Accordo climatico, il grimaldello degli schiavisti

Schiavitù… evoca un passato lontano; eppure mai come oggi vi sono stati tanti schiavi. Lo sfruttamento degli schiavi è base del neoliberismo. #UnMondoDiSchiavi

Le industrie proibite in Europa e negli USA per le limitazioni ecologiche, sono altrove lager nei quali bambini e adulti distruggono se stessi e il lavoro in Occidente. Perché Trump ha fatto cadere l’accordo di Parigi.

Quanti sono gli schiavi?

Secondo GSI – Global Slavery Index (della Walk Free Foundation, del tycoon australiano Andrew Forrest) vi sono 50milioni di schiavi, due terzi dei quali in Asia, incrementatisi del 28% in due anni.

Corea del Nord, Uzbekistan, Cambogia, India e Qatar ne hanno più di tutti rispetto alla popolazione. In termini assoluti svettano l’India, con 18milioni di schiavi, seguita da Cina, 4milioni, Pakistan, 2milioni; Bangladesh 1,5milioni e Uzbekistan con 1,2 milioni.

Cifre spaventose, eppure inattendibili per difetto. Infatti suor Gracy Rodrigues, attivista del Movimento asiatico delle religiose contro il traffico di esseri umani, ci avverte: «Ogni due minuti un bambino è sfruttato; oltre 200 milioni di bambini lavorano come schiavi; 73 milioni di essi hanno meno di 10 anni».

200milioni di bambini schiavi… suor Gracy Rodriguez addita un inferno ignorato dalle istituzioni occidentali.

Altri inferni misconosciuti sono i gulag di lavoro forzato: Cina e Corea del Nord ne detengono il primato.

Il dittatore nord coreano Kim Jong-un deporta detenuti nelle miniere di carbone del nord. Di recente ha offerto schiavi anche alla Russia. Le disumane condizioni di lavoro sono peculiari anche alle industrie statali cinesi, finanziate dalle banche di Pechino. Anche Africa, America latina e Russia hanno realtà analoghe, difficili da quantificare ma certo non trascurabili.

Imperversa inoltre lo schiavismo nei paesi islamici, sottostimato dal “politicamente corretto”, per esempio omettendo di togliere al Qatar l’organizzazione dei campionati mondiali del 2022, le cui infrastrutture sono in corso di costruzione per mano di schiavi e lavoratori sottopagati.

Schiavismo pilastro del libero mercato

Che cos’è lo schiavismo? Fra le prime definizioni nel diritto internazionale, nel 1926, si riferiva allo «status di una persona su cui sono esercitati tutti i poteri di proprietà». La vaghezza sussiste tuttora, con la nozione di “proprietà” più utile a sviare che a definire la condizione di schiavo.

Oggi è più che mai labile la differenza fra “schiavo” e “lavoratore sottopagato”. La differenza è sempre più impalpabile anche in Occidente e, come ben sappiamo, in Italia. È un’infezione aggravatasi con gli sbarchi di clandestini. La legge e i media dovrebbero focalizzare la carenza di diritti fondamentali del lavoratore: non solo libertà, ma anche sicurezza, riposo, benessere, salute, alimentazione, istruzione, ecc. Come ben si sa, il “libero mercato” è allergico ai diritto dei lavoratori tanto in Europa e negli Usa come pure nei paesi sottosviluppati, con differenze, come s’è detto, sempre meno avvertibili fra quelli e questi. Lo vuole il libero mercato.

Il neo schiavismo dei sottopagati è norma nelle industrie cinesi, vietnamite, indiane, messicane, nell’Africa francofona ed esonda in Occidente. Sono centinaia di milioni i lavoratori, con paghe irrisorie, privi di garanzie sociali, in condizioni ambientali precarie, asserviti al lavoro fino a venti ore al giorno.

In Cina 40 milioni migrano alternativamente dalle remote province rurali verso le megalopoli, attratti dal lavoro nelle costruzioni, nelle miniere e nelle manifatture. I capitali provengono da complicati giri di prestiti bancari e statali, controllati dai colossi finanziari cinesi e internazionali, come vedremo più avanti.

Allo sfruttamento bestiale fanno controcanto la corruzione e il malaffare, al cui altare gli appaltatori cinesi versano in bustarelle gran parte delle loro liquidità. Non rimane a costoro che vessare i lavoratori. Grazie alla complicità del governo e dei beneficiati dalle mazzette, i migranti sono brutalizzati e persino arrestati, pur di farli rinunciare al salario. Derubati dello stipendio, incapaci di pagare i debiti e persino il viaggio di ritorno a casa, centinaia di lavoratori ogni anno si suicidano. Lo vuole il libero mercato.

Fenomeni lontani da noi? Tutt’altro. Tali atrocità, pur non classificate “schiavismo”, rendono per esempio possibile – in Italia e in Europa – la grande distribuzione organizzata di beni di consumo, in mano alle multinazionali svedesi, olandesi e francesi. Tali sofferenze soprattutto nell’Africa francofona spingono le migrazioni. Lo vuole il libero mercato.

Il ruolo delle banche internazionali

Nel 2005 JP Morgan Chase si scusò per il proprio coinvolgimento nel traffico di schiavi… di 200 anni prima. Oggi assicura di perseguire un modello equo e sostenibile. Come dubitarne? Tony Blair nel 1999 chiese scusa per il ruolo della Gran Bretagna nello schiavismo nei secoli scorsi. A febbraio 2015 papa Francesco ha indetto una “Giornata internazionale di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone”. Fin qui le chiacchiere.  Nel concreto, le banche internazionali rimangono profondamente connesse allo sfruttamento della schiavitù.

Solo per limitarci alla Cina, i suoi quattro colossi bancari – Bank of China, Agriculture Bank of China, Commercial Bank of China e China Construction Bank – interagiscono col resto del mondo bancario e, allo stesso tempo, regolano il flusso finanziario con le PMI cinesi come pure gli appalti delle società statali e di quelle private, le quali si sporcano le mani col lavoro degli schiavi e quello sottopagato.

Legame solido e operativo fra i quattro colossi cinesi e le star finanziarie occidentali. Solo per fare gli esempi maggiori: J.P. Morgan, la francese BNP Parisbas, la britannica Hong Kong & Shangai Banking Corporation e Bank of America.

Più volte il cardinale Joseph Zen Ze-kiun è intervenuto contro lo strapotere statale e lo sfruttamento bestiale dei lavoratori sottopagati. Zen oggi è emarginato dalla Curia vaticana. D’altronde occorre comprendere che la banca di riferimento del Vaticano è J.P. Morgan, i cui legami con Pechino sono strettissimi.

Perché Trump è contrario all’accordo di Parigi

Chi controlla i parametri climatici in Cina? Chi negli altri paesi, infettati del pari da schiavitù e lavoro sottopagato? L’inquinamento e lo schiavismo in Cina e altrove sono visti come disgrazie inevitabili.

Il rapporto di SGI, citato prima, assicura «in Cina pur essendovi un numero enorme di schiavi, la situazione è positiva per le azioni varate dal governo per combattere il problema». Quali sono tali azioni, quali esiti, se gli schivi si incrementano del 28% in due anni?

L’«internazionale dello schiavismo» – con solidi legami politici, finanziari e industriali – si fa mantello del “libero mercato” e usa gli accordi climatici come un grimaldello che non lasciano sul luogo del delitto.

Gli accordi ecologici sono controversi sia per le analisi sia per i rimedi: il mondo scientifico è diviso. Non di meno tali accordi rendono antieconomiche quando non vietate certe produzioni industriali in Occidente, dando agio di trasferirle in Cina e altrove, dove il lavoro sottopagato e i controlli inesistenti assicurano profitti maggiori. Chi controlla le emissioni in Cina? Nessuno. Chi garantisce le condizioni dei lavoratori? Finora basta scusarsi, scrivere anodine condanne, indire giornate di preghiera.

Trump non è disposto a sacrificare in questo gioco le produzioni industriali statunitensi. Ritiratosi dagli accordi di Parigi, ha dichiarato: «Fanno danno all’economia e favoriscono la Cina. Perderemmo 2milioni di posti di lavoro».

Trai tanti scandalizzati, Bergoglio, i cui ripetuti richiami alla necessità del lavoro per i giovani trascurano tuttavia che ogni posto di lavoro perduto in Occidente, a causa degli accordi climatici, corrisponde a innumerevoli ulteriori schiavi per cui pregare.

Quanto denaro – contabilizzato e nero – genera il sistema di produzione cinese? In quale modo Pechino esprime riconoscenza alle autorità politiche e religiose occidentali, nei fatti complici di questo modello di sviluppo, fondato sullo sfruttamento? www.pierolaporta.it

Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.
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2 risposte a Accordo climatico, il grimaldello degli schiavisti

  1. Paolo dice:

    Ottimo articolo. Una pista da continuare a seguire.

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