Pasquale Laporta, Maresciallo dei Carabinieri

Pasquale Laporta, maresciallo dei Carabinieri, seppe dire alto e forte “Signornò!” ben 55 anni fa, quando non v’era altra tutela se non la rettitudine dei Comandanti. Giusto ricordarlo quando l’obbedienza è trascolorata in servilismo.

Arrivammo il 10 aprile 1965, nelle prime ore del pomeriggio. Dopo l’ultima salita fra due pareti scavate di roccia, ecco San Giovanni Rotondo, disteso sotto Monte Nero, Monte Castellana e Monte Calvo, la cima più alta del Gargano.
Mio padre vi andava a comandare la stazione dell’Arma. Non conoscevo gran parte degli eventi che ci conducevano e della parte avutavi da Giovanni de Lorenzo, comandante generale dell’Arma, uno degli ultimi galantuomini, in un’Italia destinata al declino, oggi sotto gli occhi di tutti.
Un ufficiale dell’alto comando di Bari telefonò tempo prima a mio padre per chiedergli se gradiva andare nel “paese di padre Pio”, disse proprio così, per lasciare la stazione di Latiano, nel Salento brindisino. L’inconsueta procedura – un alto ufficiale che addirittura chiedeva a un maresciallo se “gradiva” eseguire un ordine – non colpì mio padre, quanto piuttosto la destinazione. Accettò all’istante. A San Giovanni Rotondo vi era andato il 10 settembre 1949 in viaggio di nozze con mia madre. Chiese solo di trasferirsi dopo il parto dell’ultimo dei quattro figli, Maurizio, atteso per febbraio. Fu facile accontentarlo perché il collega da avvicendare si congedava a fine marzo.
Quando Latiano seppe della partenza di mio padre, numerosi espressero rammarico, non pochi fra quanti aveva perseguito in nove anni, fra omicidi, furti di animali e di preziosi, prostituzione, truffe, usura e una quantità di sparatorie, tanto fra delinquenti quanto contro i carabinieri. Aveva perseguito ma mai perseguitato, applicando umanamente la legge.
Tre biciclette garantivano la mobilità dei quattro carabinieri ai suoi ordini. Col velocipede perlustravano notte e giorno, paese e campagne, senza limiti di orario. Mio padre andava sovente da solo di notte, in bici, con la Beretta calibro 9, modello 1934, rassicurando mia madre: «Stai tranquilla, nessuno mi sparerà alle spalle». Non subì mai un agguato infatti, neppure di notte, controllando discretamente qui e là; non di meno ebbe una mezza dozzina di sparatorie con malandrini colti sul fatto. Dormiva col mitra, il MAB 38, accanto al comodino –potei sbirciarlo e toccarlo solo un paio di volte, ebbro di curiosità. Non aveva timori particolari per tenere tale compagnia, ma non poteva sapere che cosa aspettarsi quando lo chiamavano di notte e non c’era tempo di dotarsi nell’armeria.

L’ARMA SARÀ RITIRATA SULLE MURA DEL CASTELLO
Dopo sei anni a San Giovanni Rotondo, nel 1971 decisi di entrare nell’Accademia di Modena. Per fargli una sorpresa depositai la domanda mentre egli era assente. Qualche ora dopo mi mandò a chiamare. «Siediti» disse mentre entravo. Era un rituale di solito preludio d’uno shampoo né breve né tranquillo. Mi parlò invece sorridendo: «Hai fatto domanda per Modena, per il corso Carabinieri». Mi squadrò per alcuni istanti; stava per complimentarsi? Gradiva la sorpresa? «Io ti conosco molto bene» scandì «Tu, carabiniere, col tuo carattere ti cacci in un guaio, le cui conseguenze non puoi neppure immaginare». Non ebbi né tempo né modo di replicare: «E devi sapere che l’Arma non è più quella che immagini. Sarà ritirata sulle mura del castello» improvvisamente il suo tono mutò, alzò la voce «e di quanto accadrà fuori dalle mura non importerà nulla a nessuno!» “Nulla” era con la C maiuscola, sorprendente perché il turpiloquio non gli era gradito, tutt’altro. Ancor più mi scombussolò perché non capii niente, proprio nulla, con la C maiuscola. Che cosa intendeva coi carabinieri “sulle mura del castello”? Non gradiva andassi nell’Arma, mi era chiaro tuttavia non capivo affatto la ragione. Non so se fu padre Pio – ci osservava arcigno dalla foto alle sue spalle – quand’ebbi un rapido pensiero: «Dai, è tuo padre, ti vuole bene, ascoltalo». Come avesse udito, mi porse il modulo che avevo già compilato. Presi la biro sulla sua scrivania, cancellai “Carabinieri” e scrissi “Varie Armi”. Mio padre annuì: «Hai fatto bene, per te e per me. Col tempo mi capirai meglio».
 
PERCHÉ CAMBIARONO LA FORMULA DI GIURAMENTO?
Entrai in Accademia pochi mesi dopo. Il plotone allievi Carabinieri era una selezione elitaria, alla quale avrei potuto accedere a occhi chiusi, essendo ai primi posti del concorso. Ancora una volta mi chiesi perché mio padre me l’avesse sconsigliato; tanto più mi rodevo, agli ordini d’uno sciocco capitano di Viterbo, che dava del terrone a quelli da Roma in giù e io non perdevo occasione per fargli intendere quanto lo stimassi. Passai insomma due anni alquanto problematici in Accademia; la scelta, in qualche misura impostami da di mio padre, lasciò a lungo un retrogusto amaro. Fui assegnato infine all’Arma del Genio, il lavoro m’entusiasmava e i rimpianti svaporarono. Il 16 marzo 1978, intorno a mezza mattinata ero al circolo ufficiali della caserma Vittorio Veneto di Motta di Livenza, delizioso paesotto trevigiano, sulle rive della Livenza da cui prende il nome.
Io e un capitano prendevamo il caffè, mentre i nostri soldati godevano un po’ di riposo nell’addestramento col ponte che avremmo gittato di lì a poco fra le due rive del fiume.
La radio annunciò il rapimento di Aldo Moro e stupimmo ambedue. Avevamo più volte constatato cosa fossero le misure di sicurezza attorno a un qualsiasi sottosegretario piccolo a piacere, in visita ai reparti. Com’era possibile rapire facilmente il presidente della Repubblica in pectore, destinato a succedere a Giovanni Leone?
Un’ulteriore osservazione del mio amico mi colpì: «Se fanno un attentato al presidente del Senato, Amintore Fanfani, la Repubblica è nelle mani del presidente della Camera, Pietro Ingrao, comunista».
Non dissi nulla, preparandomi tuttavia al peggio. Approntai in assoluto segreto un piccolo, semplice ma efficace piano per selezionare gli uomini, prendere le armi, le munizioni e il necessario per cominciare la resistenza in caso di colpo di Stato. Giurai fedeltà alla Repubblica, ne ero e ne sono vincolato tuttora.
L’11 luglio 1978, due mesi dopo l’assassinio di Aldo Moro, fu promulgata la legge n. 382, “Norme di principio sulla disciplina militare”, modificando la formula di giuramento. Prima si giurava “fedeltà alla Repubblica italiana e al suo Capo”, dopo si giurò “fedeltà alla Costituzione”, cioè a chi aveva preso il potere. Il mio allarme crebbe. Non accadde apparentemente nulla; man mano mi tranquillizzai, senza tuttavia perdere di vista le cerchie venute allo scoperto dalla morte di Aldo Moro in avanti. Rinfrescai i miei studi su Marx, Lenin e Stalin, fatti a Modena per conto mio, per “studiare il nemico” e tenermi occupato nelle sere in cui ero frequentemente consegnato e non potevo uscire. Acquistai e studiai un libro allora famigerato “In caso di golpe”. Manuale di guerriglia, della editrice Savelli, comunista. “Combattere il nemico con le sue armi” pensavo e rimasi in allerta.

POPOLO SCHIACCIATO FRA SIGNOROTTI E CORROTTI
Quell’estate non ebbi modo di parlare con mio padre perché non ci recammo in vacanza, come invece l’anno successivo, quando egli era in pensione da due anni. Il discorso cadde su Aldo Moro e gli raccontai del colloquio avuto quel 16 marzo, senza svelare i miei eroici piani da neo partigiano. Mi guardò con sofferenza evidente, indimenticabile il mesto sorriso: «Hai visto che avevo ragione?» Ancora una volta non capivo: «Hanno ucciso il generale Enrico Mino, hanno messo nell’angolo prima il generale De Lorenzo e poi il generale Vito Miceli, poi hanno ucciso Moro, dopo avergli fatto il vuoto intorno. Senza la complicità di papaveri dell’Arma sarebbe stato impossibile». Mi tornò in mente quanto disse il giorno in cui presentai la domanda per l’Accademia e cominciai a collegare. Iniziammo un lungo colloquio, lungo per quanto era possibile con lui, alquanto avaro di parole.
Gli chiesi finalmente perché a fine settembre del 1964, io ero rimasto solo. Egli fu trasferito da Latiano a Iglesias, in Sardegna, nel volgere d’un giorno. Avevo iniziato l’anno scolastico e non c’era il tempo materiale per organizzare l’iscrizione un altro istituto. D’altronde dove? A Iglesias? Mi affidarono a una brava signora e scomparvero nel volgere d’un giorno: mio padre in Sardegna; mia madre, mio fratello Giuseppe e mia sorella Anna andarono a Putignano, ospiti di zia Maria e zio Ciccio, due indimenticabili personaggi, due angeli custodi.
Intendiamoci, io fui l’unico felicissimo per quel cataclisma in famiglia. Avevo 14 anni, rimasto solo, accudito da Angela, bravissima donna che non faceva mancare nulla e per giunta non mi controllava più di tanto; ero inebriato di libertà.
Mio padre non mi aveva mai dato dettagli sulla vicenda. Quel giorno invece s’aprì. Latiano viveva d’agricoltura, uva, tabacco, grano, mandorle e fichi seccati, accodandosi l’indotto artigianale. Il potere era in mano ai beati possidentes, pochi notabili, com’accadeva nelle cittadine meridionali a quel tempo e per tante ancora oggi. Per sfuggire c’erano quattro o cinque modi: accaparrare un impiego pubblico, emigrare verso la Fiat o verso l’estero, diventare imprenditore o delinquente, oppure ambedue. La penuria di manodopera, causata dall’emigrazione, avrebbe dovuto rendere più facile la vita al bracciantato rimasto. Non fu affatto così. La macchina che stritolava la povera gente fu illustrata a mio padre da un ciabattino, Luigi Zacheo, segretario della locale sezione del Partito Comunista Italiano. Mio padre doveva controllarlo perché così era previsto da una circolare dei Carabinieri, in quanto era un attivista comunista di primo piano. Era soprattutto una mente acuta e una persona onesta, certificò mio padre. Tutto ruotava, spiegò, intorno al credito trascolorante in usura, schiavizzando intere famiglie ai “caporali”, dietro i quali c’erano i notabili dalle mani pulite. Il bracciante per lavorare cedeva al caporale una parte di salario, il cui ammontare, imposto dallo stesso caporale, senza possibilità di trattativa, doveva equilibrarsi tenendo conto che il padrone poteva assumere un altro caporale più profittevole. Quando accadeva questo, erano risse, accoltellamenti e sparatorie nella “piazza del sangue”, dove oggi domina una statua a commemorare il beato Bartolo Longo. Al caporalato s’affiancava la delinquenza fuori sistema: prostituzione, furti, estorsioni, rapine, sovente degeneranti in omicidio, senza escludere d’aggiogarsi di volta in volta a un potentato o all’altro.
Il ciabattino non era una spia o un confidente; aiutava mio padre a leggere nei fatti che accadevano. Di confidenti ve n’era numerosi fra i delinquenti, inclini a farsi guerra l’un l’altro. Occorreva innanzi tutto prevenire, usare il pugno duro coi recidivi e soprattutto impedire che giovani sbandati fossero arruolati. Mio padre non giocava sporco. L’onestà e la lealtà gli erano irrinunciabili. Mai nessuno fu torturato da mio padre, come invece accadeva e accade. Mai nessuno fu incastrato con prove false, come accadeva e accade. Tutto andò più o meno bene fino all’estate del 1964. Conclusi gli esami di terza media, aspettavo la fine di luglio, per andare a Putignano, nei trulli di zia Maria e zio Ciccio. Aspettai invano coi miei fratelli; la tensione in casa si tagliava col coltello e non capivamo il perché.
 
UN PORTONE BRUCIATO ANNUNCIA TEMPESTA
Mio padre mi propose inaspettatamente di passare due settimane nella colonia marina Stella Maris, a Campomarino, sul mar Ionio, fondata e gestita dall’indimenticabile parroco della Chiesa madre, don Giovanni Mauro, a disposizione in estate per i giovani dell’Azione Cattolica e per i bisognosi. Eravamo una trentina di ragazzi e ci divertivamo moltissimo fra mare incantevole, cibo sano, giochi schiamazzanti e preghiere quotidiane. A sera s’arrivava sfiniti, crollando sui letti. Una delle ultime notti invece rimasi sveglio, con la finestra aperta, fuori dalla quale i due delegati dell’Azione Cattolica, nostri sorveglianti, stavano conversando. Percepii che parlavano di mio padre, drizzai le orecchie e sentii chiaramente uno dei due: «Il maresciallo Laporta lo faremo trasferire, visto che non vuole capire». Quando tornai a casa, riferii a mio padre. Egli mi chiese il nome del sibilante e non aggiunse nulla. Come ho già detto, due settimane dopo aver iniziato la prima superiore, mio padre venne trasferito a Iglesias nel giro di ventiquattro ore. «Perché fosti trasferito in Sardegna?» chiesi finalmente dopo tanti anni, sapendo che questa volta mi avrebbe risposto.
Uno dei delinquenti di Latiano fece una pesante intimidazione a quattro braccianti che creavano problemi a un notabile perché non pagava i salari. I poveretti s’erano piegati infine alle minacce di T***. Tutti in paese sapevano com’era andata; nessuno denunciava né testimoniava. Per di più il notabile, noto spilorcio, non dette tutto il pattuito per gli sporchi servigi di T***, il quale gli vuotò una delle masserie, tagliandogli anche tre ulivi abbastanza giovani. Ve n’erano innumerevoli secolari e l’avvertimento era chiaro: se non paghi taglio anche i rimanenti.
Il notabile si presentò in caserma, esigendo che mio padre agisse contro T***. Non raccontò ovviamente l’antefatto e non fornì alcuna prova. Mio padre fece un sopralluogo; individuò un paio di contadini che sapevano i dettagli ma non fecero alcuna ammissione, lasciando intendere solo confidenzialmente che cosa fosse accaduto. I braccianti minacciati da T*** ammisero i fatti ma nessuno firmò alcunché, anzi ciascuno volle parlare solo con mio padre, senza altri testimoni.
Mio padre la tirò per le lunghe, sia perché non era facile convincere le persone a parlare sia perché era infine propenso a lasciar cadere la questione. Le dicerie infatti non erano prove e i fatti esposti dal denunciante erano palesemente carenti di verità. Stilò il suo rapporto per il magistrato e per il suo comando. Ne venne a conoscenza il notabilotto denunciante, il quale andò a protestare in caserma e si congedò bellicoso: «Ne riparliamo presto!».
Due notti dopo il portone della nostra casa fu malamente bruciato. Chiamato mestru Lucciu, il falegname di fronte alla caserma, il portone fu riparato. Mio padre pagò l’artigiano e non commentò. Non disse alcunché al comando superiore che aveva evidentemente informato il possidente circa la denuncia.
Piombò in caserma un tenente, ben a conoscenza dei danni al portone e dei fatti, anzi addirittura informato dell’esistenza di due nuovi testimoni: «E tu come mai non li hai individuati?» Mio padre non esitò: «Perché sono falsi testimoni». Il tenente non se ne dette per inteso: «Tu non preoccuparti di questo. Io ti ordino di arrestare T*** e farlo confessare in un modo o nell’altro».
«Signornò»
«Come hai dettoooo? Ho capito bene? Obbedisci!»
«Ha capito benissimo, signor tenente: si-gno-r-nò! Finché comando io qui, queste porcherie non si fanno».
L’ufficio di mio padre era diviso dalla cucina del nostro alloggio solo da una porta. Sentimmo il tenente urlare come un ossesso: «Tu fai quello che ti ordino, altrimenti ti sbatto in Sardegnaaaa». Mia madre era livida, io non capivo che cosa stesse accadendo.
Dopo pochi giorni giunse l’ordine: mio padre doveva “immediatamente” lasciare il comando della stazione al suo brigadiere e partire il giorno successivo per Iglesias. Dopo pochi minuti dalla lettura dell’ordine di trasferimento, il tenente telefonò: «Allora, hai cambiato idea?» Mio padre non lo fece neppure finire: «Signornò» e mise giù il telefono.
Iniziò un turbinio indimenticabile, per il quale mio padre sembrò tuttavia alquanto preparato. Arrivò una Fiat 1800; prima accompagnò me a Francavilla Fontana da Angela. Con la stessa auto mia madre, mia sorella Anna e mio fratello Pino furono condotti a Putignano a casa di zia Maria e zio Ciccio. Mio padre il giorno successivo si recò a Brindisi, da lì a Bari, quindi fino a Roma, poi a Civitavecchia, infine il traghetto per la Sardegna e proseguì sino a Iglesias.

DI FRONTE AL GENERALE DE LORENZO
Le comunicazioni fra noi erano affidate solo al telefono, a quei tempi alquanto primitivo. Piovve sul bagnato. Mia sorella dopo poco tempo fu ricoverata per una malattia molto seria nel policlinico di Bari. Mia madre, incinta, faceva la spola fra Putignano e Bari. Essa tempestava ogni giorno di telefonate la Legione Carabinieri di Bari. I suoi interlocutori la blandivano. Mia madre conosceva i dettagli della sporca faccenda e minacciava quotidianamente di svelarli alla stampa. Mio padre invece glielo aveva espressamente proibito: l’Arma non si tocca, non deve essere macchiata per colpa dei farabutti, cosicché le minacce di mia madre, semmai preoccuparono sulle prime, ben presto si svelarono vane quanto le sue disperate telefonate. Il suo interlocutore continuò a blandirla senza curarsene.
Mio padre aveva chiesto udienza a tutta la scala gerarchica. Prima di adire l’ultima istanza, mi telefonò per riferire al tenente che era inutile che lo tenesse a Iglesias, perché quello che voleva fare lui, il tenente, non sarebbe mai stato possibile: mio padre avrebbe testimoniato in tribunale.
Rammentai d’aver ripetuto più volte le parole dettatemi da mio padre, trascritte per riportarle fedelmente al tenente, pur senza capirle sino in fondo.
Il tenente mi ricevette col sussiego dovuto a un ragazzino. Gli riferii il messaggio di mio padre, rimase un po’ interdetto e mi congedò: «Tuo padre rimane in Sardegna».
Mio padre chiese di essere ricevuto dal Comandante generale dell’Arma, Giovanni de Lorenzo. Passarono alcune settimane e arrivò la convocazione a Roma, dove giunse il giorno precedente, dopo essere sbarcato a Civitavecchia. Di buon mattino si presentò in viale Romania, al comando generale dell’Arma. La convocazione era per le undici ma non voleva rischiare assolutamente un ritardo. Alle undici in punto entrò nell’ufficio del Comandante.
«Era un ufficio enorme. De Lorenzo attendeva in piedi, col monocolo, pollice indice e medio delle mani poggiati alla scrivania. Dopo che mi fui presentato, disse solo una parola: dimmi». Mio padre raccontava come se quella scena l’avesse rivissuta mille volte «Parlandogli mi sentii fiducioso, aveva un viso severo ma onesto. Vidi fra i suoi nastrini, quello come il mio; avevamo fatto la campagna di Russia. Mi sentivo a mio agio; mentre l’aiutante di campo prendeva appunti, io esposi tutti i fatti, i nomi, le circostanze. Riferii com’ero stato trasferito in Sardegna. Feci un rapido cenno alle condizioni di tua madre e di Anna, solo un cenno. Fui invece dettagliato sui fatti e sulle persone, nient’altro. Riferii anche il messaggio che ti avevo affidato per il tenente» Mio padre sorrise allegro «Mi congedò con un cenno del capo, senza una parola, nulla, neppure un muscolo del viso di de Lorenzo si mosse. Tutta la fiducia provata all’inizio svanì, convinto d’aver fatto un altro buco nell’acqua, quello definitivo, segnando il disastro per la famiglia, per me e per voi»

DOPO LA DISPERAZIONE, LA GIUSTIZIA
Mio padre continuava a sorridere raccontando la sua disperazione e la cosa mi lasciava un po’ così: «Il viaggio di ritorno fu infernale. Non chiusi occhio, chiedendomi che cosa sarebbe stato di me e di voi. Ero disperato; Anna in ospedale, tua madre aspettava Maurizio, Pino con gli zii, tu eri a Francavilla» Ripeté innumerevoli volte “ero disperato”, infine disse con un indimenticabile sorriso: « Se non avessi avuto fede in Dio mi sarei suicidato. Per tutta la notte ho pregato mentre ero tentato di buttarmi dal traghetto» e continuava a ridere «Arrivato a Iglesias, quando entrai nella mia camera, c’era una busta sul letto: mi ordinavano di tornare “immediatamente” a Latiano, riassumere il comando della stazione e rimanervi in attesa d’una nuova destinazione». A quel punto ridevamo ambedue: «Mi misi in ginocchio per ringraziare Domine Iddio che aveva ascoltato le mie preghiere. Arrivato a Latiano, il tenente era già partito per Iglesias. Non posso esserne certo, tuttavia credo che il mio traghetto e il suo s’incrociarono».
De Lorenzo aveva messo a bollire tutta la linea di comando. Lo confermava la telefonata mielosa ricevuta dopo pochi giorni dal capufficio personale per chiedergli se “gradiva il paese di Padre Pio”. Era lo stesso ufficiale che aveva preso ripetutamente in giro mia madre.
«Quando scoppiò lo scandalo Sifar-de Lorenzo non sapevo che cosa pensare. Ad agosto del 1968, un mese prima che Padre Pio morisse, un ufficiale del comando generale mi chiese di agevolargli un incontro con Padre Pio; era angosciato, molto angosciato. Fummo ambedue testimoni di eventi prodigiosi quando Padre Pio gli assicurò la sua protezione. Egli mi confidò che cosa stava accadendo dentro l’Arma ed era convinto che fosse un declino inarrestabile. Mi confermò che il generale Giovanni de Lorenzo era un galantuomo». Mio padre mi mise a parte finalmente di che cosa gli fu detto, dandogli la mia parola di non svelarlo.

******

Nonostante il suo racconto, ero ancora convinto che mio padre avesse esagerato, sconsigliandomi l’arruolamento nell’Arma. Certo non gliene volevo, lo aveva fatto per il mio bene dopo tutto, ma insomma aveva esagerato.
Ci son voluti anni a capirlo. No, non aveva affatto esagerato. Tutto quello che mi disse si sta compiendo. Giorno dopo giorno abbiam visto comandanti complottare per afferrare il potere a ogni costo. Abbiamo visto il maresciallo Antonino Lombardo, suicidato e dimenticato come un cane in autostrada. Abbiamo visto comandanti genuflessi ad antimafie che puzzano della simmetria perfetta che Ennio Flaiano e Mino Maccari denunciarono per il fascismo e l’antifascismo. Abbiamo visto comandanti che non sapevano che Stefano Cucchi fu torturato, scaricando le responsabilità sull’ultime ruote d’un carro sgangherato. Abbiamo visto comandanti che passano in rassegna le truppe, al guinzaglio d’un appuntato del Cocer. Abbiamo visto comandanti che hanno lasciato solo Carlo Alberto Dalla Chiesa. Abbiamo visto comandanti che s’indignano perché entrano in gioco i sindacati, dimenticando la miseria del loro comandare. Abbiamo visto comandanti ignorare i suicidi dei carabinieri. Abbiamo visto comandanti che disertano la responsabilità morale delle violenze carnali commesse da sottufficiali il cui senso dell’onore e la cui disciplina sono in perfetta sintonia con la decadenza nei comandi. Abbiamo visto comandanti distratti di fronte a omicidi. Abbiamo visto comandanti ordinare irruzioni nelle Chiese, calpestando leggi e Costituzione, cui hanno giurato fedeltà.
Si giustificano le sozzure con l’ultimo rifugio dei farabutti, la retorica: “usi obbedir tacendo” e “noi rischiamo la vita”, trascurando di aggiungere “quella degli altri”. Mai infatti si videro, come in questi giorni di oltraggi costituzionali, mai si videro tanti carabinieri sulle strade, con gli elicotteri, mai si videro altrettanti carabinieri assalire i centri di spaccio, proteggere le case oltraggiate da ladri e rapinatori omicidi. Mai si videro comandanti difendere il lavoro dei propri uomini vanificato da magistrati lassisti.

E’ questo quanto rimane dell’Arma, oramai prontissima a fondersi con la Polizia di Stato, raddoppiando lo zelo nella sgangherata sbirreria Italia?

Oggi il motto dell’Arma “Nei Secoli Fedeli” ci interroga: «A chi?»
Mio padre, se qualcuno s’avventurava a dire: «Carabinieri e Polizia» correggeva brusco chiunque fosse l’interlocutore: «Non siamo la stessa cosa: la polizia risponde al Governo, i Carabinieri allo Stato». Oggi i Carabinieri sono ritirati sulle mura del castello, a difendere chi oltraggia la Costituzione, fianco a fianco con la Polizia di Stato, tutto sommato essa sì coerente da sempre nella sua milizia. Che cosa possiamo dedurne se non che ci sia una inutile duplicazione delle forze di polizia? Divide et impera? Suvvia, siamo seri, lo zelo di ambedue le parti può solo raddoppiarsi unificandole e quindi risparmiando quanto si va dilapidando. E’ davvero questo che vogliono i Carabinieri, quelli veri, tuttora esistenti e operanti? Quelli che in silenzio compiono e vogliono compiere il loro dovere sino in fondo, costi quel che costi, proprio come mio padre?
Può capitare che le circostanze portino un ufficiale davanti alla scelta se tradire o meno il proprio giuramento di fedeltà.
Sarebbe auspicabile in tal caso che i responsabili avessero la decenza di seguire l’esempio del comandante Carlo Fecia di Cossato, una dignità non di meno recuperata da innumerevoli semplici Carabinieri suicidatisi, vittime innocenti e dignitose cui va il nostro rispettoso pensiero.
Comandanti, se non siete in grado di recuperare lo spirito dell’Arma se non con vane ostentazioni retoriche, se non potete tirarvi un colpo di pistola alla tempia, almeno compilate una letterina di dimissioni, per ritirarvi con una lauta pensione. Sarebbe auspicabile per il bene della Patria, della Costituzione e di quanto rimane dell’Arma, oramai prontissima a fondersi con la Polizia di Stato, raddoppiando lo zelo della sgangherata sbirreria Italia.

*****

La limitazione delle Libertà costituzionali (artt.13 e 16 Cost.) con meri atti amministrativi – DPCM, decreti del presidente del consiglio, da non confondersi coi decreti legge deliberati dal Governo collegialmente ed emanati dal Presidente della Repubblica in casi di necessità e urgenza ex art 77 Cost. – è indiscutibilmente certa. Il Governo ha vietato le “cerimonie civili e religiose” (processioni, funerali pubblici, etc.).
Ebbene, né Governo né il Legislatore ordinario hanno il potere di vietare la Messa cattolica e quindi nessun organo esecutivo dello Stato ha il potere di interrompere o turbare una Messa. Piaccia o meno ai non Cattolici e ai Cattolici collaborazionisti, l’art . 7 della Costituzione repubblicana è chiaro: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi.(…)».
In virtù di ciò, l’Autorità Ecclesiastica ha deciso di ‘sospendere’ temporaneamente le messe ‘cum Populo’ – cosa che avrebbe potuto non fare – ma l’Autorità ecclesiastica non ha sospeso, non potendolo fare nemmeno Essa, il Diritto/Dovere dei Sacerdoti di celebrare le Messe ‘sine Populo’, spettando individualmente agli  ‘Ordinati in Sacris’, il Potere sacramentale della ‘Fratio Panis’, ove non sospesi ‘a Divinis’.
Ora siccome le Chiese sono rimaste aperte e l’ingresso contingentato di Fedeli non è vietato, qualora vi sia contestualmente una Santa Messa, questa non si trasforma in Messa ‘cum Populo’ ma dà luogo ad una Messa ‘coram Populo’ in cui cioè i Fedeli sono spettatori di un Rito con il quale non vi è osmosi fisica (offertorio, letture dei fedeli, Comunione , etc.). Questo è quanto avvenuto nel paesino presso Cremona, tanto più che i 13 Fedeli erano distanziati e con mascherina in ambiente di circa 300 m., senza costituire assembramento.
Ma giova ribadire che anche se fosse stata una Santa Messa cum Populo, le forze di polizia avrebbero potuto elevare sanzione al Sacerdote successivamente, giammai turbare o interrompere il Sacramento in atto. Chiunque faccia ciò integra gli estremi del delitto art. 405 codice penaleTurbamento di funzioni religiose del culto di una Confessione religiosa’. Quando sia commesso da Pubblici ufficiali non implica affatto la scriminante ex art 51 codice penale (adempimento del dovere), anzi il delitto è aggravato ex art. 61 comma “9) l’avere commesso il fatto con abuso dei poteri, o con violazione dei doveri inerenti a una pubblica funzione o a un pubblico servizio, ovvero alla qualità di ministro di un culto”; cui si somma il comma “10) l’avere commesso il fatto contro un pubblico ufficiale [357] o una persona incaricata di un pubblico servizio [358], o rivestita della qualità di ministro del culto cattolico o di un culto ammesso nello Stato, ovvero contro un agente diplomatico o consolare di uno Stato estero, nell’atto o a causa dell’adempimento delle funzioni o del servizio”
Va da sé che eventuali ordini illegittimi non devono essere eseguiti dalla Forza pubblica: quindi nessun sindaco o altra Autorità può pretendere lecitamente dalla Forza pubblica di interrompere un rito in atto quale la Transustanziazione in cui il Pane e il Vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo: piaccia o meno a chi non crede si compia il Sacro Mistero e ai Cattolici collaborazionisti.
Certo, al militare che porgeva il cellulare – strumento neosacrale dei nuovi misteri dell’homo chattans, suddito del Capitalismo di sorveglianza – all’anziano Parroco di paese si può applicare il ‘Remitte illis quia nesciunt quod faciunt’ di Nostro Signore, questo vale per lui come per i soldati romani della Legio Freitensis che Lo inchiodarono ad una Croce duemila anni fa: lo scandalo della Croce in senso paolino postula una sua continua attualità.

Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante della carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.
Questa voce è stata pubblicata in polis e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.

25 risposte a Pasquale Laporta, Maresciallo dei Carabinieri

  1. Antonio Comi scrive:

    E’ stata una fortuna del Destino avere un Padre come il suo…io poi non credo al Caso..ma al Karma..è così che vedo il Destino ( Le manderò in copia qualche scritto…)
    Non ho una cultura economica, ma mi sto leggendo tutti gli articoli di L. Prando…e i suoi..
    e quando le manderò qualche riflessione…la prenda come quella di qualcuno che ha fatto un lungo percorso tortuoso…anche nella cultura dell’Estremo Oriente .
    Per intanto…a me sanguina il cuore di non poter far molto per il mio Paese..ma non vorrei venisse svenduto a qualcuno con gli occhi a mandorla…con la presunzione di non avere avuto contatti…anche in territorio neutro..in Vaticano…forse pensano che sia come il tibet..ma non è così .
    Sono rimasto disgustato dal ricevimento a Ciampino della milanese ” liberata ” ?…sarebbe ora che impiegassimo meglio i nostri risparmi…per ora…un caro saluto…

  2. Gianluca Leone scrive:

    Colonnello Laporta, si all’epoca era il mio Colonnello a Motta di Livenza, ora capisco tante cose, specialmente una sua reazione in difesa di un Aiutante nei confronti di un Capitano alquanto “presuntuoso”…………….. Gianluca Leone 10° Scaglione 1998.

  3. Giancarlo Naldi scrive:

    Caro Piero,
    ho letto con emozione lo splendido ricordo di tuo padre che ha confermato intuizioni mai approfondite non solo perchè esterno all’Arma, ma anche perchè non ho mai voluto crederci preferendo legare il mio pensiero ai fulgidi esempi di dedizione al servizio di coloro, e sono tanti, che ancora oggi rimepiono le cronache con comportamenti encomiabili.
    Onore al tuo papà, dunque, ed a tutti i Carabinieri che hanno dato la loro vita. Onore, soprattutto, alle loro mogli ed ai loro familiari che ne hanno condiviso i problemi e le confidenze in vita e pagato amaramente la prematura scomparsa.
    Infine, come nota di colore, constato quanto sia simile la mia storia alla tua. Anch’io sono figlio di un Sottufficiale Motorista dell’AM ed anch’io ho dovuto estorcergli la firma alla domanda di partecipazione al concorso perchè minorenne. Memore delle sue disavventure di volo (pochi mesi dopo l’inizio delle ostilità, precipitò paradosalmente con un S-79 in fase di atterraggio durante un volo di rischieramento dello Stormo a Benina dopo essere sopravvissuto a delle azioni di bombardamento su Malta, procuradosi ferite tali da costringerlo in ospedale per lunghissimo tempo perdendo l’idoneità al volo) soleva dirmi che in Aeronautica uno era poco ma due erano troppi. Firmò la domanda comnvinto che sicuramente mi avrebbero scartato. La vincita del concorso divenne pertanto per lui motivo di pena e non di gioia.

    • Piero Laporta scrive:

      Caro Giancarlo, ma ti rendi conto? Siamo figli di una generazione immensa per dignità e senso del dovere. Sento di aver fatto bene a scrivere per dare coraggio a quanti sono schiacciati dalle mediocrità impossessatesi dello Stato. Che Dio ci aiuti, caro Giancarlo, che Dio ci aiuti.

  4. Nicola Ficco scrive:

    Caro Piero ti leggo sempre con interesse e voglia di comprendere ciò che tu riveli. Questa volta sono anche un po’ emozionato perché la figura del Maresciallo La Porta mi ricorda quella di mio suocero: uomo tutto d’un pezzo, maresciallo dei Carabinieri reduce di guerra, aspro critico del comportamento degli Ufficiali dell’arma dopo l’8 settembre, rifiutò di accettare un compromesso su un caso di corruzione e venne trasferito. Preferì dimettersi, rinunciando a non pochi benefici. Sono uomini di altri tempi, portatori di valori solidi e ben radicati nella civiltà perlopiù contadina del passato. Sono stati di esempio per noi.

    • Piero Laporta scrive:

      Caro Nicola, sto ricevendo tante testimonianze analoghe alla tua, su FB e su Wathsapp; mi consola questa conferma che mio padre no fosse solo. Egli lo sapeva bene e me lo disse: sono tanti che rischiano di essere schiacciati, l’ho fatto anche per loro. Parole ancora più vere oggi, mentre la mediocrità impazza senza limiti.

  5. Armando Stavole scrive:

    Piero, fratello ideale che non ho mai avuto, mi sono commosso ed ho sentito lo stesso orgoglio e dolore che sento in te, ma…boia a chi molla ed onore ai nostri padri.
    Ti voglio bene.

    • Piero Laporta scrive:

      Caro Armando, grazie. E’ ora di urlare la verità dai tetti: l’Italia è stata rovinata da ladri e imbecilli. Non possiamo più tollerarlo. Ti voglio bene anch’io come sai.

  6. sigmund scrive:

    Una descrizione avvincente del segno dei tempi. I carabinieri e la Chiesa erano le due ultime realtà a cui fare riferimento nel degrado generalizzato della società. Purtroppo dobbiamo constatare che entrambe le Istituzioni sono state infiltrate e livellate alla miseria di questi tempi senza onore e senza memoria. Meno male che c’è chi ci racconta come eravamo quando il dio denaro non aveva spiazzato il Creatore.
    Una sola domanda: abbiamo toccato il fondo? E’ arrivato il momento di rialzare la testa e ritornare una società timorata di Dio e dunque rispettosa dell’uomo?

  7. Emanuele scrive:

    Mi complimento per tutto, ma soprattutto per il coraggio intellettuale che dimostra di avere nel gridare, finalmente, in splendida solitudine, “Il re è nudo!”

  8. SERENA GANA scrive:

    Racconto bellissimo e avvincente. Considerazione completamente condivisibili.

    • Piero Laporta scrive:

      Grazie di cuore. Volevo tenerla per me; alla fine mi sono deciso perché, come puoi comprendere, non è una semplice commemorazione.

      • Brunello Caccamo scrive:

        Bellissimo racconto. Mio padre era maggiore a Forte Braschi sotto il generale de Lorenzo. ne era affascinato. Diceva che poteva fare con facilità 10 cose contemporaneamente. Era veramente capace. per questo fu infangato dai soliti. Avere dei genitori da ammirare e di cui essere orgogliosi è una vera fortuna.

  9. Nunzio Seminara scrive:

    Ho letto una Storia che è sempre la stessa, ahinoi!, stessa sceneggiatura, stessa regia, stesso produttore.
    Gli attori sono diversi, ma Eroi, loro, la cui umiltà e onestà li fa Grandi. Li fa Uomini.

  10. Pierpaolo Piras scrive:

    Bravo Piero, non smettere mai di pubblicare queste belle parole rivolte a un uomo buono, capace e onesto. Un esempio !!!

    • Piero Laporta scrive:

      Come ho detto a una amica, volevo tenerla per me; alla fine mi sono deciso perché, come puoi comprendere, non è una semplice commemorazione. Era un mdo di concepire il dovere che occorre riscoprire, a tutti i livelli.

Rispondi a Emanuele Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.