Delocalizziamo Benetton

mxcpslide_296419_2428003_freeIndossi Benetton? Sentiti lercio e clicca sul dolore qui accanto.

Dacca, Bangladesh, una catapecchia di nove piani – fragile quanto forti sono gli interessi che l’anno agguantata, crollata, schiacciata – spiega più d’un esercito d’economisti che cos’è la globalizzazione: schiavismo.

Rivoluzione francese, Rivoluzione sovietica e Rivoluzione cinese? Cancellate. I diritti umani e i diritti dell’Uomo? Crollati sotto gli interessi di Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Germania  e le loro macchie indelebili di schiavismo nelle loro storie fondanti, insieme a India e Cina, risprofondate nel buio dei secoli passati. Solo la Chiesa, la Croce e i missionari sono rimasti ad arginare l’onda fetida di barbarie schiavista; da qui odio e persecuzione verso tutto ciò che evochi Cristo.

Il consigliere delegato di Benetton, Biagio Chiarolanza, dice che ha comprato le camicie dall’azienda New Wave Style, una delle fabbriche tessili all’interno del Rana Plaza Building: “La New Wave Style, al momento del disastro, non era uno dei nostri grossisti, ma uno dei nostri fornitori diretti in India aveva subappaltato due ordini all’azienda”, dice Chiarolanza.

New Wave Style… Rana Plaza Building… visto come suonano bene in inglese? Sembrano così trendy questi schiavisti e i loro lupanari per opprimere uomini donne e bambini, schiavi al servizio di porci.

BENETTONOggi gli schiavisti hanno cambiato copione ma non scopo: non mandano le navi in Africa a catturare sventurati, preferiscono pagare chi lo fa per conto loro e proteggere quanti li sfruttano. Si nascondono dietro consigli d’amministrazion e scale discendenti di subappalti. Così tornano a possedere, com’ebbero durevolmente, il lavoro dello schiavo, privo d’ogni diritto, caricato d’ogni fatica, quanto più è giovane tanto meglio è; se bambino o bambina è perfetto: mangia poco, lavora fino allo sfinimento, non ha capacità di protesta e muore senza che alcuno s’accorga, neppure noi, se muoiono uno a uno, in silenzio, di notte, per la malattia, per la fame o per la tristezza infinita che gli fa rantolare “basta così”, lontani dall’ultima carezza della mamma.

Questa volta, che disdetta, se ne sono andati in 900, d’un colpo solo; diventa impossibile ignorarli in tivvù col palazzo – i giornalisti d’avanspettacolo lo chiamano proprio così “palazzo” – una catapecchia di nove piani che fa quanto doveva fare da tempo: crolla, smembra, schiaccia, soffoca 900 esseri umani, maschi e femmine, bambini e bambine, schiavi.

E i giornalisti d’avanspettacolo presentano il salvataggio d’una poveretta dopo due settimane lì sotto, come un trionfo riparatorio della strage, dopo aver dedicato pochi centimetri di cronaca ai 900 morti di Dacca, preferendo le notizie sui cani e le tartarughe, sulla shoa, il nazismo e il fascismo, le adozioni a favore di donne omosessuali e omosessuali uomini, uomini  trans e donne trans, bisex uomini e bisex donne; estasiati per le vaccate di Oliviero Toscani, mentre novecento schiavi muoiono e Benetton ci schizza di merda, senza che la stampa d’avanspettacolo gli chieda: ”Dove trovi la faccia per stare ancora nella civilissima e cattolica in Italia?”, salvo domani indignarsi per il caporalato a Soverato e a Manduria, per i Centri di identificazione ed espulsione (Cie), dimenticando che tutto è conseguenza del satanico schiavismo che lorda il mondo per produrre una camiciola.

Papa Francesco, alza la voce, cacciali fuori dalla Chiesa, scomunica anche il parroco che battezzò costoro, delocalizzali lontano dalla comunità di credenti. Sei l’unico che può fare, che deve avere la volontà di fare, di agire contro i demoni che predicano democrazia qui per locupletare il sangue dei miserabili, erti a maestri dittatori d’ogni dove, demoni globalizzati, appunto.

conflittiestrategie elio

 

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

2 risposte a Delocalizziamo Benetton

  1. RealityFirst dice:

    Raramente ho visto un compendio migliore dei guasti che può fare il moralismo ideologico sposato all’ignoranza economica: con dei sostenitori come te i poveri del mondo sono a posto, il sole dell’avvenire li attende per illuminare la cornucopia dell’abbondanza…

    PS
    Benetton liberista?

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