Carlo Fecia di Cossato

http://www.pierolaporta.it/carlo-fecia-di-cossato-2/ carlo fecia di cossatoCarlo Fecia di Cossato, il 27 agosto 1944 ne ricorre la fine. Chi lo ricorda ancora? Lo intervistiamo. Egli si presta e la conclusione è terribile.

«Vi osservo …» risponde dopo una pausa mentre scruta me, avendogli appena chiesto: «Che cosa fa, ora?».
La domanda, me n’avvedo all’ultima sillaba, suona banale iniziando la conversazione con un eroe, la cui risposta, proferita con una cert’aria di dubbio maligno, dovrebbe togliermi ogni coraggio a proseguire.
«Vi osservo …» non mi dà del “voi”, il comandante Carlo Fecia di Cossato, piuttosto colloca me dall’altra parte, fra i tanti dai quali si strania con cortesia e incolmabile distacco.
Per mia fortuna sono preparato, non mi lascio soggiogare dal sorriso indecifrabile, luminoso eppure cortesemente beffardo. Lo colpisco duro. Perché si è ucciso? Era depresso? Fu un’indole narcisista?

Il mio problema insuperato fu l’8 settembre 1943. D’altro canto è anche il vostro, tuttora e molto di più. S’è chiesto perché mai la classe politica italiana è del tutto peggiore della gente su cui impera?

Il sorriso si spegne di colpo ma l’espressione non si fa gelida come m’attendo mentre il dolore riaffiora:«Lei non può comprendere» mi osserva e ripete «Lei non può comprendere… adesso ascolti…
Mia madre, Maria Luisa Gené e mio padre, Carlo Fecia di Cossato, ebbero sei figli, Margherita, Luigi e Maria Isabella, prima di me; poi vennero Eleonora e Olga. La nostra educazione ebbe un cardine: l’assoluta fedeltà al re, alla casa Savoia. Mio nonno paterno, il colonnello Enrico Gené fu tra i primi a entrare a Porta Pia. Mio nonno paterno, combatté a Gaeta e fu decorato. Se vuole posso tornare indietro di mille e cinquecento anni ed enumerarle tutte le imprese dei miei antenati, tutti esemplari per valore e lealtà. Lei può vantare qualcosa di analogo nei suoi ascendenti?».
No, comandante, non ho nulla di simile. I miei antenati sono molto umili e il mio cespuglio genealogico è alquanto spoglio; non credo di poter andare più indietro d’un paio di secoli. La mia domanda tuttavia non concerneva i suoi antenati, della cui fama non discuto, bensì il suo gesto estremo. Lei si sparò un colpo di rivoltella in testa il 27 agosto 1944, a Napoli, dopo aver scritto una lettera a sua madre. Non aveva altri affetti?
«Glielo ripeto, lei non può comprendere: è solo un giornalista, dopo tutto, o no?» mi scruta, gli occhi beffardi e chiude perentorio «Adesso mi lasci finire».
Io non l’ho interrotta. È stato lei a chiedermi se io avessi degli antenati illustri. Le ho risposto e ho ripetuto la mia domanda: perché si è suicidato? Non bluffiamo. Dal suo osservatorio sa bene che prima di fare il giornalista fui generale. Ne ho incontrati tanti di presunti eroi, costretti nel ruolo dalle circostanze più che dalla volontà. Lei è uno dei rari e autentici? Ma le ripeto la domanda: perché si sparò? Dopo tutto lei aveva un’educazione cattolica, forse blanda o comunque affievolita nel corso della sua formazione militare, tuttavia non di poco conto se sua sorella Olga entrò in convento. Nella sua lettera d’addio non c’è neppure un cenno o un dubbio morale circa il suo gesto.
«Il metro di giudizio quassù non ha, grazie a Dio, nulla di banale. Quando arrivai, Egli osservò:”Non agì per trenta denari né fece cantare il gallo”. Certo non avevo ostentato grande fiducia in Lui, questo è ben chiaro. Non l’avevo compreso in precedenza ed Egli spiegò che il rapporto padre-figlio è oblativo: il figlio prende, il Padre dona, com’Egli disse. Non ho grande esperienza al riguardo, se non come figlio. Egli quindi commisurò colpa e pena, affinché si cancellassero mutuamente e non me ne lamento. Non ne parliamo più. Le circostanze o la volontà, lei chiede? Nessuno deve neppure sospettare ch’io non amassi la vita. Non di meno il mio problema insuperato fu l’8 settembre 1943. D’altro canto è anche il vostro, tuttora e molto di più. S’è chiesto perché mai la classe politica italiana è del tutto peggiore della gente su cui impera?»
Le domande le faccio io, non ricominciamo. Mi aveva chiesto di finire indisturbato e invece divaga.
«Non è una divagazione, non lo è affatto. Se, dopo l’8 Settembre, tutti coloro che contribuirono a quell’esito avessero fatto come me, innanzi tutto io non sarei stato afflitto da quest’aura più o meno eroica che quassù ha tutt’altro conio e non di meno oggi la induce a interrogarmi. In quanto a voi, non sareste soggiogati da una classe dirigente che s’illude di mutare colore come l’acqua, a seconda del contenitore del momento. Ma come l’acqua imputridisce e ben presto ne risentono la vista, l’olfatto e gli altri sensi.
La mia vicenda, me lo lasci dire, è tutt’altra. L’8 Settembre il mio dilemma fu: devo combattere per l’onore della Marina o sacrificare il mio onore alla Marina? Non avevo una risposta e così mi risolsi».
Mi sta sviando. Lei la domanda se l’era posta ben prima, all’inizio del conflitto. Ad aprile del 1941, confidò al suo amico Luigi Longanesi Cattani: “Lo so, tutto sembra andare per il meglio. La Germania è padrone dell’Europa. Stiamo avanzando in Cirenaica, il generale Wawell è in rotta oltre Bengasi… Eppure saranno loro a vincere” infine concluse “Ma tutto questo non può avere conseguenza sull’impegno d’onore che abbiamo. In ogni caso il mio dovere di ufficiale è di battermi fino a che avrò gli ordini e i mezzi per farlo”. Fra i mezzi, mi lasci dire, vi furono anche gli uomini del suo equipaggio, ai quali non confidò certo la sua certezza nella sconfitta.
Non cambia di un’acca la sua espressione; né accenna un sorriso né si rabbuia; ma la pausa prima della risposta mi dà la sensazione che, suo malgrado, entriamo nel vivo.
«Se non avessero combattuto con me sarebbe toccato a qualcun altro condurli. Finché fui a bordo del sommergibile con me furono al sicuro. Non creda che i comandanti sommergibilisti fossero tutti di grande caratura. Questa belinata fu gabellata dalla propaganda di guerra ma la realtà fu tutt’altra. A Betasom, il comando dei nostri sommergibili di base a Bordeaux, i comandanti di vaglia furono non più di mezza dozzina. La più gran parte aveva un nome, il che li induceva a non avere alcuna sollecitudine per i marinai e rivolgere a malapena la parola ai sottufficiali e sempre con tono a dir poco arrogante. Ma tutto questo, tali diciamo così qualità, non li rendeva certo adatti alle battaglie in Atlantico, sia per il freddo estremo sia perché la guerra sottomarina esige peculiare tenuta di nervi e carisma in quantità, che si riversino su tutto l’equipaggio, facendone un tutt’uno, a dispetto delle condizioni di vita al limite del sopportabile: spazi ristrettissimi, fetore di latrina, corpi mal lavati e gas combusti, freddo e tensione incessante e senza risparmio.

L’illusione di modificare la realtà attraverso le parole è la più velenosa delle tossine di cui può infettarsi una società, il suo popolo, i suoi governanti.

Non mi va di dire altro degli altri equipaggi; mi ascolti bene. Dopo aver confidato la totale sfiducia – sì, sfiducia – nella vittoria finale al mio amico Luigi Longanesi Cattani, il 7 Aprile del 1941 partii in missione in Atlantico al comando del Tazzoli. Dopo una settimana affondai con due siluri il piroscafo inglese Aurillac di 4.733 tonnellate. Il giorno dopo con un siluro mandai giù il piroscafo norvegese Mc Ferlaine di 4.310 tonnellate; poi fu la volta della petroliera norvegese Alfred Olsen di 8.817 tonnellate. Il 23 maggio rientrammo a Bordeaux e riprendemmo il mare a luglio.  Fu un andare e tornare, combattendo, con un ritmo la cui intensità è impossibile da descrivere se non hai provato le tempeste coincidenti dell’acqua, del fuoco e del cielo, le quali sono tuttavia nulla a confronto di quello che il tuo stesso animo è pronto a scatenarti se per un solo istante ti lasci andare.

Il 1° febbraio 1943 riportai per l’ultima volta il Tazzoli e il suo equipaggio nella rada di Bordeaux. Quando lo lasciai, Tazzoli aveva affondato quasi 100mila tonnellate di naviglio nemico. Ogni volta che rientrai in rada, passai il mio tempo a dormire, recuperare energie il più in fretta possibile per ricominciare. Finché non mi consunsi e m’affidarono il comando dell’Aliseo, una nave di superficie.
Ecco, nonostante la mia totale sfiducia nella vittoria, detti tutto alla Patria e al mio equipaggio.
Il 16 maggio il Tazzoli partì senza di me, diretto a Singapore. Il 24 non rispettò l’appuntamento radio con la base e non se ne seppe più nulla».
Vuole dare a intendere che il Tazzoli affondò perché non c’era più Carlo Fecia di Cossato al comando?
«Queste conclusioni se le tenga per sé. La condizione di “comandante” è innanzi tutto un’attitudine dell’animo, prima ancora che una funzione conferita da chicchessia a una persona, la quale può avere o meno le doti per reggere il peso della piena e incondizionata responsabilità degli uomini che gli sono affidati. Da tempo s’odono stupidaggini come “ufficiale manager”, parole che trescano con altre parimenti ingannevoli come “missione di pace” o “bombardamento chirurgico”. Lei forse non sa gli esiti quasi esilaranti che causò l’ansia di fare la guerra senza dichiararla lealmente né al nemico e neppure, soprattutto, alla propria coscienza. Accadde in Italia, non molto tempo fa, e mise sconquasso fra le vostre e burocrazie.
Ricorda la prima guerra contro l’Iraq che invase il Kuwait nel 1991? I vostri stati maggiori non volevano mandare soldati di leva paventando reazioni dei cittadini di fronte a perdite gravi. Alla fine si risolsero a mandare un decina d’aerei Tornado a bombardare in “missione di pace”. Un Tornado fu abbattuto alla prima missione. Gli iraqeni  catturarono pilota e navigatore.
Grande fu il problema al ministero della Difesa. Non si poteva scrivere sui documenti matricolari dei due prigionieri che erano “prigionieri di guerra”, perché la guerra non era stata dichiarata e voi non eravate ufficialmente in guerra. Non si poteva nemmeno scrivere “disertori” oppure “assenti ingiustificati” perché non avevano disertato e dopo tutto qualcuno li aveva mandati a bombardare in “missione di pace” oltre confine col velivolo poi abbattuto. Pensa e ripensa, scrissero ch’erano “a disposizione dei superiori Comandi”.
L’illusione di modificare la realtà attraverso le parole è la più velenosa delle tossine di cui può infettarsi una società, il suo popolo, i suoi governanti. A questo io intesi sottrarmi».
Accende l’ennesima sigaretta e la tiene nell’angolo della bocca, dove la macchia scura sui baffi rivela abitudine antica.
«L’8 settembre dal Re giunse l’armistizio. Ero nel porto di Bastia. Ebbi l’ordine di sparare se i tedeschi avessero attaccato. I tedeschi attaccarono. Mi tolsi le non poche decorazioni tedesche dall’uniforme e sparai a mia volta. Questo fu per me quella che passa sotto le parole “combattimento di Bastia” oppure “piccola battaglia navale di Bastia”. Amore di Patria, un ordine legittimo e la sua esecuzione, questa fu per me l’essenza del mio dovere militare; né più né meno».
Lei sa bene che fu detto, non senza motivo: “Il patriottismo è l’ultimo rifugio d’un farabutto”. Lei collega il suo amor di Patria a un Re che fuggiva con tutta la sua famiglia mentre chiedeva ai soldati di fare sino in  fondo il loro dovere.
Per un attimo mi guarda come gli avessi sparato, poi si riprende e continua con lo stesso tono di voce.
«A Taranto dopo l’8 Settembre v’erano stati disordini. Alla “cobelligeranza” con gli inglesi e gli americani eravamo giunti per vie tortuose» sorride ironico «analoghe, per certi aspetti, a quelle che vi indussero a “cobelligerare” contro Gheddafi. Finché la catena degli ordini rimase chiara e legittima non mi tirai indietro e con la mia nuova nave, Aliseo, partecipai a 31 missioni di scorta fra Taranto e la Libia.
Ad aprile del 1944, Vittorio Emanuele III abdicò e nominò Luogotenente generale il Principe di Piemonte. Di conseguenza si dimise il governo Badoglio. I ministri del nuovo governo rifiutarono di giurare nelle mani del Re. Questo problema del giuramento non era al centro delle preoccupazioni degli italiani in quel momento e, non esito a riconoscerlo, per molti eccellenti motivi. Io però avevo giurato fedeltà al Re. Questo giuramento m’aveva guidato quando mi coprivano di gloria e mentre chiedevo ai miei uomini di dimenticare se stessi. Questo stesso giuramento mi fece dimenticare me stesso nel momento in cui sarebbe bastato continuare a “cobelligerare” per raccogliere i frutti di quanto avevo fatto in precedenza.
Quando il ministro della Marina, ammiraglio Raffaele De Courten, che non aveva giurato nelle mani del Re, ordinò di consegnare le navi agli inglesi, non mi rifiutati di obbedire bensì neppure presi in considerazione l’idea di ottemperare poiché l’ordine era manifestamente illegittimo.
Disse uno che se n’intendeva, i soldati devono saper obbedire, i sottufficiali devono saper interpretare gli ordini e gli ufficiali devono avere saper dire “signornò”. Era giunto il mio momento e dissi “no”. Ecco la circostanza: il Re era fuggito e poi aveva lasciato un vuoto di potere. Non stette a me giustificarlo, ma neppure io dovevo eseguire ordini che non fossero coerenti col mio giuramento. Io rispondo di me non del Re!» la voce si acuisce per un istante e poi riprende il solito tono narrante «Mi rinchiusero in fortezza, poi dovettero liberarmi in frett’e furia perché i miei arresti fecero sollevare gli equipaggi. Infine m’esiliai a Napoli. Quello che vedevo intorno non dava speranze ch’io potessi trovare una via d’uscita al tradimento di quello in cui avevo sempre creduto. Io osservai e tutto quanto io viddi era lontanissimo da me. Neppure posso dire fosse ostile; piuttosto non mi apparteneva affatto.
Più osservai e meno fui convinto che vi fosse posto per me, fino alla notte del 27 agosto 1944 .
Avrebbe potuto unirsi al principe Junio Valerio Borghese, non le pare? Non pochi fra quanti lo seguirono fecero fortuna nonostante la vittoria repubblicana al referendum, anzi grazie proprio a quella.
«Borghese?… Lei lo sa chi lo salvò dai partigiani?…»
Sono ansioso di saperlo.
«Gli inglesi, i quali però volevano la pelle di Mussolini. Dov’è il mio posto in simili compagnie?»
Insomma, nessun pentimento?
Ritorna il sorriso indecifrabile: «Vi osservo ancora e ben poco è mutato».
Lo sa? Ho il sospetto che lei sia… mi scusi… fosse uno di quelli che si sacrificò non tanto per la Patria o per il Re, ma per quella che a Roma chiamano “tigna”, l’orgoglio e la determinazione fino alle estreme conseguenze.
La mia non è una domanda irriverente, ma ha avuto modo di vedere la scena finale del film “La Grande guerra”?
Vittorio Gassman e Alberto Sordi, interrogati in mutande dall’ufficiale austriaco, si lasciano sfuggire che durante la notte gli italiani hanno costruito un ponte sul Piave. Sotto la minaccia di essere fucilati come spie, Gassman sta per rivelare dov’è il ponte. L’ufficiale, sprezzante, commenta in tedesco che il solo fegato apprezzato dagli italiani è quello alla veneta. Gassman capisce, si rabbuia e infine scandisce: “Stammi bene a sentire, brutto muso di merda: mi te disi propri un bel gnent!”. Il capitano austriaco lo fa subito fucilare, contando sulla fifa di Albertone: lui trema, si piega in due, tenta di fare il furbo “e mo’ chi j’o dice ndo’ sta er ponte de barche: ch’o sapeva solo lui, ch’o sapeva…”. Alla fine però tiene botta e si fa fucilare pure lui.
Lei, di fronte a se stesso, fece un po’ come quei due del film, non crede?
«Il paragone m’onora. S’avessi mai avuto ripulsa del mio popolo non sarei mai entrato in un sottomarino. A lungo molti ufficiali blasonati ne furono inorriditi. L’Italia tuttavia non è mai stata pericolante a causa del popolo ma dei microborghesucci transumanti da un corte all’altra, sempre. Finché non ghigliottinate i traditori di tutte le specie, celebri o anonimi che siano, il vostro destino è segnato, la vostra rovina certa, i vostri figli perduti. Solo un lavacro di sangue potrebbe salvarvi».

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

14 risposte a Carlo Fecia di Cossato

  1. Sebastiano dice:

    Comandante Carlo Fecia di Cossato..un eroe a tutto tondo…grande Soldato..grande Marinaio..grande Comandante…ma soprattutto grande Uomo..d’Onore..in un paese dove spesso manco si sa cosa sia..soprattutto a certi livelli poi..per carità..!!!

  2. Antonio Spinola dice:

    Concordo sul pessimismo di Paolo Z.
    Tempo scaduto: un popolo che (essendo mal governato) non condivide più né lingua né cultura né religione, si riduce a “massa”. Per un po’ vive di rendita, poi è la fine.
    O, detto con le parole di Eugène Pelletan “On vit encore quelque temps sur le capital acquis du passé: mais, faute de renouvellement, ce fonds de réserve disparat à son tour.” (La nouvelle Babylone p.159)

  3. Paolo Z dice:

    Splendida commemorazione! Ringrazio l’autore. Solo in un punto non mi trovo d’accordo: la descrizione del popolo italiano è troppo benevola. Le classi dirigenti sono mediocre e infami, ma il popolo che esse rappresentano nella sua maggioranza non è migliore, o forse messo nelle stesse condizioni delle classi dirigenti non si comporterebbe in maniera diversa. Temo che i Carlo Fecia di Cossato si contano sulle dita di una mano. Onore a lui!

  4. Fedro dice:

    Un ricordo bello tanto quello di Lucio (Dalla). Posso sbagliare: ma secondo me in Cielo lo stesso comandante fu sorpreso di vedere com Fanfani, Mattei, Moro e Pio XII in 30 anni fecero dell’Italia uscita svergognata dalla guerra un grande potenza industriale e civile.

  5. Mauro dice:

    Mi rispecchio nel commento di David Parrini: ho sessant’anni e da quando ho l’età di ragione e ho iniziato a divorare libri di storia mi chiedo, come Alfieri due secoli abbondanti fa, com’è possibile che la pianta uomo cresca in Italia come in nessun’altra contrada del mondo, mentre le nostre organizzazioni siano sempre così scalcinate, guidate male e da individui indegni o quantomeno di caratura morale ed etica modestissima; e di solito incapaci, come organizzazioni, di “leverage” (non mi viene un equivalente italiano) l’incredibile valore di almeno molte delle loro monadi costitutive. Morirò con questo dubbio; e ho molti dubbi che dall’altra parte vi sia Qualcosa che possa spiegarmi questo piccolo arcano che mi tormenta da decenni.

  6. Ciao Piero, sembra sia passata una eternità e che le gesta di questi Uomini siano lontani anni luce dall’odierna realtà quotidiana. Forse siamo ancora inguaribile romantici che credono nelle cose in cui ci mettiamo la faccia.
    Io arrossisco dalla vergogna (e ringrazio Dio che mi da queste emozioni) ma un popolo che non arrossisce alla vergogna è destinato a soccombere. Secondo me siamo prossimi a quella impronunciabile parola che noi marinai di una volta non vogliamo mai pronunciare.
    Un abbraccio

  7. oscar dice:

    Mi piace pensare alla tua come ad una rievocazione emblematica dei tanti Fecia di Cossato che, o misconosciuti, hanno vissuto su questo suolo patrio o sono – ancora in vita – cittadini, poveri disgraziati, negletti e abbandonati malgrado il loro contributo (piccolo/importante) al Paese.

  8. Paolo Amat di San Filippo dice:

    Onore a Fecia di Cossato, eroe all’antica, di quelli che hanno farro l’Italia “Una”. Il suo spirito puro non poteva sopportare tutto lo sfascio politico, militare, e sociale, nel qiale era caduta “la Patria”nella quale aveva creduto e per la quale aveva eroicamente combattuto. Un “Samurai” italiano che ha tenuto fede al suo “Bushido”.Siano abbrunate le bandiere e si chinino al semplice ricordo di un “Grande Italiano”!

  9. David Parrini dice:

    Ti ringrazio di avermi fatto conoscere questo incredibile personaggio… è proprio vero… gli italiani da soli possono essere grandiosi ma inseriti in un consesso sociale o danno o subiscono il peggio. E’ un uomo di una tempra che non vorrei avere contro a differenza del nostro paese levantino sì, per necessità, ma anche per vocazione

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