ALDO MORO – Scoppiano Le Matrioske di via Fani

La soluzione della morte di Aldo Moro è tuttora in via Fani, proprio perché il protagonista, Aldo Moro, in via Fani non c’era. Per grazia di Dio e con l’aiuto di Padre Pio ho anagrammato quattro frasi di Aldo Moro, quattro e consecutive, contenute nella prima lettera di Aldo Moro a Francesco Cossiga. Ho depositato un esposto in Procura a Roma, su tali anagrammi. Sono inoltre pronto a denunciare per depistaggio quanti osino spacciarne ancora di farlocchi, come han sinora fatto. Le matrioske di bugie, una intorno all’altra, non stanno più in piedi. Le matrioske, bambole russe, scoppiano; la verità scoppia.

Suggerisco cortesemente ai lettori di spendere una decina di minuti per il video qui sopra. Suggerisco pure di tenersi pronti a rintracciare, attraverso i link in questo articolo, una quantità di documenti contenuti in Internet. Il video in questa pagina è in corso d’opera; video ulteriori saranno inseriti mano a mano e arricchiti di novità.
Al termine di questo pezzo ho inserito dei “punti di riflessione”, per focalizzare gli aspetti più controversi.
Il libro (di prossima pubblicazione) sarà strutturato sulla parte cartacea a sua volta piena zeppa di riferimenti in video e in ipertesto, proprio come questo articolo.
Buona lettura.

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Raccontarono in coro – le Istituzioni, la stampa, i BR – che un manipolo di BR, ritrovatisi il 16 Marzo 1978, presso un bar, a cinque minuti dal policlinico Agostino Gemelli di Roma, benché privi del più elementare addestramento, dopo poche ore rivendicarono il più clamoroso colpo di Stato mai patito dalla Repubblica.
Essi potevano al più ferire e uccidere, piombando alle spalle delle vittime, per poi fuggire. Non fu che un’illazione che essi avessero ucciso cinque agenti, due dei quali ben addestrati e padroni di sé, uccisi con precisissimi colpi al capo. Illazione sostenuta tuttavia da testimoni oculari, le cui dichiarazioni furono raccolte e messe agli atti senza vaglio sufficiente, come invece andrebbero scientificamente vagliate le testimonianze oculari.
Dopo 44 anni dal fatto, colpisce il contributo alla confusione da parte delle più alte Istituzioni dello Stato e da distratti (quando non peggio) giornalisti, per passare dalla disinformazione all’inganno e da questo all’oblio falsificato oppure alla verità preconfezionata nella carta stagnola con l’etichetta “misteri d’Italia”.
Gli atti ufficiali dell’inchiesta sovrabbondano di domande elementari, nondimeno irrisolte per 44 anni, a dispetto del limitato impegno cerebrale imposto da eventuale buona volontà. Dichiara in atti giudiziari il Morucci Valerio (grassetto aggiunto):

«Nel febbraio 1978, dopo la metà del mese, si tenne, presso il villino di Velletri, la riunione della Direzione Strategica del 1978 […]Al momento di questa riunione, il comitato esecutivo aveva già deciso il sequestro di Moro e il luogo in cui doveva essere compiuta l’operazione, cioè in via Fani»[1]

L’obiettivo di via Fani è costituito da due auto con cinque agenti, la scorta di Aldo Moro, presidente in pectore della Repubblica.
Prima domanda. Come i BR poterono essere certi un mese prima che l’assalto sarebbe avvenuto in via Fani? Vi erano altri due percorsi alternativi (via della Camilluccia e via Trionfale).
I BR (non più di undici, secondo le fonti ufficiali) sparacchiarono in tutte le direzioni, fra i propri piedi e sulle case di fronte, dal piano terra al secondo piano, per fortuna colpendo solo muri, armadi e finestre[2].

Dopo tre minuti di sarabanda – un bim-bum-bam, descritto confusamente dal Morucci – i cinque agenti di scorta sono uccisi, tre dei quali con precisione chirurgica; due di questi sono gli angeli custodi di Aldo Moro: Oreste Leonardi e Domenico Ricci, fulminati col primo colpo alla testa. Il terzo muore dopo alcune ore. È l’appuntato PdS Francesco Zizzi, rinvenuto agonizzante, sul sedile anteriore dell’Alfetta, colpito alla schiena da tre precisissimi colpi, tutti sparati dal basso verso l’alto.

Il sedile anteriore destro dell’Alfetta, sul quale sedette Zizzi, non reca segni d’arma da fuoco. Ripetiamolo: colpito alla schiena da tre pallottole, direzione dal basso verso l’alto, senza segni d’arma da fuoco sul suo sedile.
Zizzi fu colpito alla schiena da tre pallottole, direzione dal basso verso l’alto, alle spalle, mentre è in piedi, come lo rappresenta la “ricostruzione tridimensionale”. Da questa ricostruzione ufficiale è tratta l’immagine qui accanto.
La versione del Viminale (e del Morucci) è smontata da Gianluca Cicinelli de Il Fatto Quotidiano, con scarso onore alla credibilità delle Istituzioni.
Seconda domanda. Come mai Zizzi fu rinvenuto sul sedile anteriore destro dell’Alfetta, se il sedile e lo sportello destro non recano alcun foro di pallottola?
Due colpi vicinissimi, a meno d’un centimetro colpirono Zizzi. Un altro poco più in alto, mentre cadeva. Quei colpi tradiscono un tiratore professionista, glaciale, dal polso fermissimo; questi spara mentre Zizzi è fuori sulla destra della FIAT 130, in piedi, dando le spalle all’arma che lo colpisce. Ripetiamo due colpi, in immediata successione il terzo lo colpisce più in alto perché Zizzi sta cadendo per effetto dei primi due.
È lo stesso assassino ad aver sparato un minuto prima alla tempia destra del maresciallo dei carabinieri paracadutisti, alla tempia destra, ricordiamolo, di Oreste Leonardi, del tutto di sorpresa. Uno, almeno uno degli assassini fu quindi sulla destra dell’Alfetta.
Terza domanda. Come mai la presenza d’un tale micidiale tiratore è negata all’unisono da BR e Istituzioni?
Quarta domanda. Come mai la presenza di questo tiratore non è mai stata adombrata dagli investigatori, ma solo dopo molti anni, come s’è detto, da Gianluca Cicinelli, de Il Fatto Quotidiano[3], asseverato da quanto rimane dell’Alfetta. Ancora per poco, perché l’auto, in consegna alla Polizia di Stato, sta andando in malora per incuria.
Quinta domanda. Come mai quest’auto, nella quale tre servitori dello Stato sono stati massacrati, è lasciata andare in malora dai colleghi dei martiri?
Il Morucci raccontò alla Corte d’Appello di Roma (grassetto aggiunto):

«L’organizzazione era pronta per il 16 mattina, uno dei giorni in cui l’on. Moro sarebbe potuto passare in via Fani. Non c’era certezza, avrebbe anche potuto fare un’altra strada. Era stato verificato che passava lì alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre. Non c’era stata una verifica da mesi. Quindi il 16 marzo era il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l’azione, sperando, dal punto di vista operativo, ovviamente, che passasse di lì quella mattina.Altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo e poi ancora il giorno dopo, fino a quando non si fosse ritenuto che la presenza di tutte queste persone, su quel luogo per più giorni, avrebbe comportato sicuramente il rischio di un allarme».[4]

Dichiara inoltre in atti giudiziari il Morucci Valerio:

«Nel febbraio 1978, dopo la metà del mese, si tenne, presso il villino di Velletri, la riunione della Direzione Strategica del 1978 […]Al momento di questa riunione, il comitato esecutivo aveva già deciso il sequestro di Moro e il luogo in cui doveva essere compiuta l’operazione, cioè in via Fani»[5]

Parole del Morucci delibate dalle Istituzioni, per porle diligentemente agli atti.
Ribadiamo quattro domande:1) Perché l’agguato fu portato a termine con successo, in quel luogo (via Fani), proprio quel giorno (16 Marzo 1978) e proprio a quell’ora (09.02)? 2)Come fu possibile che i BR sapessero da metà Febbraio 1978, data, luogo e ora di transito delle due auto di Stato da assaltare? 3)Perché il Viminale nega che Zizzi – colpito alla schiena, dal basso in alto – sia colpito mentre è fuori dall’Alfetta, sulla destra dell’auto? 4)Perché Istituzioni e BR all’unisono nascondono queste evidenze?
Politici, pubblici ministeri, tribunali, giornalisti e, come ho potuto sperimentare, colti cittadini comuni passano con indifferenza su queste domande.

L’agguato e il Primo Colpo

Lazione militare svoltasi a via Fani si propose di uccidere i cinque agenti, senza possibilità di resa: agguato per uccidere, quintuplice delitto premeditato.
L’agguato è una classica azione militare, con una dottrina da rispettare, a meno di voler fallire. Esso inizia, prosegue e si chiude con azioni coordinate nel tempo e nello spazio.
Sesta domanda.Come mai in nessuna pagina delle indagini neppure ci si chiede “chi dei BR spara il primo colpo?”
Chi spara troppo presto allerta le vittime. Se si spara troppo tardi è ancor peggio. L’agguato per una carneficina deve iniziare con un colpo di arma da fuoco. Occorre tuttavia rispondere a una domanda essenziale: chi sparò per primo?
Non occorre uno stratega per comprendere che il primo colpo determina l’istante in cui inizia un agguato. Il capo spara, i rimanenti sparano a seguire. Chi spara e l’istante in cui spara sono elementi predeterminati e determinanti, altrimenti l’agguato precipita nel caos. Solo l’autorità che abbia il pieno comando e controllo di tutto il dispositivo militare può determinare il primo colpo.
Il Morucci su questo non fa cenno, semplicemente perché egli come i rimanenti BR sono militarmente inadeguati alla missione di cui vantano la messa in opera.
È altri che spara il primo colpo. Questo lavoro ne darà dimostrazione. La polizia scientifica[6] determina qual è il primo colpo, omette di spiegare perché è il primo, chi lo ha sparato e qual è lo scopo di quel primo colpo di pistola.
Non è un’indagine credibile quella che accredita dei BR (bulletti di periferia, solo un po’ meglio armati e niente affatto addestrati) come protagonisti in via Fani. C’erano altri con loro a fare le cose sul serio. Altri, tutelati dalle Istituzioni.
Chi voglia ascoltare la registrazione sonora della formidabile intervista di Raffaela Fanelli[7] a un BR, comprenderà i limiti oggettivi, umani e intellettivi, a causa dei quali tali soggetti non poterono andare oltre il bullismo criminale. Soggetti di tale infimo livello umano e professionale sono comparse, mai protagonisti d’un crimine di alto livello, come quello di via Fani.
Ribadiamo, martelliamo queste domande perché sono essenziali: 1) Perché non ci si interroga su chi ha sparato il primo colpo? 2)Perché tale primo colpo fu sparato proprio in quell’istante? 3)Quali furono gli obiettivi di ciascun BR? 4)Chi sparò a chi? Furono esplosi oltre 90 colpi… Sono stati rinvenuti davvero tutti i bossoli? Furono rinvenuti nel punto di iniziale caduta?
Alla naturale confusione seguita all’agguato, le Istituzioni aggiungono sciatteria, vaste zone d’ombra – tutt’ora oscure dopo 44 anni – tradendo il proprio peculiare dovere.
Com’è facile constatare, da una prima disanima, sono già emerse una dozzina di domande le cui risposte, neglette nelle prime ore, tali sono da mezzo secolo, fino ai giorni correnti.
A queste domande senza risposta (per ora) si aggiungono i dettagli organizzativi, i tempi, i concorsi, le logistiche, le complicità, i luoghi… tutto incerto, dopo 44 anni dal 16 Marzo 1978, gettando nel grottesco la tragedia della Repubblica, in grado solo di deporre corone commemorative e concedere sconti di pena agli assassini. Gratitudine? Perché?
Se ne ricordino quanti vorranno criticare il lavoro di questo volume – certamente una ricostruzione più veritiera di quella ufficiale – su quanto davvero avvenuto a via Fani.

Aldo Moro Immobile, Glaciale

Alle domande sospese, s’aggiunge la fandonia del BR Morucci (asseverata dal Viminale)[8]: Aldo Moro immobile, una mummia, in attesa della fine della sarabanda, mentre esplodevano oltre novanta colpi, intono a lui e nell’abitacolo dell’auto in cui sarebbe stato. Egli rimase immobile per tre minuti: 90 secondi di fuoco e poi il tempo per rimettere l’appuntato Francesco Zizzi, sul sedile anteriore destro dell’Alfetta.
Aldo Moro subisce l’azione di fuoco, anche nella sua auto, sente le pallottole scoppiargli a pochi centimetri, vede quanto accade a Zizzi. Resta impassibile e poi trasborda docilmente verso un’altra auto.
Aldo Moro fu immobile al punto da rendere superflua la presenza dello Statista nella “ricostruzione tridimensionale”, sottoposta alla Commissione parlamentare, presieduta da Giuseppe Fioroni, il quale nulla obietta per la bizzarra assenza di Aldo Moro, il protagonista, assente in tale c.d. “ricostruzione tridimensionale” https://bit.ly/3EIg1nl.
È solo una carenza di preparazione specifica dei Commissari della Commissione Fioroni?
C’è un gioco di finzioni, di falsità e di mistificazioni, tipico delle fognature della Repubblica. Le dinamiche fra BR, servizi segreti e Viminale sono tuttavia presenti nella mente di Fioroni, spintosi a svelare il Morucci quale collaboratore dei servizi. Un assassino collaboratore dei servizi. https://bit.ly/3vblsrx  Curioso, vero?
Si impongono domande ulteriori.
1) Quanti dirigenti/funzionari sapevano di Morucci agente dei servizi? 2) Chi ne caldeggiò l’assunzione? 3) Perché sono occorsi 45 anni per renderlo noto? 4) Vi sono magistrati a conoscenza di questo da ben prima? 5) Chi è e chi fu il dirigente sovraordinato al Morucci nei servizi?
Agli atti della Camera esiste un filmato, detto “ricostruzione tridimensionalehttps://bit.ly/3s0UGQH.
È un video realizzato con grafiche computerizzate, rappresentante persone e cose, privo d’un criterio razionale, d’un filo logico che spieghi la dislocazione delle persone e delle cose, privo della giustificazione razionale dei tempi e dei modi con cui l’azione inizia, si svolge e si conclude.
Ricalca il bim-bum-bam raccontato dai BR e accolto negli atti giudiziari, descrivendo la strage di via Fani, come fosse una farsa priva d’ogni pregio investigativo, come un copione d’un film del Bellocchio Marco.
È inevitabile martellare la domanda: «Perché una ricostruzione in video, concernente un rapimento, reca immagini del tutto prive di quella del presunto rapito?» https://bit.ly/3OAw1Mr           https://bit.ly/3s0UGQH
L’on. Aldo Moro assente nel video, significa che egli è superfluo? Egli è superfluo perché le collocazioni di chi spara, le collocazioni delle due vittime e quelle del medesimo Aldo Moro sono cristallizzate? Se così fosse, il video sarebbe privo di senso. Sarebbe stato sufficiente una immagine statica. Perché fare un video di un rapimento se infine manca il personaggio rapito, Aldo Moro?
Gli assassini dichiarano approssimativamente da dove e come sparano. Gli inquirenti prendono nota, senza alcun vaglio critico. Le vittime muoiono quindi nei verbali e nei tribunali come i BR dettano debbano morire. Dal crimine alla farsa, da questa alla sentenza, passando per la cronaca.
Ennesima domanda. Perché le Istituzioni sono così acquiescenti con dei criminali?
La “ricostruzione tridimensionale” senza Aldo Moro non è lo studio criminologico di un delitto. Esso è l’adattamento cibernetico d’uno scadente copione cinematografico, nel quale Aldo Moro non è neppure un avatar; non ha alcuna possibilità d’interferire col crimine in corso.
È dunque superfluo inserire Aldo Moro nelle immagini. È quindi giusto dimenticare che le ginocchia di Aldo Moro sarebbero state a pochi centimetri dalle traiettorie e istintivamente egli si sarebbe mosso scompostamente.
Aldo Moro – secondo il Morucci e le Istituzioni – rimane invece impassibile e immobile (immobile!) come fosse un tostissimo agente segreto. Muto e impassibile per tre minuti, durante la carneficina.
Se invece Aldo Moro non rimase impassibile nei tre minuti di fuoco, perché Aldo Moro è assente nella c.d. ricostruzione?
Ha visto morire sotto i suoi occhi amici cari – Oreste Leonardi e Domenico Ricci – ha udito scoppiare le ossa; ha udito i rantoli di Oreste e Domenico, ne ha annusato il sangue, ha subito le raffiche nell’abitacolo della Fiat 130 in cui si sarebbe trovato.
Eppure Aldo Moro scende dall’auto – secondo il Morucci e le Istituzioni – come se nulla fosse accaduto. Trasborda con le proprie gambe, docilmente su un’altra auto.
Gelido e autosufficiente come neppure un Rambo. Manca che chieda e ottenga una sigaretta e un bicchierino. Anche un autore, per altri versi attendibile, sostiene questa tesi sgangherata. C’è un retropensiero? Lo staneremo.
Il lettore provi a immaginare se stesso al posto di Aldo Moro, come il Morucci lo descrive. Le Istituzioni, genuflesse, credono a un terrorista assassino in libertà che versa nelle coscienze una ricostruzione velenosa e falsa, palesemente velenosa e falsa.

La Prigione

Dove i BR portano Aldo Moro? Verso un covo romano, assicura il Morucci. Come dubitarne? Gli credono infatti tutti, inclusi Paolo Cucchiarelli e Bellocchio Marco, regista, ricavandone un film.
Qualcuno è sceso dall’auto? Si trasferì sull’auto dei BR? Certamente, vi sono testimoni a confermarlo. Come sono stati esaminati i testimoni? Da chi? Come?
Questo libro non crede al Morucci, non crede al Bellocchio, non crede alle Istituzioni impegnate in queste tesi sgangherate.
Perché dopo tante domande senza risposte, dopo tante sgangherate ricostruzioni, dovremmo credere che fosse davvero Aldo Moro quello visto scendere dall’auto? Siamo ancora alle primissime pagine di questo esame.
È curioso: autori, pure autorevoli, hanno messo in dubbio una quantità di dettagli (orari, provenienza, punto di arrivo presunto, circostanze della morte), hanno chiamato in causa mafie, massonerie e servizi d’ogni colore, certamente vocati al falso. Ebbene gli stessi autori, quando si adombra il dubbio che Aldo Moro fosse detenuto lontano da Roma e dal suo circondario, insorgono increduli. Insorgono e non offrono uno straccio di prova che sia uno a suffragare la loro incredulità.
Noi non crediamo al Morucci e ai suoi cantori. Noi piuttosto crediamo ad Aldo Moro, al suo altissimo senso dello Stato, col quale, a dirla con Leonardo Sciascia, trovò la forza, pur nella sua disperata condizione di “informare”.

Aldo Moro Detta La Tesi al Libro

Aldo Moro occorreva vivo, affinché la commedia della trattativa celasse i veri mandanti. Aldo Moro non poteva essere ferito – e falsari professionisti hanno messo in giro gabole su una ferita ai glutei. Basta leggere il verbale dell’autopsia per rendersi conto delle falsità.
Occorse incolume: prigioniero e incolume. Perché questo fosse certo, ci fu una sola via: «Il presidente Aldo Moro non era in via Fani durante la strage».
È Aldo Moro a farcelo sapere. Lo fa mediante una lettera alla moglie, “adorata Noretta”; lo aveva fatto in precedenza sapere nella lettera all’«amico» e ministro dell’Interno, Francesco Cossiga, mediante quattro frasi inequivocabili, anagrammate in questo libro.
Aldo Moro parlò a Cossiga, come ora parla a noi. Vedremo perché Cossiga potrebbe aver involontariamente perduto la possibilità di comprendere il messaggio del suo amico Aldo Moro. Aldo Moro non era in via Fani bensì: “Preso con elicottero
Prima conseguenza.Il presidente Aldo Moro era destinato comunque a essere ucciso”. Lo scrive egli stesso in una lettera censuratagli[9] dai BR e dagli storici.
Seconda conseguenza.La strage della scorta e la morte del presidente Aldo Moro furono indispensabili per eliminare tutti i testimoni, altrimenti fatali a svelare mandanti e reali scopi del sequestro e poi del predeterminato assassinio di Aldo Moro”.
Terza conseguenza.Il «prelevamento» del Presidente Aldo Moro – davanti alla chiesa di San Francesco o a quella di santa Chiara o al campo sportivo di fronte all’ospedale Gemelli – fra le otto e trenta e le otto e cinquantacinque, rese conveniente e possibile portarlo fuori Roma (in elicottero, com’egli ci dice) tenendovelo fino all’imminenza dell’uccisione”.
Quarta conseguenza. La famiglia Moro dovrebbe chiedere scusa alla memoria di Francesco Cossiga, avendolo trattato da unico responsabile del misfatto. Ha le sue responsabilità, Cossiga, non di certo superiori al capo del governo, AWndreotti Giulio, che controllava i servizi, neppure superiori ai rimanenti capataz della politica, intransigenti dal 16 Marzo al 9 Maggio.

Mai e poi mai Aldo Moro si sarebbe rivolto direttamente con una lettera a chi fosse stato responsabile della trappola in cui cadde. Mai e poi mai si sarebbe rivolto direttamente a Cossiga, Andreotti e Zaccagnini, come fece, se costoro fossero stati parte della trappola mortale. Che uno di costoro ne abbia tratto profitto, è un altro discorso.
Chi ha custodito Aldo Moro? Il libro rimane entro la “tesi” e le tre enunciate “conseguenze”, lasciando il resto ai nuovi requirenti, sperando siano diversi dai precedenti.
Il magistrato è chiamato a pulire il passato non meno del presente, dopo 44 anni d’inutili inchieste, processioni di commissioni parlamentari e cataste di corone commemorative.

Conclusione – Matrioske Contro Verità

Per nascondere la verità è stata usata una tecnica adatta ai tempi correnti: seppellire i fatti sotto le informazioni, frullare le informazioni e confonderle con le falsità.
Ci sono cascati in molti, quantunque autorevoli e ben provveduti di ingegno. Quando i fatti affioravano nonostante tutto, fu concessa la desecretazione dei documenti. I tanti documenti diventati accessibili aumentano la confusione invece di diradarla. Stiamo su via Fani, sullo sviluppo tecnico dei fatti di via Fani e sulle falsità con le quali il reale sviluppo tecnico è stato avviluppato, come una matrioska sull’altra.
I fatti più succulenti sono rimasti segreti. Basti un esempio: le fotografie di Oreste Leonardi sul tavolo incisorio con gli specilli nelle ferite. Sono state segretate per “ragioni di sensibilità verso i familiari”.
Se le pubblicassero la ricostruzione delle traiettorie nella ormai troppo citata “ricostruzione tridimensionale” brillerebbe per l’approssimazione. A noi bastano le immagini che abbiamo per dimostrare che la narrativa ufficiale è falsa.
Siamo più bravi degli altri? No. Ci concentriamo solo sulla prima grande bugia: via Fani. La nostra lampada è questa: «La verità dev’essere “congruente” coi dati tecnici, altrimenti è un falso spacciato per vero». Troviamo quindi le incongruenze da smontare.
La verità è falsificabile, non il falso[10]. Anzi, quando qualcosa appare apoditticamente vero, come un dogma (il più antico vizio del potere è il “dogma”) quello è il punto cui dedicare la massima attenzione (a via Fani c’erano solo BR, la prigione di Aldo Moro era a Roma, era sul litorale, era lì, era là, lo hanno ucciso in un garage…).«Puoi ingannare poche persone per molto tempo o molte persone per poco tempo. Non puoi ingannare molte persone per molto tempo» (Abraham Lincoln).
Le verità scontate devono vagliarsi con la congruità, affinché la verità si sveli. Ogni menzogna nasconde un’altra menzogna e le precedenti. Ogni menzogna racchiude le precedenti, impedendo loro di scoppiare: matrioska, una bugia sull’altra, matrioska ormai enorme, dopo quasi mezzo secolo, sul punto di scoppiare.
La verità scoppia” è peculiare, non muore, scoppia infine, tanto più forte quanto più grande è la matrioska, la bambola russa.

Elementi di Riflessione

  1. I BR privi di peculiari risorse tecnico operative – umane, pianificazione, addestramento, coordinamento e controllo – non di meno conseguono il successo, in quel luogo (via Fani), quel giorno (16 Marzo 1978) e a quell’ora (09.02).
  2. I BR sanno fin da un mese prima, da metà Febbraio 1978, data, luogo e ora di transito delle due auto di Stato da assaltare, sebbene Oreste Leonardi scegliesse il percorso giorno per giorno.
  3. BR e Istituzioni negano che Zizzi – colpito alla schiena, dal basso in alto – sia sulla destra dell’Alfetta, fuori di essa quando è colpito.
  4. Nessuno dà la prova che il presidente Aldo Moro fosse davvero in via Fani durante la strage.
  5. Nessuno fornisce la prova che Aldo Moro – visti i buchi nel dispositivo di controllo dopo la strage – non sia stato portato fuori Roma (in elicottero, com’egli ci dice). Anzi, sarebbe stato possibile pure in auto.
  6. Non sono state fatte indagini sull’elicottero visto volteggiare su via Fani durante la strage.
  7. Gli inquirenti non dicono chi ha sparato il primo colpo.
  8. Gli inquirenti non dicono perché il primo colpo fu sparato proprio in quell’istante.
  9. Gli inquirenti non dicono quali fossero gli obiettivi di ciascun BR quando sparò.
  10. Furono esplosi oltre 90 colpi… Nessuno dà la certezza che stati rinvenuti davvero tutti i bossoli.
  11. Nessuno dà la certezza che furono rinvenuti nel punto di iniziale caduta.
  12. La verità deve essere congruente coi dati tecnici.
  13. La verità è falsificabile, non il falso.
  14. Troppi dettagli sono dati per scontati, senza dati di fatto.
  15. Troppe domande sono senza risposta, per ora.

Siamo ancora all’inizio.

[1]Gabriella Pasquali Carlizzi “Il memoriale. Dagli Atti del proc. pen. n° 3703/90 C.R.G.P.M.”, passato attraverso una quantità di vicissitudini, giudiziarie e non solo https://bit.ly/3G70i1M

[2]Verbale della Polizia scientifica in via Fani https://bit.ly/3KE26QF

[3]Gianluca Cicinelli “La perizia su via Fani è un depistaggio di Stato” Il Fatto Quotidiano 10 Marzo 2021

[4]Morucci Valerio, testimonianza, processo d’appello per l’uccisione di Aldo Moro; udienza del 24/01/1985.

[5]ibidem nota 1

[6]Commissione Fioroni, documento 197/1

[7] https://bit.ly/3yQlPKl                                                      https://bit.ly/3MA9vSM

[8]Cfr.Relazione del Viminale alla Commissione Fioroni  https://bit.ly/3EIg1nl

[9]Per consultare un testo fedele, cfr. Aldo Moro “Ultimi Scritti” a cura di Eugenio Tassini, ed. PIEMME 1998 pag. 15 nota introduttiva alla lettera a Zaccagnini.

[10]Il falso non è falsificabile (K. Popper)

Informazioni su Piero Laporta

Dal 1994, osservate le ambiguità del giornalismo italiano (nel frattempo degenerate) Piero Laporta s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come d'altronde sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico, non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.
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9 risposte a ALDO MORO – Scoppiano Le Matrioske di via Fani

  1. Cristiano Novello scrive:

    Generale, corregga Rizzi con Zizzi. E lo faccia con attenzione perché sta perpetuando la stessa versione sbagliata apparsa su Stilum.
    La contattai un paio di giorni fa tramite il numero che mi diede chiedendole se la sua ricostruzione non ha come implicazione primaria il fatto che Moro doveva morire. Altresì l’inganno sarebbe stato testimoniato da un attore principale, ossia lo stesso Moro?
    Auguri e complimenti per il lavoro.

  2. paolo scrive:

    qualcuno ipotizza anche cecchini dall’alto : https://la.indymedia.org/news/2019/04/297931.php – dove si legge, tra le altre cose: “Aveva dunque ben ragione Mino Pecorelli : l´agguato di via Fani è un atto di guerra, preparato e attuato con tattica militare da professionisti addestrati in scuole di guerra di altissimo livello – i tiratori scelti dall´alto – e da manovalanza reclutata su piazza, ma comunque preparata militarmente, per il piano strada”.

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