La Legge Favoreggia la Droga? Alla Cartabia non Basta – di L. Prando

La Corte Costituzionale con sentenza n. 40/2019, relatrice la Presidente, Marta Cartabia, ha proposto di ridurre la pena minima per i reati di spaccio da 8 anni di reclusione a 6, pur mantenendo a 20 la pena massima. La legge vigente è lassista di suo. E’ sensato annacquarla? Si proteggerebbero i più deboli? I minori?

A ben vedere, la Relazione al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze in Italia (del 2020, dati 2019), pubblicata addirittura dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento per le Politiche Antidroga, certifica una sensibile ingravescenza del problema rispetto al 2019 (dati 2018). Insomma, non si comprende a che cosa si ancori le tesi sgangherata della Cartabia e della sua Corte.
Secondo la Relazione 2020 il fatturato al dettaglio è stato di circa 16 miliardi (40% derivati cannabis, 30% cocaina, 15% oppiacei o eroina, 15% altre sostanze) in aumento del 6% sul 2018.
La droga s’avvale d’un mercato esente da carichi fiscali. Non di meno costa oltre 5 miliardi all’erario: trattamenti socio-sanitari (Sert e Comunità di recupero) quasi 2 miliardi, interventi sanitari indiretti, impiego della forza pubblica, processi, carcerazioni, senza dimenticare i costi sociali non computabili (p.e. trattamenti socio-sanitari a parenti dei drogati duramente provati dall’esperienza, incidenti automobilistici, assenze dal lavoro o scarso rendimento, vittime dei reati dei tossici…). 
Il gravame sull’erario è inaccettabile, se non altro per l’inequità e l’iniquità fiscale tra consumatori e non consumatori.
A tanta (come vedremo) apparente dovizia di dati sulla droga, si giustappone un singolare vuoto sul fatturato dei superalcolici. E’ un segreto di Stato? il consumo di alcol è noto in termini percentuali, ma non viene fornito alcun valore assoluto. Buttiamo là una cifra: 5 miliardi di euro annui di cui almeno la metà per Iva e Accisa. Il fatturato del tabacco ammonta a circa 20 miliardi di cui 15 miliardi sono entrate fiscali per lo Stato.
In altre parole lo Stato guadagna su alcol e tabacco. Lo stesso Stato non spende tuttavia per quanti vogliono disintossicarsi da alcol e tabacco. Il medesimo Stato spende 5 miliardi/anno per le spese sociali, sanitarie ed assistenziali  per i drogati, senza incamerare nulla dal traffico di droga, salvo qualche rarissimo sequestro di denaro.
Queste “Relazioni” sono una grottesca fotografia dei fallimenti nel contrasto alla tossicodipendenza, tanto sul piano giudiziario quanto terapeutico. E tanto più grottesca e involontariamente impietosa poiché sventolate come un punto di forza della politica statale contro le tossicodipendenze.
Il mercato globale degli stupefacenti è un oligopolio di conglomerate multinazionali capaci di gestire l’intera filiera: dalla finanza alla produzione di materie prime (coca, canapa, papaveri da oppio, ecc.), alla trasformazione in prodotto finito, al trasporto in grandi quantità verso i mercati nazionali, per poi suddividere il prodotto tra “grossisti” locali (finanziariamente capaci di garantire i pagamenti), i quali, a loro volta, rivendono in quantità più piccole a organizzazioni di spaccio in strada e a domicilio. Il terminale, come per tutti i beni di consumo ripetitivo, è il consumatore: costui compera, paga e consuma.
La struttura del “sistema droga” non differisce significativamente da quella del tabacco e dei superalcolici. La differenza è nel regime fiscale e nel gravame sociale dei costi. Alcol e tabacco sono, come si è detto, pienamente inseriti nel circuito fiscale. La disintossicazione dal tabacco e dagli alcolici non grava significativamente sul Servizio Sanitario Nazionale (SSN). Al contrario, il commercio della droga è fuori dalla catena fiscale (moltiplicando i guadagni in nero), mentre tutta l’assistenza (medica, psichiatrica e sociale) è totalmente a carico del SSN. È inoltre da sottolineare che i Servizi si propongono di disintossicare tabagisti ed alcolisti. I medesimi Servizi, nel caso dei drogati, privilegiano la riduzione del danno (p.e. con la distribuzione gratuita di metadone).
I drogati e i loro fornitori non danno alcuna entrata allo Stato, ne sfruttano le strutture assistenziali, mentre i boss si arricchiscono con minimi rischi di impresa e senza oneri fiscali. La larga disponibilità di capitali in nero consente inoltre di corrompere chiunque, perfino le forze dell’ordine, come si è verificato anche recentemente.
Le “Relazioni” non illuminano sul “valore aggiunto” ad ogni passaggio; rivelano solo i prezzi all’ingrosso e quelli al consumo. Questa informazione è quindi fuorviante. Le Relazioni dicono che lo spacciatore al minuto vende una dose di cannabis 5 volte più cara del costo all’ingrosso, mentre nel caso della cocaina solo al doppio, ma vale circa quasi 10 volte di più (circa mediamente 10 euro la cannabis, quasi 100 la cocaina). In altre parole, con una stima prudente, circa la metà dei 16 miliardi di fatturato resterebbero nelle tasche degli spacciatori al dettaglio. I grossisti sono dei benefattori?
I numeri delle Relazioni sono incoerenti. Nel 2019 le persone soggette a procedimento giudiziario per droga erano circa 180.000 (più o meno gli stessi del 2018). Costoro sono solo una parte minoritaria del totale “addetti”: c’è da chiedersi quale sia il vero numero dei “lavoratori” occupati nello spaccio al dettaglio, dei consumatori ed il vero valore del fatturato.
Se gli spacciatori fossero solo 500.000 guadagnerebbero uno stipendiuccio di 16.000 euro annui, se fossero un milione la metà; inverosimile e incongruente quindi stimare il mercato della droga intorno ai 16 miliardi; deve pesare almeno il doppio, se non il triplo.
Questa grave incongruenza impone un’ulteriore domanda: quanti milioni sono in Italia i consumatori abituali di stupefacenti, quotidianamente e non? La “Relazione 2020” certifica: consumatori di cannabis quasi 6 milioni; cocaina circa un milione; eroina 300.000 e 600.000 altre sostanze. 8 milioni di consumatori spenderebbero quindi 2mila euro all’anno per un mercato che fattura 16miliardi. È ridicolo. Stanno affermando che il consumo medio di cannabis è di due dosi a settimana, di cocaina solo una dose. L’incongruenza dei numeri delle Relazioni autorizza a congetturare fatturati di droga molto più consistenti dei 15 miliardi dichiarati. Se tutto va bene siamo invece vicini ai 40 miliardi, il 5% dei consumi delle famiglie. Quali che siano i costi al consumo, la cifra ufficiale di quasi 8 milioni di consumatori è impressionante.
L’insieme di questi numeri ridicolizza l’attività di repressine e le procedure di terapia. Basti pensare che ogni anno si aggiungono circa 35.000 nuovi denunciati all’autorità giudiziaria per reati di droga, ma solo 20.000 spacciatori sono in carcere. Bisogna tuttavia essere grati alla clemenza dei magistrati poiché quei 20.000 detenuti rappresentano già un terzo della popolazione carceraria. Se tutti i 180.000 sotto processo fossero incarcerati le prigioni scoppierebbero.
L’Italia un paradiso delle droghe, anche senza la Cartabia. Tale stato di fatto attira malviventi da ogni dove perché la droga è un commercio redditizio, privo di tasse e senza rilevanti rischi penali. Perché la Cartabia si preoccupa di ridurli ulteriormente?
Ai tempi del Covid e delle inadeguatezze del nostro SSN è bene ricordare che circa 135.000 drogati sono in carico ai Servizi Pubblici e Privati Convenzionati, pur rappresentando una goccia nel mare di 8 milioni di tossico-dipendenti.
È ben evidente che i contribuenti si fanno carico dei costi di attività assistenziali e repressive palesemente inutili. È quindi necessario che lo Stato faccia pagare ai consumatori di sostanze i danni che il loro piacere edonistico provoca, come in larga misura accade ai consumatori di alcol e tabacco.
Benché la guida sotto l’effetto di droga costituisca un importante pericolo, la repressione è insignificante. Le contravvenzioni per guida sotto l’effetto di droga sono lo 0.0007% del totale. Le morti per overdose sono sotto 350 anno, concentrate tra i consumatori di eroina, cioè una piccola minoranza fra gli otto milioni di consumatori di altre droghe.
In altri termini i consumatori e spacciatori di droga, grazie ad una legislazione lassista e alla ancor più lassista applicazione, sono incoraggiati a perseverare piuttosto che a smettere.
È necessario fare in modo che spacciare e consumare droga costi caro almeno con le tasse.
I 135.000 tossico-dipendenti assistiti gratuitamente dallo Stato hanno un’età media di 40 anni. È necessario essere realisti nell’analisi e radicali nei provvedimenti: l’assistenza gratuita ai drogati si risolve sovente in distribuzione gratuita di metadone, altrettanto sovente ricommercializzato illegalmente. La politica applicata sinora non ha dato che risultati costosi e altrettanto inutili, anzi vantaggiosi per gli spacciatori, ai fini della soluzione del problema. L’unica vera vulnerabilità dei consumatori è l’impossibilità di tenere nascosto il proprio stato. Occorre che i consumatori paghino una congrua quantità di denaro allo Stato, affinché contribuiscano almeno in parte agli oneri che essi impongono a tutti i cittadini.
In caso di positività, la patente di guida, la tessera sanitaria ed altre documentazioni indispensabili dovrebbero venir gravate da imposte annuali che compensino almeno in parte significativa gli oneri scaricati sull’erario. E’ indispensabile materializzare con le tasse – una volta tanto più che giustificate – la ripartizione di responsabilità tra consumatore edonista e Stato obbligato a rispettare l’interesse generale.
C’è un altro rilevante aspetto: le cronache quotidiane riferiscono di sequestri di droga, non altrettanto assiduamente si dà notizia di sequestro di contanti. Chi, come, dove quanti mettono al sicuro dai sequestri denaro contante, montagne di denaro contante? Quali circuiti finanziari collaborano all’occultamento del danaro contante ed al suo lavaggio? Una maggiore attenzione su questo ignorato versante darebbe agli spacciatori inibizioni oggi assenti.
Detto almeno questo sul mercato degli adulti, altro discorso si porrebbe per i minori. Lo spaccio ai minori andrebbe colpito con pene severissime senza lasciare scampo né allo spacciatore né al magistrato lassista di turno.
Andando in direzione opposta la Consulta, relatrice Cartabia, vuole ridurre le pene per spaccio, con l’unico risultato di ridurre il numero di carcerati, senza affrontare i fondamentali di questa piaga sociale. In altre parole, nella Consulta, si auspica un ulteriore resa politico-sociale con ulteriore danno per i minori. D’altronde la Cartabia, riducendo le pene massime, favorisce la parte più ignobile dello sconcio mercato della droga, gli spacciatori, gli unici che rischierebbero pene severe, d’altronde già ora raramente irrogate.
Occorre ricordare alla Cartabia che l’assunzione di stupefacenti (anche dei derivati cannabis ossia anche la marijuana) provoca danni irreversibili al sistema neuronale in via di sviluppo e trasformazione degli adolescenti: lo prova la diagnostica neuro-imaging (un metodo di indagine sul cervello con una combinazione di speciali tomografie e risonanze magnetiche ad alta definizione). Chi sostiene il contrario porti prove scientifiche. La cessione di droga ai minori causa costi umani e sociali incommensurabili: sia la cessione che lo spaccio ai minori andrebbero quindi sanzionati pesantemente (non meno di 30 anni di galera) senza i distinguo e le scappatoie della legge vigente. Concentrare gli investimenti repressivi sul segmento di mercato minorile servirebbe, in prospettiva, anche a contenere il mercato adulti.
Il problema in ogni caso non si risolve facendo pagare a tutti il consumo edonistico di alcuni. Anche le famiglie che tollerano e finanziano figli consumatori di sostanze dovrebbero essere poste sotto osservazione dal punto di vista fiscale e della genitorialità responsabile.
I giovani rimbambiti, pallidi, allucinati non saranno salvati con lassismo e buone parole, ma punendo severamente chi cede loro sostanze stupefacenti, nonché quanti favoreggino lo spaccio, siano costoro persone fisiche o locali pubblici che speculano su tale spaccio.
Occorre mettere a fuoco le incongruenze del sistema corrente e rimediarvi.
La legge vigente (da annacquare, secondo la Cartabia) è già iniqua e paradossale: lascia di fatto quasi totale libertà di cessione e spaccio ai minori, mentre altrettanto non possono fare, giustamente, le rivendite legali di alcol e tabacco. È un concreto vantaggio di mercato a favore di criminali, sancito dagli effetti pratici della legislazione attualmente vigente. È inaccettabile e difficilmente comprensibile che la Cartabia, da Presidente della Consulta, voglia rendere le normative ancora più inique invece di cercare altre strade effettivamente efficaci.
Il mercato della droga gode di ingiustificabili favoritismi e complicità (involontari?) da parte dello Stato, con lauti profitti per chi spaccia e altissime spese pubbliche per senza abbattere o almeno indebolire la baracca della droga.
A ciò si aggiunga la medicalizzazione del consumo con la “psichiatrizzazione” a sovraccarico del Servizio Sanitario Nazionale, sebbene la droga non sia una “malattia” accidentale bensì una scelta edonistica personale.
La Corte Costituzionale lascerebbe inalterata la misura massima della pena in 20 anni di reclusione, applicabile ai fatti più gravi. Quali sarebbero i fatti più gravi? Basti una notizia di cronaca per comprendere come venga applicata la legge e perché i condannati a “vent’anni” per reati di droga si contino su un paio di mani. Ecco la notizia, una delle tante nel suo genere: «Il Giudice del Tribunale di Campobasso ha condannato le persone che avevano scelto il rito abbreviato coinvolte nell’inchiesta Drug Market che ha consentito di smantellare un sodalizio criminale tra Romagna e Toscana. Condanna più pesante per F.D., colei che si occupava di trattare prezzi e qualità delle sostanze stupefacenti: 8 anni e 6 mesi, pene più lievi per gli altri sei imputati difesi dagli avvocati V: e T.» In altre parole la valorosa boss, operatore di mercato a medio livello, sconterà sì o no un paio d’anni, poi tornera a godersi i soldi guadagnati e al vecchio mestiere, accumulandone altri. Lo Stato, beato imbecille, paga mentre la sentenza Cartabia favorisce, anzi incoraggia questo andazzo. Non è accettabile.

Leggi pure : https://www.pierolaporta.it/anche-basaglia-al-bar-psichiatria-di-l-prando/

 

Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante della carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.
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