Piaccia o meno, è una verità incontrovertibile. Chi ne dubiti lo chieda al Kosovo e ad altri di quelle parti. Se Israele fino al 1948 fu carente di fisionomia di Stato-nazione, l’assalto delle orde mussulmane, come avrebbe detto Talleyrand, più che un crimine fu un errore: regalò a Israele il diritto di esistere, condannando i cosiddetti palestinesi a vivere d’elemosina.
Gli Stati mussulmani lasciarono infatti in condizione precaria i disgraziati di cui s’erano autoproclamati difensori, facendone una clava politico militare, illudendosi di influire sul mondo col costo del barile, sensibile alle tensioni internazionali, ieri come oggi.
Divennero strumento del terrorismo e del sionismo, miccia delle guerre che hanno marcato le crisi petrolifere e i conseguenti aggiustamenti al rialzo del barile. Mano a mano che il tempo trascorreva, la fisionomia palestinese sembrò definirsi più nettamente e più autonomamente che in passato; il brutto passato marcato prima dal padrone turco e poi da quello inglese. Quest’ultimo, cessato il suo mandato, aveva continuato a mestare da Londra, dove tuttora il mercato petrolifero ha un punto focale. A ben vedere, quanto parve un’evoluzione politica sociale fu solo l’esito d’un ulteriore cambio di padrone, che aveva interessato tutta l’area col ritiro della Gran Bretagna. Come si vede oggi con maggiore chiarezza, dopo le cosiddette “primavere”, l’Islam è la concubina clandestina dei Clinton, dei petrolieri Bush, dei mercenari della politica alla Obama, degli utili idioti alla Biden. Se gli amanti si tradiscono più o meno frequentemente senza nasconderlo, di certo non si curano più di tanto della cosiddetta Palestina, autocondannatasi all’irrilevanza.
Ebrei, amici sbagliati e amici veri
In questo ginepraio è entrato papa Bergoglio, sembrando equidistante con la pittoresca “iniziativa di preghiera” agli inizi di giugno 2014; una volgare finzione. Il riconoscimento era previsto e pianificato proprio per il 13 maggio dell’anno successivo. Così Bergoglio ha esaudito un desiderio del suo sponsor, il mercenario Obama, il riconoscimento che l’ospite della Casa Bianca avrebbe voluto realizzare sin dal suo primo mandato, senza tuttavia riuscirvi. Non poteva concludere il secondo mandato, ottenendo solo un progressivo avvicinamento di Israele alla Russia. Ha ordinato a Bergoglio di aiutarlo e lo ha ottenuto. In cambio di che cosa? I fatti dicono che la risposta non è edificante per la “povera” Chiesa.
Il governo di Gerusalemme si disse “deluso”, con ciò confermando una tendenza secolare degli ebrei a illudersi, confidando negli amici sbagliati. Fra questi i tanti delle cooperative cattoliche romane, proprio gli amici di Bergoglio, quanti brigarono per la sua elezione, in affari miliardari coi palestinesi, dagli albori di Giulio Andreotti.
A proposito di amici degli ebrei, giovi ricordare che l’entrata in scena di Obama e quella di Bergoglio furono salutate con favore da rilevante parte del mondo ebraico.
La crescente ostilità verso Israele, nella Curia vaticana, tanto negata quanto concreta e operante, ha non pochi motivi di potenziarsi grazie al combinato disposto delle rispettive fabbriche di odio, in Israele e nella Cristianità, soprattutto ad opera di quanti siano privi d’una visione religiosa del rapporto fra cattolici ed ebrei.
San Giovanni Paolo II e Benedetto XVI furono invece poderosamente convinti che il rapporto fra le due Fedi fosse provvidenziale. Il papa polacco invitò a pranzo tutta la famiglia del suo amico d’infanzia, l’ebreo Jerzy Kluger[3]; era il giorno dopo la sua elezione e pose la questione del riconoscimento di Israele. Kluger portò il messaggio dell’amico pontefice alla Sinagoga, al grande Elio Toaff, avviandosi il lavorio che andò a buon fine dopo quindici anni, col riconoscimento fra Vaticano e Israele.
Quel pranzo fra i due amici di infanzia e la questione del riconoscimento non sfuggì alle orecchie attente nella Curia e fu una delle ragioni che armò una mano mussulmana per sparare al Papa il 13 maggio 1981, giorno della Madonna di Fatima. Dietro Ali Agca c’era l’Unione sovietica, non da sola tuttavia. Una potenza sparò e le rimanenti voltarono il capo dall’altra parte. È una storia molto complessa da meritare un racconto peculiare.
Basti dire che Bergoglio ha voluto che il riconoscimento della Palestina, il 13 maggio 2015, nell’anniversario dell’attentato al grande San Giovanni Paolo II oppure, come altri rimarca, nel giorno della Madonna di Fatima, la Santa Vergine che ci ha salvato dalla Terza guerra mondiale. Nel primo caso è uno schiaffo alla memoria del grande papa polacco, nel secondo un atto di fede. Un altro espediente del “maestro di ambiguità”. Occorrerà un altro miracolo dell’«angelo della pace», quello che face sciogliere l’Unione sovietica la notte del Santo Natale cattolico del 1991 senza una guerra nucleare come pure sarebbe stato legittimo attendersi.
Bergoglio ha contribuito a dare vigore a un’entità nata per accendere e alimentare la fiamma della guerra, perché Abu Mazen presiede una forza politica il cui scopo dichiarato è la distruzione di Israele. Il riconoscimento di Bergoglio getta nella spazzatura l’obiettivo di san Giovanni Paolo II di arrivare al riconoscimento della Palestina attraverso un reciproco e pacificatorio riconoscimento fra Palestina e Israele. Il pontificato di Bergoglio, servo di Obama, ne è segnato.
Autolesionismo ebraico
Questo esito non è solo una responsabilità cattolica. Grazie a una serie infinita di errori politici e di comunicazione degli ebrei, nell’immaginario collettivo c’è un “Davide palestinese” e un “Golia israeliano”. Quando gli ebrei lamentano l’ostilità della stampa, dovrebbero fare l’appello delle varie testate e degli ordini dei giornalisti per rendersi conto che gli ostili come Gad Lerner sono numerosi e connessi. D’altronde, se il progetto del papa polacco ebbe un senso, e lo aveva, non tutti gli ebrei lo aiutarono. Anzi, dal 1993 in avanti vi fu una mitragliata di sabotaggi ai buoni rapporti fra cristiani ed ebrei, partita sia dalle cerchie clintoniane, eredi delle visioni oscure di Saul Alinsky[4], sia dai kibbutz israeliani. L’uscita del film Passion[5] fu usata per attizzare l’odio degli ebrei, specialmente i laici, perché sottolineava la carnalità e la realtà storica di Cristo. Il pretesto del film si attagliava ai mestatori che lamentarono un rinfocolamento dell’accusa di deicidio. Chi guardi la pellicola senza pregiudizio si rende conto che semmai deicidi sono i soldati romani. D’altronde il “deicidio” fu una sciagurata questione apparsa nei testi cattolici fin dai tempi di Costantino. La riforma del messale operata da Giovanni XXIII, la politica lungimirante di apertura di Paolo VI[6] e, nei fatti, la sollecitudine verso gli ebrei da parte di PIO XI e PIO XII [leggi qui] avevano cancellato la questione “deicidio”. Con l’irrompere sulla scena di Giovanni Paolo II, la fraternità fra cattolici ed ebrei sarebbe dovuta essere un fatto acquisito. Non fu così, perché il film Passion fu pretesto per demolire il lavoro pacificatorio di Giovanni Paolo II e la manovra culminò con l’affissione della targa infamante Pio XII al museo di Yad Vashem, a febbraio 2005, quando cioè Giovanni Paolo II non aveva più la forza di reagire. Il testo della targa è stato poi annacquato e questo la dice lunga sulla serietà dei suoi promotori occulti, fra i quali un ex gentiluomo di Sua Santità, cacciato per indegnità e sedicente amico degli ebrei. Un altro dei tanti. Basti dire che dopo tanto rumore calunnioso su S.S. Pio XII oggi i calunniatori tacciono davanti ai documenti.
La separazione fra cattolici ed ebrei è proseguita, nel segno dell’autolesionismo ebraico, col sostegno più o meno convinto degli ebrei alle politiche contro la famiglia, partite dagli Usa per mano delle solite maleodoranti cerchie clintoniane. Così quanti in Vaticano odiano gli ebrei e quanti fingono di amarli hanno avuto buon gioco.
Palestina, il presente e il futuro
Interrogarsi troppo su che cosa accadrà può essere blasfemo, come ammonì Benedetto XVI, ricordando che “il futuro è nelle mani di Dio”. Gli esiti di questo riconoscimento tuttavia incuriosiscono quanti si chiedono se i catastrofismi e gli ottimismi di qua e di là del Tevere siano giustificati.
Il dato di fatto è l’impossibilità di tornare indietro. Ne consegue una via obbligata a proseguire verso il completo riconoscimento. Tempi e modi faranno la differenza. Un autorevole ebreo romano sostiene che questo riconoscimento metterà in chiaro una volta per tutte che Abu Mazen, “che ha fatto l’accordo coi Crociati”, è il vero nemico di Hamas, non Israele. D’altronde lo stesso personaggio ricorda che uno Stato palestinese effettivo significherà affrancare le casse di Israele da una quantità di oneri. Finora, ricorda, si è reclamata “libertà per il popolo palestinese“. Non appena la Palestina sarà uno Stato a tutti gli effetti sarà chiaro chi sono i veri oppressori. Acuti ragionamenti privi d’alcuno sbocco politico. In un territorio esteso quanto le Puglie e il Molise, vi sono nove milioni di abitanti e una bomba demografica.
La crescita esponenziale della popolazione palestinese comporta la crescente tensione fra le due parti. Il riconoscimento né migliora né peggiora questa situazione. La bomba demografica avanza comunque e funziona solo se i palestinesi sono tenuti nel sottosviluppo dai loro “fratelli mussulmani”. Tutt’al più vi saranno altre guerre, come quella in corso, ma non è un pensiero che ossessiona gli ebrei, abituati al fucile a portata di mano.
La Palestina, con o senza la dignità di Stato, rimane ai margini del mondo moderno, è indietro di almeno trent’anni; è difficile si risollevi nonostante le enormi ricchezze a portata di mano e quelle giuntele sotto forma di aiuti. I capi politici palestinesi muoiono miliardari, il popolo muore nel fango e nel fuoco. Il riconoscimento acuisce questa contraddizione piuttosto che sanarla. A questo si aggiunga che gli Stati Uniti di Biden non sono in grado di esercitare alcuna politica di equilibrio.
L’interesse di Israele è andare verso uno Stato palestinese facendo una “politica dei due forni” con gli USA e con la Russia, senza dimenticare che il fornaio più affidabile è a Mosca, finché a Washington non rinsaviranno dalle ubriacature radicali.
La Palestina ormai gode del riconoscimento globale. Questo non le ha impedito di illudersi di risolvere i suoi problemi con lanci massicci di razzi per saturare la capacità antimissile degli israeliani.
L’ultima frontiera della sciagura dei palestinesi è il loro asservimento alle politiche interne di Israele. Agli inizi delle correnti ostilità, scrisse il quotidiano israeliano HaAretz, per la penna di Uri Misgav: «L’escalation a Gerusalemme è iniziata e diretta dall’alto e ha lo scopo di impedire la formazione del governo alternativo a Netanyahu – governo che necessita del sostegno dei parlamentari arabi. Gli esecutori sono Itamar Ben-Gvir e Amir Ohana attraverso la “milizia della guardia reale” (il distretto di Gerusalemme di polizia). Domani lo sforzo raggiungerà il suo apice. Lo sforzo per accendere il barile esplosivo del Medio Oriente. Ciò avverrà nella provocatoria e inutile “parata dei vessilli” del Jerusalem Day [il cui itinerario passa per il quartiere arabo della città vecchia]. I battaglioni giovanili del sionismo religioso sono già in preparazione. Ricordo che il primo ministro ad interim ha minacciato in passato: “Che il paese bruci”. Ecco: adesso lo stanno bruciando. Nessuna riunione del Consiglio di Sicurezza, nessun controllo parlamentare. Potremmo essere coinvolti in una guerra religiosa regionale e sprofondare in fiumi di sangue solo perché l’imputato e la sua famiglia si rifiutano di evacuare il bunker di Balfour.»
La guerra aiuta i padroni di Israele e affonda la Palestina. Bergoglio blatera di bambini morti e di distruzioni dopo aver caldeggiato l’elezione del guerrafondaio Joe Biden. Oggi lo scricchiolio più preoccupante arriva proprio dagli Sati Uniti, spaccati verticalmente e orizzontalmente. Se gli USA collassassero, il Vicino Oriente esploderebbe come una immensa bomba.
E il ruolo della Chiesa cattolica? Il Vaticano e le cerchie petrol finanziarie vengono fuori molto male da questa storia sempre più scura, con la responsabilità caotica e incontrovertibile di Bergoglio.
A giugno 2014 Bergoglio promosse l’incontro del presidente israeliano, Shimon Peres con quello palestinese, Abu Mazen, alla presenza di Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, per una comune preghiera per la pace in Medio Oriente nel giorno di Pentecoste. Mentre i negoziati israelo-palestinesi stagnavano, Bergoglio dichiarò di puntare sulla forza della preghiera per affratellare le fedi e rilanciare il processo di pace. L’incontro avvenne nei Giardini Vaticani, senza la Croce a infastidire.
Tutto sarebbe andato come doveva se non si fossero verificati due fatti interconnessi. Dopo neppure dieci giorni dalla preghiera in Vaticano, Hamas rapì e, dopo tre settimane, sgozzò tre ragazzi israeliani, poco più che adolescenti: Eyal Yifrah, Gil-Ad Shayer e Naftali Yaakov Frenkel.
Alle ritorsioni di Israele contro le basi di Hamas, seguirono ripetuti lanci di missili contro le città israeliane, con le consuete condanne da parte dell’Onu, della Francia e degli Usa. Condanne contro Hamas? Contro Israele. Come reagì il Vaticano? Riconoscendo di lì a poco lo Stato di Palestina.
In quella temperie il prezzo del barile da 50 dollari salì a 60 per poche settimane, per poi ridiscendere. Goldman&Sachs, la banca di riferimento del Vaticano, da quando Bergoglio è al potere, ha fatto molti inutili sforzi per scatenare una crisi. Oggi il barile è a 66 dollari, tornerà giù in attesa che il mondo si liberi degli idrocarburi. In quel momento né la Palestina né Israele saranno altrettanto ingombranti e forse sarà meglio. Nel frattempo Bergoglio ha benedetto Rothschild, Mastercard, Merck, Rockefeller e British Petroleum per riformare il capitalismo e renderlo più inclusivo. A Gaza oggi ne hanno un esempio operante. Altro che grande reset: aspettiamo la fine di questo caos infernale.

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[1] Vilâyet, Sangiaccato: sono le due circoscrizioni amministrative dell’Impero ottomano, in ordine di importanza, che precedono la Cazà.

[2] A favore votarono 33 nazioni: Australia, Belgio, Bolivia, Brasile, Bielorussia, Canada, Costa Rica, Cecoslovacchia, Danimarca, Repubblica Domenicana, Ecuador, Francia, Guatemala, Haiti, Islanda, Liberia, Lussemburgo, Olanda, Nuova Zelanda, Nicaragua, Norvegia, Panama, Paraguay, Perù, Filippine, Polonia, Svezia, Sud Africa, Ucraina, Usa, Urss, Uruguay, Venezuela); contro 13 (Afghanistan, Cuba, Egitto, Grecia, India, Iran, Iraq, Libano, Pakistan, Arabia Saudita, Siria, Turchia, Yemen); vi furono 10 astenuti (Argentina, Cile, Cina, Colombia, El Salvador, Etiopia, Honduras, Messico, Regno Unito, Jugoslavia. Assente la Thailandia.

[3] Nostra intervista

[4] Ebreo fra i meno noti ma più influenti (Chicago, 30 gennaio 1909 – Carmel, 12 giugno 1972), attivista politico, autore di Rules for Radicals, la Bibbia del mondo anticattolico e delle politiche LGBT contro la famiglia. Le cerchie di Clinton e di Obama, quelle pedofile e quelle a tergo del ddl Zan vi si ispirano da sempre.

[5] Film del 2004 scritto e diretto da Mel Gibson, interamente girato in Italia. Uscì nelle sale degli USA il 25 febbraio 2004 (Mercoledì delle Ceneri) col divieto ai minori di 17 anni non accompagnati da un adulto. In Italia uscì il 7 aprile 2004 (Mercoledì Santo) senza alcuna censura.

[6] Autore della lettera agli ebrei “Nostra Aetate” di cui a ottobre del 2015 è ricorso il cinquantenario

Informazioni su Piero Laporta

Dal 1994, osservate le ambiguità del giornalismo italiano (nel frattempo degenerate) Piero Laporta s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come d'altronde sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico, non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.
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11 risposte a La Palestina, un Gorgo Infernale

  1. Alessandro Gentili scrive:

    Caro Piero, non so se la Santa Sede ha fatto bene ad allacciare relazioni diplomatiche con l’autorità palestinese. Io credo di no. Lo ritengo un errore gravissimo per la diplomazia vaticana. La Santa Sede tramite la ROACO e l’ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, la Custodia di Terra Santa e il Patriarcato latino di Gerusalemme fa già molto per i cosiddetti palestinesi, un popolo che non è tale, che non esiste. Sono solo i reietti di LIBANO, SIRIA e GIORDANIA, abbandonate nelle mani di Fatah ed Hamas che non vogliono accordi con Israele ma vogliono solo distruggerlo! Trovo illuminante una recente dichiarazione del figlio della Senatrice a vita Liliana Segre che Ti propongo:

    “Sto dalla parte di Israele, con convinzione. Non perché mi piaccia stare col più forte, perché Israele è certamente il più forte, ma perché penso che abbia ragione, perché penso che non sia una verità assoluta che il più debole abbia anche ragione. In questo caso, secondo me, il più debole ha torto marcio.
    Quando sento invocare “Due popoli, due Stati”, mi viene in mente che questo principio Israele lo accettò alla fine del 1947, riconoscendo la risoluzione ONU 188 del 29 novembre 1947. Quella risoluzione prevedeva la nascita di DUE stati.
    Ma furono i paesi arabi a non riconoscerla, rinunciando a far nascere lo Stato Palestinese. Perché nessuno ricorda mai che 12 ore dopo la proclamazione dello stato di Israele gli eserciti di 6 paesi confinanti cercarono di distruggerlo? Perché nessuno ricorda mai che i tentativi di distruggere militarmente Israele sono stati molteplici e che le guerre che Israele ha vinto sono sempre stati gli altri ad iniziarle?
    “Israele occupa illegalmente i territori palestinesi”, si grida ovunque. Ma posso sommessamente ricordare che quando tu dichiari guerra a qualcuno, e la perdi per giunta, capita che il vincitore occupi parte della tua terra? Posso, sempre sommessamente, ricordare che i territori che Israele ha occupato NON erano dei palestinesi ma di altri paesi?
    Il Sinai e Gaza erano dell’Egitto, il Golan della Siria e la Cisgiordania era della Giordania? Posso sommessamente ricordare che l’unico paese che ha firmato dei trattati di pace con Israele (cioè l’Egitto) si è visto restituire il Sinai? All’Egitto fu offerta anche la striscia di Gaza, ma non la volle.
    Posso ricordare che Gaza fu restituita all’Autorità Palestinese nel 2005? Furono lasciati campi coltivati, serre, desalinatori. Quei campi e quelle serre furono distrutte da Hamas. Sharon, il primo ministro che decise il ritiro unilaterale da Gaza, sperava nella convivenza pacifica. Il risultato qual è stato? Migliaia di missili lanciati sui civili .
    Hamas è una organizzazione terroristica che tiene in ostaggio il proprio popolo ed ha come obiettivo unico i civili israeliani, indistintamente, donne, bambini, persone inermi.
    Mi si risponde che c’è una evidente sproporzione delle forze in campo. E’ vero, lo sanno tutti che Israele ha il quarto esercito del mondo. Ma se non lo avesse avuto, oggi, semplicemente, non esisterebbe più. Lo avrebbero già distrutto in una delle tante guerre che gli hanno fatto.
    Alla base di tutto c’è l’odio. Null’altro che l’odio. Israele, per molti, deve essere semplicemente distrutto, scomparire dalla faccia della terra. Ed a molti non importa che sia più forte, gli si fa la guerra ugualmente. Si preferisce il martirio inutile al dialogo, che Israele non ha mai rifiutato.
    Ma per dialogare bisogna essere in due, altrimenti sono parole al vento. E quando Sadat, stanco di perdere guerre, volle veramente dialogare, la pace si fece. E dura da allora. Oggi l’Egitto è uno dei più feroci nemici di Hamas.
    La soluzione del conflitto è molto più semplice di quanto appaia. Basta rispondere ad una semplice domanda: Israele ha il diritto di esistere, o no? Fino a quando la risposta sarà no, non potrà esserci pace, e nemmeno dialogo, perché non puoi sederti a parlare con chi vuole distruggerti. Ma non perché non vuoi sederti tu, ma perché l’altro non vuole sedersi con te.
    Oggi, i paesi arabi che riconoscono ad Israele il diritto di esistere, sono due: Egitto e Giordania. NESSUN ALTRO. Vorrà dire qualcosa che questi due paesi da 40 anni non combattono militarmente con Israele?
    Israele dunque è un paese perfetto? No, non lo è, come non lo è nessun paese su questa terra.
    Non si può non riconoscere che se la pace, oggi, non c’è, la colpa NON è di Israele.
    Per quanto non voglia esprimere un giudizio, c’è una frase di Nethaniyau che è al tempo stesso vera ma terribile. “Se gli arabi deponessero le armi, due minuti dopo ci sarebbe la pace, se Israele deponesse le armi, due minuti dopo non ci sarebbe più Israele.””

  2. Cris scrive:

    Hamas potrebbe essere l’equivalente delle nostre BR, ed essere manovrati da quelli che in teoria dichiarano di combattere? Troppo ardito?
    Grazie.

  3. sigmund scrive:

    Allora significa che le organizzazioni internazionali non servono a un bel niente e hanno fatto la fine della Società delle Nazioni e bisogna dire chiaramente che il mondo è governato dalla legge della giungla. Se non ricordo male infatti Israele non ha rispettato nessuna risoluzione dell’ONU in tema di territori occupati e continua la sua espansione territoriale a danno dei palestinesi al punto che ormai non esiste più la possibilità materiale di avere due popoli e due Stati.
    Se Zuckerberg boicotta l’articolo facciamoci delle domande, ci sono due filoni principali di ebrei quelli nazionalisti e i globalisti alla Soros, e probabilmente anche alla Zuckerberg, che non amano molto Israele, ammesso che amino qualcosa d’altro al di fuori di se stessi.

    • Piero Laporta scrive:

      17 Maggio 1920 nasceva Norma Cossetto, studentessa istriana, seviziata, violentata in branco, impalata e gettata ancora viva in una foiba.
      È stata uccisa così a 23 anni dai partigiani comunisti di Tito. La sua colpa? Solo quella di essere italiana e di voler continuare ad esserlo. Il mio pensiero va a lei non alla c.d. Palestina.

      • sigmund scrive:

        Confesso di non riuscire a vedere quale nesso possa esistere tra la tragica fine della povera Norma Cossetto e quello che sta accadendo in questi giorni in Terra Santa… se non quello che prevede che sia il più forte a prevalere in ogni circostanza in cui prende piede la barbarie.

  4. Moreno Grandi scrive:

    Egregio Generale, è sempre un immenso piacere leggere i Suoi articoli con dovizia di particolari storici. Incontrovertibli. Lasciamo le “autorevoli” opinioni ai sofisti di turno.

  5. sigmund scrive:

    Questione molto complessa sia in termini storici che legali e, come sempre, chi ha più forza la mette in campo, vince la guerra e scrive la storia.
    Basta andare a visitare la Terra Santa e basta guardare quel recinto che mura i palestinesi dentro uno spazio angusto in cui tutto diventa impossibile senza i permessi concessi dall’autorità israeliana per capire che c’è qualcosa che non va.
    Si possono fare tutte le ricostruzioni di questo mondo ma la realtà la si vede solo andando a vedere cosa accade in quella Terra contesa che è il centro del mondo.
    Si può anche negare l’esistenza di un popolo palestinese… ma chi sono allora quegli esseri umani che hanno resistito a tutte le intemperie e che continuano a rivendicare il loro diritto di esistere in quelle terre che un tempo erano note come Palestina?
    La questione palestinese è stata affrontata in termini “alternativi” rispetto alla narrativa imperante da Israel Shamir un ebreo russo convertito al cristianesimo ortodosso che è la dimostrazione pratica della necessità di tenere viva la critica sulla politica di Israele nei confronti della popolazione araba di Israele che qualcuno definisce senza mezzi termini la nuova forma di apartheid.
    Qualcuno diceva un tempo non ci può essere pace senza giustizia e forse per questo la pace resterà un’utopia non solo per la Terra Santa

    • Piero Laporta scrive:

      Gli Stati nascono e muoiono con la guerra. Piaccia o meno, è così. Se nel 1948 avessero vinto i mussulmani, oggi non staremmo a questionare. D’altronde che cosa sarebbe accaduto se noi avessimo usato gli istriani come una clava politico militare contro la Jugoslavia? Noi abbiamo scelto (o subito) la coesistenza.
      I mussulmani ebbero la possibilità di coesistere nel 1948. L’hanno gettata via.
      Ci sarà pure un motivo se Facebook dell’ebreo Zuckerberg, boicotta da stamane la circolazione di questo articolo.

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