Quirinale, voce del verbo colonizzare

napolitano10Quirinale, da sempre il vero terreno di scontro di quanti vogliono controllare la politica italiana.

Oggi la situazione appare confusa; in realtà il bandolo di essa è sempre il medesimo criterio: chi possiede il rapporto di forze più rilevante? Gli Stati Uniti d’America, quantunque altri si siano fatti avanti negli anni – la Germania innanzi tutto – e altri siano arretrati, come la Russia.
La Gran Bretagna ha funzioni ancillari per Washington; la Francia ha agenti nel mondo della finanza e dell’industria, la cui capacità d’influenza è tuttavia inversamente proporzionale ai guadagni che traggono dai loro tradimenti.
L’ingresso di Giorgio Napolitano al Quirinale col plauso del Dipartimento di Stato ha svelato o, meglio, reso più chiara una verità sempre più nitida dalla morte di Aldo Moro in poi: Washington ha scommesso da tempo sullo zoccolo berlingueriano del Partito Comunista Italiano.
La linea politica del “compromesso storico” fu tratteggiata da Giorgio Berlinguer con tre articoli su Rinascita, l‘ultimo dei quali uscì il giorno dopo l’attentato che egli subì a Sofia, il 3 ottobre del 1973, mentre si recava in aeroporto, per tornare in Italia, dopo la burrascosa visita ai compagni bulgari. Il 6 giugno del 1976, quattro giorni prima delle elezioni politiche, rilasciò la celebre intervista a Gianpaolo Pansa sul Corsera, con la quale Berlinguer si disse più sicuro sotto l’ombrello dei missili NATO.
Aldo Moro non poteva immaginare che quella era la sua campana a morto, tuttavia da quel momento in avanti il cammino parallelo fra Botteghe Oscure e via Veneto fu sempre più evidente.
Questo cammino, secondo una nostra fonte, s’avviò con tutte le tortuosità e circospezioni possibili, ben prima del 1973 e, in qualche modo, spiega pure l’altrimenti inspiegabile efferatezza dell’attentato alla vita di Berlinguer, una misura che non fu usata neppure con Alexander Dubček, di gran lunga più pericoloso di Berlinguer, in apparenza.
[cryout-pullquote align=”right” textalign=”justify” width=”33%”]La proposta di votare Sergio Mattarella non ha altro significato che procedere a una conta dei voti per arrivare al risultato voluto.
Anche la candidatura di Romano Prodi non pare avere grande respiro ed è gravata da un’ambiguità: il M5S si dichiara il partito nemico dell’euro, eppure sostiene per il Colle un Romano Prodi che dell’euro è il principale fautore italiano. [/cryout-pullquote]La nostra fonte, le cui confessioni riveleremo tra qualche tempo, è uno degli ultimi veri nobili italiani, incontaminato dai mercimoni politici del dopoguerra:«Parte significativa dei casati siciliani e napoletani s’accomodò nelle anticamere degli statunitensi, quando fu chiara l’inconsistenza dei sogni separatisti. […] Nel 1949 l’Italia entrò nella NATO, quindi la politica inglese (separatista n.d.A.) fu sconfitta. A novembre Truman avvertì il mondo che i sovietici avevano la Bomba. Il 5 luglio successivo morì Salvatore Giuliano. L’avventura separatista era finita. Un segnale inequivocabile: sotto l’ombrello USA si andavano posizionando tutti, anche partiti come il Msi e il Pci. La dichiarazione di Enrico Berlinguer del 1976, mi sento più al sicuro coi missili della Nato, disse più o meno così, nacque nei giorni del separatismo e si sviluppò pian piano fino a esplodere trent’anni dopo. […] I conciliaboli che andavamo organizzando dalla fine del 1942, […] ovunque fosse possibile, mano a mano che tornava un minimo di normalità, mi coinvolsero in tre o quattro occasioni, al seguito di mio padre; […] Per comprendere il clima di quelle riunioni bisogna ricordare che noi siamo classe dirigente da secoli, taluni di noi da oltre un millennio; conosciamo quindi i meccanismi del potere; siamo consapevoli delle debolezze di chi non ha il potere, ma lo desidera nonostante sia privo di qualità, e sappiamo quale sia la funzione sociale della ricchezza, sebbene molti di noi l’abbiano dimenticato.»
Il connubio politico di due nobili e imparentate famiglie sarde, i Berlinguer e i Cossiga, è la sintesi politica che stritola Aldo Moro e dopo di lui Bettino Craxi (illuso di poter subentrare a Moro) e chiunque altro si sia frapposto alla connessione italo statunitense concepita in quegli anni.
Lo svolgimento di queste elezioni quirinalizie non tradirà questa linea, almeno non si vede alcun morivo per supporlo.
In qualche misura Silvio Berlusconi e Matteo Renzi devono dar mostra di avere delle rispettive autonomie decisionali. In realtà la proposta di votare Sergio Mattarella non sembra aver altro significato che procedere a una conta dei voti per arrivare al risultato voluto.
Anche la candidatura di Romano Prodi non pare avere grande respiro ed è gravata da un’ambiguità: il M5S si dichiara il partito nemico dell’euro, eppure sostiene per il Colle un Romano Prodi che dell’euro è il principale fautore italiano. Dietro tutto questo non può esserci altro che una manovra intesa a far sparire i vori per Prodi nel momento cruciale, come del resto è già avvenuto nell’ultima corsa che ha riportato il fido Napolitano sul trono.
Berlusconi e Prodi sono due braccia, braccia opposte, ma appartengono a una medesima cerchia che ha la testa a Mosca. Quando, nel 1998, si doveva bombardare Belgrado, il governo Prodi fu distrutto in due giorni, uno in meno di quelli necessari per il Tempio di Gerusalemme. Gli strali partirono dalla faretra di Cossiga che insediò Massimo D’Alema, il quale dette il via ai bombardamenti su Belgrado senza neppure avvisare il Parlamento.
Luci e ombre, fedeltà e infedeltà che al Dipartimento di Stato non vengono dimenticate.
Avverrà come nel 1964. Un notabile mise le mani al collo di Antonio Segni e gli procurò l’ictus che lo avrebbe ucciso.
Chiedo scusa per l’autocitazione; nel post del 7 gennaio scorso ho ricordato come Giuseppe Saragat salì al trono quirinalizio, il 28 dicembre del 1964.
Passò al ventunesimo scrutinio – ventuno votazioni – col sostegno decisivo di socialisti e comunisti. Il “partito statunitense” – trasversale ben oltre la Democrazia Cristiana – fece reciprocamente scannare i vari candidati “italiani”; poi con una telefonata alle segreterie dei “nemici” lanciò proprio quel Giuseppe Saragat, quello che aveva spaccato il Partito Socialista di Pietro Nenni a un cenno da oltre Atlantico; Saragat, nemico acerrimo di Segni, ma anche dei comunisti e dei socialisti più socialisti di lui, passò col voto dei duri e puri del Pci e dei massimalisti del Psi. Sorpresa?
Dopo l’elezione di Saragat, Giorgio Amendola – capofila dei “miglioristi”[1] – incontrando Randolfo Pacciardi[2] tentò uno sfottò:«Se tu non fossi anticomunista» beffeggiò Pacciardi «Saresti diventato tu presidente della Repubblica.» Mal gliene incolse:«Io non sono anticomunista, sono antisovietico» lo fulminò Pacciardi «Tu sei anticomunista.» Insomma Pacciardi era consapevole del lavorio ai vertici del Pci, per sottomettere il partito al Dipartimento di Stato. La sua scudisciata ad Amendola anticipò di quaranta anni le risposte che oggi vanno dandosi sul viaggio a Washington del migliorista Giorgio Napolitano, nei primi giorni del rapimento di Aldo Moro; quel Giorgio Napolitano poi giustamente omaggiato dal capo, Hussein Barack Obama.
Vedremo cose analoghe anche questa volta.

[1] “Padre spirituale” di Giorgio Napolitano ed Emanuele Macaluso, i cui ruoli sono tuttora da chiarire nelle triangolazioni fra Roma, Washington e Palermo.

[2] Randolfo Pacciardi (1º gennaio 1899-14 aprile 1991) politico genuinamente antifascista, eminente fra gli eminenti del Partito Repubblicano Italiano; lo si cercò di inutilmente di infangare con accuse di golpismo.

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Informazioni su Piero Laporta

Piero Laporta, 153° corso dell’Accademia militare di Modena, Generale di divisione in riserva dell’Arma del Genio, scrittore, saggista e memorialista. Piero Laporta ha speso parte significativa della propria vita professionale occupandosi di politica militare e interesse nazionale presso lo Stato Maggiore della Difesa, acquisendo il metodo: distinguere i fatti dalle narrazioni, i documenti dalle opinioni e, quando possibile, andare alla fonte, non accontentarsi mai di quanto appare verosimile. Scrive dal 1994. Col passare degli anni ha preso le distanze dal giornalismo tradizionale: troppi direttori confondono la verifica col servilismo, il dubbio con la propaganda, i fatti con le falsità. Ha collaborato con varie testate ma i libri sono oggi il terreno naturale delle sue inchieste. Ha raccontato la vita dell’imprenditore Luciano Vinella in Trasparente come il Vetro ed è coautore, con Vincenzo Mastronardi, di Mass Media e Fango. La parte centrale del suo lavoro è dedicata al caso Aldo Moro e alla strage di via Fani del 16 marzo 1978, A questa ricerca appartengono Raffiche di Bugie a Via Fani. Stato e BR sparano su Moro, Gli anagrammi di Aldo Moro e Omertà e Bugie su Aldo Moro: lavori nei quali Laporta rimette in discussione tutta l’inchiesta ufficiale, svelando falsi e omissioni di magistrati, investigatori e politici. Da questa prospettiva nasce anche il suo lavoro sulle reti di potere italiane e internazionali, sulla comunicazione politica, sull’intelligence e sui rapporti fra apparati, partiti, finanza, religione e informazione. Ha fondato OltreLaNotizia, sul sito pierolaporta.it, perché considera il web — nonostante censura, conformismo e manipolazione — uno degli ultimi spazi nei quali un autore possa ancora assumersi personalmente la responsabilità di ciò che scrive, senza chiedere il permesso a una redazione. Cattolico, apostolico, romano, senza altri aggettivi. Quanto alle lingue, dichiara una conoscenza quasi dimenticata del dialetto di Latiano, rudimenti di quello di Putignano, buona familiarità col palermitano, ottima col vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e — quando necessario — anche un po’ d’italiano. È sposatissimo, ha due figli e continua a ritenere che un documento valga più di cento opinioni, soprattutto quando quelle cento opinioni dicono tutte la stessa cosa.Il libro "Raffiche di Bugie a Via Fani, Stato e BR Sparano su Moro" ed. Amazon 2023 https://shorturl.at/ciK07 è l'inchiesta più approfondita e documentata sinora pubblicata sui fatti del 16 Marzo 1978. Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo dove non trovi dei censori e fabbriche di odio. Il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito http://pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico; non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.Piero Laporta, a member of the 153rd Class of the Military Academy of Modena, is a retired Major General of the Corps of Engineers, as well as a writer, essayist, and memoirist.Piero Laporta spent a significant part of his professional life working on military policy and the national interest at the Italian Defence General Staff. There he developed a method that has remained with him ever since: distinguish facts from narratives, documents from opinions, and, whenever possible, go straight to the source—never settling for something merely because it sounds plausible.He has been writing since 1994. Over the years, he has increasingly distanced himself from traditional journalism: too many editors mistake verification for subservience, doubt for propaganda, and facts for falsehoods. He has contributed to a number of newspapers and magazines, but books are now the natural home of his investigative work.He told the story of entrepreneur Luciano Vinella in *Transparent as Glass* and is the co-author, with Vincenzo Mastronardi, of *Mass Media and Mud*.The central part of his work is devoted to the Aldo Moro case and the Via Fani massacre of March 16, 1978.This research includes *Volleys of Lies in Via Fani: The State and the Red Brigades Fire on Moro*, *The Anagrams of Aldo Moro*, and *Silence and Lies About Aldo Moro*: works in which Laporta challenges the official investigation as a whole, exposing falsehoods and omissions by magistrates, investigators, and politicians.This perspective also underlies his work on Italian and international networks of power, political communication, intelligence, and the relationships among state apparatuses, political parties, finance, religion, and the media.He founded *OltreLaNotizia* on pierolaporta.it because he considers the web—despite censorship, conformism, and manipulation—one of the last remaining spaces where an author can still take personal responsibility for what he writes without having to ask an editorial office for permission.Catholic, Apostolic, Roman—no other adjectives required.As for languages, he claims an almost forgotten knowledge of the Latiano dialect, a smattering of the Putignano dialect, a good command of the Palermo vernacular, excellent familiarity with that of San Giovanni Rotondo, English—and, when absolutely necessary, even a little Italian.He is very much married, has two children, and continues to believe that one document is worth more than a hundred opinions—especially when all one hundred opinions are saying exactly the same thing.
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16 risposte a Quirinale, voce del verbo colonizzare

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  2. Gimmi Fontana scrive:

    State calmi se potete, acqua passata non macina grano. E’ inutile rivangare, bisogna zappare il nuovo terreno odierno, dare una sveglia ai giovani che ancora non si rendono conto di ciò che sarà del futuro. Bravo, comunque, Piero, ma il futuro è della nuova gioventù che ha bisogno di istruzioni e di indicazioni.

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  4. oscar scrive:

    Penso che all’interno del tuo ottimo e circostanziato articolo possa trovare posto – così, tanto per distinguere e chiarire certi ruoli politici dell’epoca – il noto episodio risalente al 1984 del litigio Berlinguer/Napolitano. Ricorderai, infatti che a seguito di una fiacca e per nulla convinta battaglia del PCI in parlamento contro il decreto di abolizione della scala mobile (Chiaromonte capogruppo al senato e amico di Napolitano, con Nilde Iotti presidente della Camera; tutti dell’ala migliorista) da parte del Governo Craxi, Berlinguer chiamò Napolitano, allora capogruppo del partito alla camera, ed ebbe con lui una animatissima discussione che sfociò in una lettera di dimissioni che Napolitano non consegnò mai, causa la morte nel giugno dello stesso Berlinguer. Per la cronaca, i dissapori fra i due, e tutta l’ala migliorista filocraxiana (compreso Lama che firmò, successivamente con il Governo Amato l’accordo per la definitiva abolizione della scala m.), ebbe inizio nel 1981 con la famosa “questione morale” sollevata da Berlinguer, disgustato da quello che erano diventati i partiti (parliamo di ben 34 anni fa).
    Consiglio di rileggere l’intervista rilasciata da Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari, «La Repubblica», 28 luglio 1981.

    • Piero Laporta scrive:

      Centro! Le animose intransigenze di Napolitano – abbiamo diffuso a suo tempo la testimonianza di un vecchio, vero e deceduto capo partigiano – furono fatali a più d’uno, cominciando dal galantuomo Di Vittorio.

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  6. Fedro scrive:

    Leggendovi fra molti anni, Piero e Federico, i veri storici concorderanno che in Italia i politici erano rimasti solo agenti stranieri ben remunerati. Ma quanto a interpreti disvelatori l’Italia era ancora il paese di Tacito e Seneca.

  7. Federico Dezzani. scrive:

    Il più grande partito comunista d’Europa, col senno del poi, è quello che si è rivelato il più incapace ed infiltrato! E pensare che il cavallo di battaglia del Cav è stato per 20 anni l’anti-comunismo: povera Italia, il Paese del tempo perso!!!
    Sono cmq certo che Renzi e la mandria di buoi in Parlamento sarà veloce ad eleggere il presidente: il timore di apparire impotenti e fare la fine di Samaras li farà correre come se avessero il pepe al c****!

    • Piero Laporta scrive:

      E gli epigoni di quel Pci sono i più filo americani di tutti, oltre che entusiasti sostenitori delle casate bancarie che si avvidendano alla Casa Bianca. In quanto alla velocità di questa elezione, non ci credo, mancano i presupposti ma spero di sbagliarmi. D’altronde Emanuele Macaluso che fu protagonista dell’elezione di Saragat si è espresso nello stesso senso. Tu sai chi io penso sarà eletto. Vedremo.

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