Ali Agca: un libro col colpo in canna

aliAli Agca: le parole sono pietre, talvolta pallottole, talune sparate altre in canna, magari con un libro.

Ali Agca divenne killer raffinatissimo, a suo dire, per l’abilità di tirare sassi fin da bambino. Altri hanno avuto necessità di molta e specializzata scuola, egli no, furono i sassi a impratichirlo. È la prima di molte bugie, la più lieve, in “Mi Avevano Promesso il Paradiso” (ed. Chiare Lettere, € 12,90) nel quale Ağca sfoggia un improbabile stile narrativo. COPERTINA_LIBROAGCA 001Dettaglio: questo volume fu propiziato da qualcuno in Vaticano, lo assicura un autorevole esponente della casa editrice; è un’interessante conferma della misteriosa manina che intorbidisce le acque al riparo delle Sacre Mura. Se sia la medesima dai tempi dell’attentato a Giovanni Paolo II non possiamo dirlo; dopo tutto lo scorrere di tre decenni certifica la senilità dei primi protagonisti se non la loro scomparsa. Sono però verosimili nuovi adepti alla originaria cerchia di mestatori. Quali furono e siano gli scopi di costoro possiamo capirlo facendoci guidare dalla lucina di Karl Popper, il quale, nel buio più fitto delle falsità, assicura e ci rassicura:«Il falso non è falsificabile», altrimenti sarebbe vero, aggiungiamo. In altre parole, le falsità si cristallizzano, immutabili, nascondono la verità ma non sono a loro volta falsificabili, rimanendo dunque individuabili nella loro immutabilità. Seguiamo la traccia delle falsità, dietro le quali potremo intravvedere la verità.
Dettaglio importante: questo libro è stato scritto per mestare nella realtà corrente, non per dire la verità sul passato, tanto meno sull’attentato. Se così non fosse, non propinerebbe ulteriori menzogne.
Secondo dettaglio importante. Ali Ağca, già killer raffinatissimo, appartiene a un’alta consorteria criminale internazionale, quella che lo ha coccolato, coperto di denaro, lo ha tratto di galera e lo ha lasciato in vita in quanto dimostratosi accolito affidabile. Ali Ağca non è più ovviamente il killer brillante che era a vent’anni. Questo libro tuttavia è segno certo che Ali Ağca ha tuttora un ruolo in quella consorteria. Quale? Ora accendiamo la lucina di Popper:”Il falso non è falsificabile”, altrimenti sarebbe vero.
Prima bugia importante. Sostiene, Ali Ağca: la pista bulgara è falsa. Quanti condivisero questa tesi, come accadde ripetutamente sull’Unità, diretta da Emanuele Macaluso, e su 30Giorni, diretto da Giulio Andreotti, si assunsero l’onere della prova contro fatti incontrovertibili. Essi tuttavia, oltre i loro strepiti e le loro ulteriori falsità, alla storia consegnano solo vanità.
serghieiPrimo fatto incontrovertibile: Serghiei Ivanov Antonov, capo scalo della Balkan Air a Fiumicino e colonnello sotto copertura del servizio segreto militare bulgaro, fornì un alibi falso al giudice istruttore Ilario Martella, il quale riferì:«Antonov dice che ha saputo dell’attentato al Papa nell’immediatezza, dopo qualche minuto, alle ore 17,20 (l’attentato si è verificato alle ore 17,17), perché la madre di una impiegata delle linee aeree bulgare ha affermato di aver visto le immagini dell’attentato in televisione. Poi dice: “Per cui mi precipitai a prendere la radio transistor”. Questa fu una menzogna clamorosa perché poi ebbi modo di accertare che la televisione aveva dato notizia dell’attentato al Papa per la prima volta alle ore 19».
Secondo bugia incontrovertibile. Serghiei Ivanov Antonov, capo scalserghieiantonovo della Balkan Air a Fiumicino e colonnello sotto copertura del servizio segreto militare bulgaro negò di essere in piazza san Pietro al momento dell’attentato. Sergei Antonov era invece a pochi passi dal killer.
Secondo fatto incontrovertibile. L’onorevole Enzo Fragalà chiese e ottenne il 5 maggio 2005 che le foto di Antonov a breve distanza in piazza san Pietro da Ali Ağca mentre sparava al Papa, fossero sottoposte a indagine antropomorfica. La professoressa Patrizia Carlesi ricevette il sequente incarico:«Verificare l’esatta identità di un soggetto presente in alcune fotografie scattate in Piazza San Pietro al momento dell’attentato al Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, soggetto che presenta una straordinaria somiglianza con Serghiei Ivanov Antonov ritratto in un’altra serie di fotografie fatte nel corso del processo davanti alla Corte di Assise di appello di Roma».
La conclusione della perizia della professoressa Patrizia Carlesi:«Vi è totale compatibilità, allo stato attuale delle fonti, tra la persona ritratta nell’immagine dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II in Piazza san Pietro e la persona di Serghiei Ivanov Antonov in quanto esiste una perfetta corrispondenza anatomica ed antropometrica tra i due soggetti (coincidente al 99% dei rilievi), in assenza di discordanze». Antonov era dunque nei pressi del killer di Giovanni Paolo II. Voleva la benedizione del papa? Questi fatti sono ben noti all’assassino ma si è guardato bene dal farne cenno nel libro.
La “pista bulgara” portava a Mosca, poiché i servizi segreti militari dei satelliti, quindi anche quello bulgaro, rispondevano direttamente al GRU, il servizio segreto militare dell’Armata Rossa.
L’attitudine stragista dei bulgari era ed è ben nota a Emanuele Macaluso, direttore dell’Unità che strepitava contro i giudici italiani. Egli sapeva e sa dell’attentato dei servizi segreti bulgari a Enrico Berlinguer, a Sofia, il 3 ottobre 1973. Egli ebbe un silenzio reticente sia in occasione del rapimento di Aldo Moro sia mentre negava la mano bulgara in piazza san Pietro. Avrebbe ricordato i fatti di Sofia diciotto anni dopo.
L’onorevole Andreotti sparse, attraverso 30Giorni, la tesi che si voleva solo intimidire Giovanni Paolo II e non ucciderlo. Gli dette manforte il criminologo Francesco Bruno, secondo il quale sia il bersaglio mirato dal killer (la pancia) sia le pallottole erano inadeguati a uccidere.
operazioneUn miracolo salvò il Papa, secondo i chirurghi. Un killer professionista infatti, se non ha la possibilità di sparare a bruciapelo alla testa della vittima, spara alla pancia: la morte presto o tardi arriva, a meno d’un miracolo, appunto.
Il professor Francesco Crucitti affermò di aver osservato una cosa “assolutamente anomala e inspiegabile”: la pallottola si era mossa, nel ventre del papa, a zigzag, evitando gli organi vitali. Era passata a un soffio dall’aorta centrale: se l’avesse raggiunta, il Santo Padre sarebbe morto dissanguato ancora prima di arrivare in ospedale. Aveva evitato la spina dorsale e tutti gli altri principali centri nervosi: se li avesse colpiti, Giovanni Paolo II sarebbe rimasto paralizzato. “Sembra” concluse il professore “che quella pallottola sia stata guidata per non provocare danni irreparabili”.
La pistola è un’arma da guerra, una Browning calibro 9. La pallottola è una cal. 9 parabellum, detta parabellum perché confezionata per la guerra, per uccidere, ovvio.
Sostiene tuttavia, Andreotti, attraverso il suo giornale 30Giorni, che si voleva solo intimorire il Pontefice. E tenta di affrancare Mosca poiché la stessa CIA affossa la “pista bulgara”. Piccolo dettaglio: se la Cia NON avesse messo una pietra sopra la pista bulgara avrebbe dovuto spiegare un po’ di fatterelli: 1) come mai un killer internazionale come Ali Ağca, ben noto a tutti i servizi segreti, se ne andò a spasso per mezzo mondo senza che nessuno s’allertasse? 2) come mai il capostazione della Cia a Roma e il capocentro del controspionaggio SISMI lasciarono libero Serghiei Antonov di andare in giro per la capitale con Ağca, sebbene il bulgaro fosse conclamato capo della struttura dei servizi segreti militari di Sofia a Roma? 3) è poi vero che i servizi francesi non avvertirono i “servizi collegati” di G.Bretagna, Germania, USA, Italia, come invece prevede la procedura per un attentato che potrebbe scatenare la guerra mondiale? Persino l’URSS era da mettere in guardia. 4) Come mai la Cia e il Sismi non si mossero prima ma neppure dopo l’attentato?
Infine dovrebbero spiegare, Giulio Andreotti, Giovanni Cubeddu e il signor criminologo Francesco Bruno com’è questa intimidazione se i killer furono, com’è oramai certificato, non uno solo ma due, essendoci una seconda arma ad aver sparato, per mano di Oral Celik [vedi qui la ricostruzione del giudice Martella]. Due killer per una doppia intimidazione?
La bugia più grossa la scrive tuttavia Ağca. Prima di spiegarla dobbiamo osservare che questa bugia viene presentata con molta cura e ben dissimulata dietro le precedenti. Questa bugia sta al centro, alle pagine da 99 a 101. Il libro è di 200 pagine. Questa bugia è l’epicentro del terremoto che annuncia e nello stesso tempo dissimula. Questa bugia è lo scopo per il quale il libro è stato scritto.
Sostiene Ali Ağca che l’incarico di uccidere Giovanni Paolo II gli fu dato direttamente dall’ayatollah Khomeyni.
L’ayatollah Khomeyni non era un imbecille vanesio. Un killer rimane un killer, cioè un mero strumento in mani altrui.

Ammettiamo che il mandante sia Khomeyni. È semplicemente impossibile che Khomeyni abbia messo a rischio la sua autorità politica, ponendosi direttamente in contatto col killer che si accingeva a un omicidio tale da poter scatenare una guerra mondiale. Un errore così marchiano non lo fa neppure il salumiere che s’è infatuato della commessa e cerca un killer per disfarsi della moglie.
Anzi, la giovane rivoluzione iraniana non aveva la forza né la capacità, dunque neppure l’interesse di gestire una crisi che coinvolgesse l’ayatollah Khomeyni in prima persona.
Il tentato assassinio di Giovanni Paolo II ha avuto la mano bulgara, la mente moscovita e la complicità di ogni dove, compresi i servizi segreti italiani, controllati, si fa per dire da Francesco Cossiga e Giulio Andreotti.
Qual è dunque l’unica spiegazione plausibile per lo zelo col quale la bugia di Ağca è stata confezionata e posta nell’epicentro del libro?
Se in futuro una manina misteriosa “intimidirà” papa Francesco, a misfatto avvenuto altri ricorderà questo libro e chiamerà in causa Teheran, visto che i cattivi sono solo lì e non altrove, non è vero? Qualche fesso di giornalista pronto a fare da caudatario alla manina misteriosa lo si trova di certo. Poi, come al solito si parlerà di misteri, com’è accaduto dai tempi di piazza Fontana.

Le parole sono pietre, talvolta pallottole, talune sparate, altre in canna, com’è in questo libro, d’uno psicopatico accreditato come scrittore.

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

7 risposte a Ali Agca: un libro col colpo in canna

  1. Calogero dice:

    ottimo articolo,
    da vero giornalista.

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