Contro la Scienza Triste: La Complessità degli Agenti Economici

di Ignazio LICATA [fisico teorico e direttore dell’Institute for Scientific Methodology (ISEM)] Che ci fa un fisico tra gli economisti?

È mia intenzione offrire qualche spunto di riflessione sulla nozione di complessità in fisica ed in economia.
Non parlerò di  “cose complicate” (per intenderci i raffinati modelli non-lineari dell’econofisica che cercano correlazioni tra gli indici di mercato, offrono un po’ di comprensione e pochissima o nessuna previsione…), ma piuttosto di come il nostro modo di guardare il mondo ha influenzato il nostro agire. E naturalmente il contrario. La complessità è un concetto semplice, è la consapevolezza che ogni descrizione del mondo è sempre e soltanto una scelta tratta dal gran numero di quelle possibili suggerite dall’intreccio delle relazioni tra eventi;  e da ciò che noi consideriamo come un evento; non bisogna trascurare infatti  la non banalità del concetto di “fatto”,  questione legata alla ben nota  tesi di Duhem-Quine: le “teorie” sono architetture che connettono “fatti”, ma i “fatti” sono costruiti ( “fattibili”)  in modo da inserirsi come “cardini” nell’’architettura teorica. Una modificazione architettonica può dunque cambiare sensibilmente il significato” di un “fatto”.

Esiste un’intera storia di inter-relazioni  e trasmigrazioni di metafore tra fisica ed economia: pensiamo al concetto di flusso, volatilità, potenziale, e così via.  Questi scambi hanno favorito e sostenuto la formazione di una visione epistemologica comune. Naturalmente non è solo una “questione di termini”: Feynman diceva che tra un secolo l’800 sarebbe stato ricordato più per le equazioni di Maxwell che per i rivolgimenti sociali. Al di là della provocazione, bisogna prendere atto che lo sviluppo delle scienze fisiche e della tecnica ha permesso l’affermazione di quella prima, grande rivoluzione industriale di cui siamo ancora figli, ed orfani. E d’altra parte la fisica è stata per lunghissimo tempo – fino ad ieri – un modello di disciplina in grado di fornire definizioni operative dei suoi termini, potenti modelli matematici e dunque analisi e previsioni molto precise. Il fisicalismo è stato, ed è ancora in larga misura, un modello  ideale di procedura scientifica, ed ha portato ad una distinzione tra scienze “hard” e “soft” che oggi si è ampiamente erosa, almeno nella misura in cui si è capito – e lo si è capito proprio con i sistemi complessi – che la scientificità non è necessariamente, e per ogni argomento, una “clonazione” passiva dei metodi della fisica, ma piuttosto una comprensione del mondo basata sull’attività sperimentale. E quando le cose si vanno a guardare davvero, si scopre che non è sempre possibile scrivere eleganti equazioni di evoluzione in grado di dirci cosa succederà al sistema. E’ uno dei temi caldi della fisica dell’emergenza e della teoria del cambiamento, che studia proprio quei sistemi in cui non è possibile applicare le condizioni dei sistemi ideali della fisica:  vincoli e costituenti ben definiti, conservazione dell’energia, e così via.

Preso atto di una contiguità culturale metodologica che spesso si è tradotta nella condivisione modellistica,  non bisogna dunque stupirsi se  gran parte del bagaglio concettuale dell’economia classica ha una forte somiglianza con la struttura della fisica classica, e dunque con l’oggettivismo “ingenuo”  della visione meccanica e riduzionista. Proprio come il punto materiale della meccanica classica, l’agente economico è mosso da un insieme di forze il cui obiettivo è realizzare una condizione estrema del gioco di potenziali in campo, come ad esempio massimizzare il profitto.

Questo tipo di visione accomuna le due scienze anche nella percezione comune, qualcosa che attraverso un metodo (un occhiale cognitivo rubato a chissà quale prometeo, e riassunto in frasi del tipo “gli scienziati hanno scoperto che…”) che ci rivela un modo che “è lì”, indifferente ai nostri desideri e voleri. Se questo è in parte vero per le scienze naturali (ma parliamo del territorio, e non delle mappe…con la cautela imposta dai signori Duhem e Quine citati!), è più difficile comprendere come ciò sia avvenuto per l’economia, che , come direbbe G. B. Vico, è la “nostra natura”. Questa visione “fredda” della scienza e dell’economia va in direzione opposta alla loro più autentica natura: la scienza come espressione di esigenze cognitive ed estetiche profonde, l’economia come festa del mercato e scienza dei desideri umani!

La fisica dei comportamenti collettivi e dell’emergenza ha in ampia misura modificato ed attenuato la visione meccanica e riduzionistica del mondo per il semplice fatto che in molti casi è inapplicabile. Gli oggetti non hanno sempre “identità fisse” e sono piuttosto definite dal gioco di interrelazioni con l’ambiente, Cosa può esserci di più semplice di una “particella elementare” come l’elettrone?  Eppure in un superconduttore, al di sotto di una certa temperatura critica, si “fonde” con un  altro elettrone (coppia di Cooper) e cambia la sua natura statistica, trasformandosi da fermione in bosone, più simile dunque alle “particelle di luce”, i fotoni). Se consideriamo che la maggior parte dei sistemi “interessanti” in fisica, in biologia e nelle scienze socioeconomiche hanno proprio questa natura fortemente sistemica e relazionale,  è possibile capire perché la maggior parte dei processi non sono descrivibili e predicibili in dettaglio, e  possiamo conoscerli attraverso descrizioni globali  e qualitative, e soprattutto attraverso i vincoli che ne fissano il “ventaglio di possibilità”, più che attraverso il “dettaglio” delle forze agenti sul singolo costituente.

Le “delusioni” del Genoma Project e dell’Intelligenza artificiale, per fare due esempi clamorosi, non sarebbero state tali se non si fossero presentate come “teorie del tutto” nei loro rispettivi campi. La mente non è zippabile in un algoritmo astratto e disincarnato, per quanto complicato, e la vita non è solo “deposito di informazioni” ma espressione di queste in un ambiente. In entrambi i casi, non set di equazioni “tuttologiche” , ma piuttosto descrizioni a posteriori ed emergenza, secondo il principio fondamentale dei sistemi complessi: faccio prima ad osservarlo! Inoltre questo richiamo all’osservazione è tutt’altro che “selvaggio”; abbiamo visto a proposito della “fattibilità” che per osservare proficuamente una rete di eventi complessi è necessario anzi un surplus di bagaglio teorico di possibilità che raramente si ridice ad un sistema di equazioni.

Gli economisti, come i  biologi, sanno da sempre queste cose. In effetti, gran parte della “nuova” cultura della complessità è un umile ritorno dei fisici verso queste discipline: se la fisica del ‘700 si è nutrita di astronomia, quella dell’800 di radiazione e materia, e quella del ‘900 degli scambi tra radiazione e materia ( la teoria quantistica!), la fisica futura si nutrirà e, sperabilmente, nutrirà, di sistemi viventi e di sistemi socioeconomici.  Un esempio della sensibilità concreta verso una complessità non ancora “teorizzata” ma praticata lo troviamo ad esempio negli scritti dell’economista Nicholas Kaldor, che parlava di   “fatti stilizzati”- Nicholas Kaldor , in perfetta risonanza con l’idea contemporanea di modello in fisica dei sistemi complessi: non “fotografia” di un sistema, ma scelta di relazioni tra fatti stilizzati, una prospettiva descrittiva che include esplicitamente  gli obiettivi del modellista. Cosa voglio descrivere? Qual è il mio obiettivo nel costruire il modello?  Jeffrey D. Sachs inoltre definisce  l’economista come “clinico”. Scelto il modello, e fatta la diagnosi, in che modo voglio agire. Anche questo aspetto ha una profonda risonanza con una disciplina all’origine della complessità, la cibernetica nell’accezione originale di Norbert Wiener: modellare per pilotare i cambiamenti.

L’agente economico non è un punto materiale! Il suo “ottimo” non coincide tout-court con il massimo profitto perché l’agente economico ha una complessa e raffinata “struttura interna”, e le sue azioni non sono mosse soltanto da una funzione di utilità unica ed univoca, ma piuttosto da obiettivi alla definizione dei quali contribuiscono  la storia del sistema, le sue emozioni ed esperienza, la  cultura, il  sistema di credenze e di valori.  Basta pensare al valore che siamo disposti ad accettare per un’opera d’arte.

Scrive il biologo Stuart Kauffman  che nel momento in cui abbiamo agenti autonomi e li dotiamo della capacità di distinguere/scegliere tra disgustoso/desiderabile, la semantica fa il suo ingresso nel mondo. Le cose non sono più “soltanto” cose, ma “valori”. I Robot di Luc Steels, dotati di poche ed elementari funzioni di comunicazione e collaborazione dispiegano una ricchezza di comportamenti non riducibili al singolo agente.  L’economia deve tener conto di questi aspetti. Oggi l’incrocio tra  teoria dei giochi, delle decisioni, la fisica dei sistemi collettivi e le neuroscienze è forse l’area più vivace della scienza contemporanea  proprio perché ci sta svelando questa complessità dell’agente economico e quanto la sua “razionalità”, più che “limitata” , è estesa ed articolata. Per noi fisici ritorna la fisica quantistica: i quantum games sono proprio lo studio di come fare una scelta pesando più strategie diverse ed entangled!. La comprensione di questa nuova razionalità è premessa indispensabile per una visio economica in grado di  costruire un’economia “Beyond Homo Oeconomicus” (L. Becchetti)

L’impresa non è una monade, ma un essere collettivo dotato di sistema cognitivo. Eppure gran parte dei comportamenti, delle scelte e delle politiche d’impresa riflettono assai poco la complessità sociale che la circonda, come guidate da un algoritmo che non è neppure capace di elementari forme di adattamento. Ancora una volta, è l’ottica di semplificazione che nasconde i problemi per farli esplodere.

L’ipercompetizione non è sviluppo e crescita, è alla lunga l’equivalente della lotta intraspecifica  in ecologia, dove a rischiare è la stessa esistenza della specie. E da questa visione consegue l’unidimensionalità di alcuni termini e la marginalizzazione di altri. L’innovazione ormai non è più ricerca, ma un esasperato “tirare il collo alla curva logistica” in uno spazio cognitivo limitato come i desideri che induce e frustra.  Il problema non è essere il giocatore più bravo, ma inventare nuovi giochi, diversificare le scommesse possibili sul tavolo del tessuto sociale e culturale. Ma per far questo l’impresa deve essere in grado di riflettere in modo multidimensionale la società che attraversa.  Anche la discussa “decrescita” di S. Latouche non va intesa come un utopico “cammino del granchio”, ma piuttosto come suggerimento a pensare la crescita come ventaglio plurale di possibilità ( sostenibili) e non “destino unidimensionale”. Del resto, per un gioco di contiguità cui abbiamo fatto riferimento, anche il “prodotto scientifico” tende ad essere sempre più mediatico ed effimero,  meno controllato, meno efficace.

Difficile pensare che la “conoscenza” e l’informazione possano essere risorse nuove quando la logica con cui vengono create è quella del “supermarket di Prometeo” ( M. Cini).  Altri termini penalizzati sono quelli di sostenibilità, confusa ancora con un ecologismo di maniera, laddove essa richiederebbe quella capacità di teorizzare e gestire  processi virtuosi che è stata definita con un neologismo “glocalization”. Basta pensare alla questione energetica, ad esempio.  O al sistema del microcredito ed alle banche etiche. Stesso discorso potrebbe farsi per la cooperazione, che non è l’opposto della competizione, ma  ritrovare la ricchezza e la varietà nei processi economici, rinunciando alla logica preda-predatore per guardare all’altro come risorsa, stimolo, complemento indispensabile. Anche il superamento di questa dicotomia ha suggerito un neologismo, “coopetition”. C’è un filo conduttore che unisce queste parole marginalizzate da un’ottica “totalitaria” e suicida del “profitto”: l’incapacità di riscoprire nel discorso economico un cuore ed una mente fortemente relazionali. Ed arriviamo così alla parola che l’attuale sistema di disvalori ha situato al nadir dell’economia: l’Etica come sistema relazionale emergente di risorse di correlazione.

Non è un caso che personaggi così diversi come H. Kung, un teologo,  e S. Cummings, un teorico del management, abbiano dedicato i loro ultimi lavori al bisogno del recupero dell’etica al centro della teorizzazione, della progettazione e direi del cuore dell’economica e del management. Per non parlare del dialogo tra il monaco benedettino Anselm Grün e il  manager della Puma Jochen Zeitz.

Ma alla fine, continuiamo a praticare ricette di  riduzionismo algoritmico, semplicemente perché comportano poco sforzo con il massimo spreco di risorse umane e materiali. Ancora una volta un principio di minima azione. La complessità implica un grande sforzo creativo per salvaguardare e  sviluppare il “bene comune”. Paradossalmente, costa di meno costruire e praticare  una scienza triste che progettare la bellezza gratuita dei mondi desiderabili.

Informazioni su Piero Laporta

Piero Laporta, 153° corso dell’Accademia militare di Modena, Generale di divisione in riserva dell’Arma del Genio, scrittore, saggista e memorialista. Piero Laporta ha speso parte significativa della propria vita professionale occupandosi di politica militare e interesse nazionale presso lo Stato Maggiore della Difesa, acquisendo il metodo: distinguere i fatti dalle narrazioni, i documenti dalle opinioni e, quando possibile, andare alla fonte, non accontentarsi mai di quanto appare verosimile. Scrive dal 1994. Col passare degli anni ha preso le distanze dal giornalismo tradizionale: troppi direttori confondono la verifica col servilismo, il dubbio con la propaganda, i fatti con le falsità. Ha collaborato con varie testate ma i libri sono oggi il terreno naturale delle sue inchieste. Ha raccontato la vita dell’imprenditore Luciano Vinella in Trasparente come il Vetro ed è coautore, con Vincenzo Mastronardi, di Mass Media e Fango. La parte centrale del suo lavoro è dedicata al caso Aldo Moro e alla strage di via Fani del 16 marzo 1978, A questa ricerca appartengono Raffiche di Bugie a Via Fani. Stato e BR sparano su Moro, Gli anagrammi di Aldo Moro e Omertà e Bugie su Aldo Moro: lavori nei quali Laporta rimette in discussione tutta l’inchiesta ufficiale, svelando falsi e omissioni di magistrati, investigatori e politici. Da questa prospettiva nasce anche il suo lavoro sulle reti di potere italiane e internazionali, sulla comunicazione politica, sull’intelligence e sui rapporti fra apparati, partiti, finanza, religione e informazione. Ha fondato OltreLaNotizia, sul sito pierolaporta.it, perché considera il web — nonostante censura, conformismo e manipolazione — uno degli ultimi spazi nei quali un autore possa ancora assumersi personalmente la responsabilità di ciò che scrive, senza chiedere il permesso a una redazione. Cattolico, apostolico, romano, senza altri aggettivi. Quanto alle lingue, dichiara una conoscenza quasi dimenticata del dialetto di Latiano, rudimenti di quello di Putignano, buona familiarità col palermitano, ottima col vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e — quando necessario — anche un po’ d’italiano. È sposatissimo, ha due figli e continua a ritenere che un documento valga più di cento opinioni, soprattutto quando quelle cento opinioni dicono tutte la stessa cosa.Il libro "Raffiche di Bugie a Via Fani, Stato e BR Sparano su Moro" ed. Amazon 2023 https://shorturl.at/ciK07 è l'inchiesta più approfondita e documentata sinora pubblicata sui fatti del 16 Marzo 1978. Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante di tv e carta stampata, ha deciso di collaborare solo dove non trovi dei censori e fabbriche di odio. Il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito http://pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. Lingue conosciute: dialetto di Latiano (BR) quasi dimenticato,, scarsa conoscenza del dialetto di Putignano (BA), buona conoscenza del palermitano, ottima conoscenza del vernacolo di San Giovanni Rotondo, inglese e un po' di italiano. È cattolico; non apprezza Bergoglio e neppure quanti lo odiano, sposatissimo, ha due figli.Piero Laporta, a member of the 153rd Class of the Military Academy of Modena, is a retired Major General of the Corps of Engineers, as well as a writer, essayist, and memoirist.Piero Laporta spent a significant part of his professional life working on military policy and the national interest at the Italian Defence General Staff. There he developed a method that has remained with him ever since: distinguish facts from narratives, documents from opinions, and, whenever possible, go straight to the source—never settling for something merely because it sounds plausible.He has been writing since 1994. Over the years, he has increasingly distanced himself from traditional journalism: too many editors mistake verification for subservience, doubt for propaganda, and facts for falsehoods. He has contributed to a number of newspapers and magazines, but books are now the natural home of his investigative work.He told the story of entrepreneur Luciano Vinella in *Transparent as Glass* and is the co-author, with Vincenzo Mastronardi, of *Mass Media and Mud*.The central part of his work is devoted to the Aldo Moro case and the Via Fani massacre of March 16, 1978.This research includes *Volleys of Lies in Via Fani: The State and the Red Brigades Fire on Moro*, *The Anagrams of Aldo Moro*, and *Silence and Lies About Aldo Moro*: works in which Laporta challenges the official investigation as a whole, exposing falsehoods and omissions by magistrates, investigators, and politicians.This perspective also underlies his work on Italian and international networks of power, political communication, intelligence, and the relationships among state apparatuses, political parties, finance, religion, and the media.He founded *OltreLaNotizia* on pierolaporta.it because he considers the web—despite censorship, conformism, and manipulation—one of the last remaining spaces where an author can still take personal responsibility for what he writes without having to ask an editorial office for permission.Catholic, Apostolic, Roman—no other adjectives required.As for languages, he claims an almost forgotten knowledge of the Latiano dialect, a smattering of the Putignano dialect, a good command of the Palermo vernacular, excellent familiarity with that of San Giovanni Rotondo, English—and, when absolutely necessary, even a little Italian.He is very much married, has two children, and continues to believe that one document is worth more than a hundred opinions—especially when all one hundred opinions are saying exactly the same thing.
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2 risposte a Contro la Scienza Triste: La Complessità degli Agenti Economici

  1. PaoloZ scrive:

    Vorrei ringraziare il Prof. Licata per questo articolo così intenso e ricco di spunti , anche un pò difficili da masticare per me che non mi occupo di fisica economia o neuroscienze.
    Sicuramente comprerò il suo “La logica aperta della mente” di cui ho potuto leggere la bella recensione del Gen. Laporta.

    Vorrei porre una domanda , che apparirà forse sciocca al Prof. Licata. Ho letto nel suo articolo ripetersi molte volte la voce “sistema”.
    Vorrei sapere se, anche alla luce delle dimostrazoni di Gödel, di cui avviso che non conosco che gli studi a livello superficiale, non sia opportuno ripensare le scienze naturali e l’epistemologia, disfacendosi della categoria filosofica “sistema”.

    Mi spiego meglio : Gödel ha dimostrato matematicamente l’incompletezza dei sistemi formali.
    Lei dice : “E’ uno dei temi caldi della fisica dell’emergenza e della teoria del cambiamento, che studia proprio quei sistemi in cui non è possibile applicare le condizioni dei sistemi ideali della fisica” . Propone una “Logica aperta della mente” che mi pare di capire, interagisce in maniera dinamica e non “ingenuamente oggettiva” con sistemi chiusi, ma con “sistemi aperti”.

    La mia domanda è: il concetto di “sistema chiuso” come sistema statico, capace di fornire risposte certe, come sistema dotato di coerenza interna fissa, di prevedibilità, decidibilità e autosufficienza, nel momento in cui si apre alla relazionalità e “scopre” l’emergenza e la teoria del cambiamento, diventando “sistema aperto” , resta ancora un sistema? Ha senso parlare ancora di sistema in queste condizioni o sarebbe forse più opportuno ripensare una categoria in grado di dare conto di queste evidenze scientifiche?

    la ringrazio e le invio cordiali saluti

    • PaoloZ scrive:

      Suppongo, ma forse mi sbaglio, che questa mia domanda se la siano già fatta altri filosofi della scienza, fisici ed epistemologici. In tal caso le chiederei se potrebbe gentilmente indicarmi qualche studio che ritiene valido e che va in questa stessa direzione.

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