Muath Kasasbeh, lo siamo tutti ma…

Muath Kasasbeh

Muath Kasasbeh

Muath Kasasbeh, pilota militare giordano, arso vivo da ISIS in una gabbia d’acciaio.

Muath Kasasbeh, martire. Inzuppatolo di benzina, una scia col carburante per mettersi in sicurezza, il boia ha dato fuoco. Ventidue minuti, strazio e urla di Muath Kasasbeh, udite ad Amman; avvertite un po’ meno a Washington. I nostri tiggì dedicano più tempo alla neve e alle mutande di Sanremo.
L’Occidente dovrebbe meditare su Muath Kasasbeh e sull’inevitabilità della violenza a determinati stadi del conflitto, invece indulge nel tango pacicomodo. Inutile farsene un problema né sperare in quanti occupano il Palazzo e le cattedrali: essi si sentono al sicuro. Il potere in Occidente, non da oggi, è sconnesso dalla realtà della gente.
La Russia e Putin hanno un altro percorso, il cui sviluppo, piaccia o meno, è intriso d’un realismo socialista da cui non si prescinde.
I russi invasero l’Afghanistan la notte di Natale del 1979. Ben presto il VietNam degli americani al confronto fu uno scherzo.
Gli americani d’altronde avevano capito poco della forza morale e spirituale dei mujaheddin, i guerriglieri afghani. Temevano che soccombessero all’Armata Rossa e li sostennero con armi, soldi, istruttori e un migliaio di missili terra-aria Stinger, ottimi contro gli elicotteri sovietici.
Dopo dieci anni l’Armata Rossa si ritirò con le pive nel sacco, i mujaheddin rimasero padroni del campo anche sotto altri nomi, Talebani per esempio, e con altri capi. Gli Stinger afghani si rivolsero contro Enduring Freedom, dopo aver fatto la loro figura in Bosnia. Il resto è noto, o quasi.
Gli Specnaz, i corpi speciali sovietici, andavano nelle retrovie dei mujaheddin con la pillola di cianuro nel bavero della giubba, consapevoli che in caso di cattura i più fortunati sarebbero stati scuoiati vivi, la loro pelle diligentemente ripiegata oppure riempita di paglia, accanto alla carcassa. Per i meno fortunati il limite della sofferenza era solo nella fantasia dei mujaheddin.
I russi non meno teneri, tuttavia meno efficaci dei mujaheddin, si ritirarono mentre l’Urss scricchiolava. Misero a frutto la lezione in Cecenia, incoraggiata a insorgere dagli USA, grazie alla presunta debolezza di Mosca dopo il 1989.
Un certo Vladimir Putin lasciò applicare la tecnica che l’Armata Rossa utilizzò per bonificare l’Ucraina dopo la battaglia di Leningrado.
Leonid Il’ič Brežnev, ucraino, nella primavera del 1943 era commissario politico del Primo Fronte, in avanzata verso occidente sul territorio ucraino. Un certo Nikita Khruščёv si compiaceva di avere alle dipendenze Brežnev  e di giovarsi della tecnica di pulizia dell’ucraino: circondava i villaggi in odore di collaborazione coi tedeschi e li spianava, donne, vecchi e bambini inclusi. La replica in Cecenia fu più breve ma non meno perentoria.
È la guerra, bellezza! Anzi, è la violenza, strumento principale della guerra.
Come si può vedere (non è tuttavia detto che si possa comprendere) quanti vivono la violenza direttamente sulla loro pelle non hanno scelta: o la pelle loro o quella del nemico; di solito optano per la propria. Così avrebbe fatto Muath Kasasbeh. Così fa Abd Allah II, il re di Giordania: veste la giubba di guerra e si pone a capo delle truppe. Ha imparato da suo padre. Era il 16 settembre 1970: Re Ḥusayn mandò la 2^Divisione corazzata a bonificare i quartieri di Amman e i villaggi circostanti, controllati dall’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) che da mesi si metastatizzava nella Giordania per scalzarne il sovrano. Il solito dilemma: o noi o loro, con un’unica opzione.
La tecnica utilizzata fu analoga a quella di Brežnev in Ucraina trent’anni prima: i cannoni dei carri armati ad “alzo zero”, cioè orizzontali, spararono sinché non rimase in piedi nulla, né pietre né umani né animali. 

La violenza e l’Occidente

LOccidente affrontò il VietNam e tutt’ora affronta i conflitti, accesi qui e là, piuttosto che col risolutivo scontro diretto, con l’alibi dell’escalation, che in altri termini vuol dire “violenza telegenica”. L’importanza della telegenia ai fini elettorali è il limite inconfessato delle democrazie davanti alla violenza e non solo a quella.
La violenza politicamente corretta si svela apparendo “inevitabile” e “proporzionata all’offesa”. Questo ha imposto sul campo di battaglia una sorta di codice di procedura penale, tale da battezzare le guerre “operazioni di polizia internazionale” che suona meglio di “guerra”, non vi pare? Se il nemico non si decide a fornire il pretesto per “operazioni di polizia internazionale”, magari si dà un aiutino con un’auto bomba, un attentatore suicida, un tiro di cecchini sulla folla, ovvero tutto quanto può suggerire, avendo il controllo dei quattro fattori di potenza operativa, di solito ponderati dai criminali prima del colpo: convenienza, volontà, opportunità e capacità. Insomma, fra politica internazionale e crimine internazionale non sempre si distinguono i confini.

I Romani, nostri padri, ci avevano abituati a un certo pragmatismo: la sicurezza nostra conta più di quella del nemico; il resto è conseguente.
La cultura protestante e puritana ha preteso di fissare delle regole che si deve fingere di rispettare; è un’idiozia, ma tutti fanno finta di crederci, da molto tempo, troppo.
Durante la “guerra fredda” si ricorse alle guerre “per conto terzi” per spostare i rapporti di forza e modificare il mercato dell’energia.
Israele era pienamente nel meccanismo per una quantità di motivi, primo fra i quali la dipendenza economica quasi totale dagli USA, almeno fino alla fine dell’Urss.
Quando Israele si è sottratta alla parte di cattivo che “fa le guerre per odio contro i Palestinesi”, sono intervenute l’«esportazione della democrazia» e le “primavere mussulmane”, propiziate “dietro le quinte” coi soldi, tanti, ovvero con forze speciali occidentali,  gli agenti segreti di varia caratura e gli “aiutini” di cui abbiamo detto prima. Per capirci, piazza Fontana e piazza della Loggia furono nella categoria “aiutini”. Anche noi abbiamo avuto le nostre primavere, rosso sangue.
La finzione della primavera al di là del Mediterraneo è durata poco: prima in Iraq, poi in Libia è stato evidente che senza il pretestuoso intervento occidentale, Saddam Hussein e il colonnello Gheddafi sarebbero stati ancora al potere e i loro popoli sarebbero prosperi e pacifici; insomma un pochino meglio di ora, non vi pare? Lo stesso giudizio vale per la Siria, a causa della quale è caduto ogni velo dalle finzioni puritane che volevano accreditare l’aggressione al legittimo regime di Assad, col pretesto della democrazia e, ancor peggio, dei crimini di guerra.
Caduta ogni illusione, la gabbia col povero Muath Kasasbeh e le sue urla strazianti testimoniano che l’Occidente non è più in grado di garantire il controllo della violenza o quanto meno un’accettabile convivenza con essa; è in progressivo pericolo la sicurezza di ogni cittadino dell’Occidente, degli Stati che lo compongono e dei loro alleati.  Abd Allah II, re di Giordania, lo ha capito ed è partito da solo, come fa un re vero. Prima della Giordania il quadro di situazione fu chiaro in Israele.
Sotto questo profilo va letta anche la crescente autonomia di Gerusalemme dagli USA, preferendo poggiarsi a Putin piuttosto che a Obama, cercando la sponda politica russa che in Ucraina, ancora una volta, affronta la necessità di “bonificare” senza inibizioni davanti alla guerra, se non quelle dettate dalla saggezza politica.

L’illusione della strategia indiretta

A lungo nelle scuole di guerra della NATO si ventilò la supremazia della strategia indiretta, chiamando in causa discutibili pseudo strateghi orientali e travisandone gli insegnamenti, illudendosi sulla loro fungibilità dal campo di battaglia al management di impresa. Un fatto curioso: i cinesi studiano i Romani e Machiavelli, nell’accademia di Modena si strogola di SunTzu.
Oggi constatiamo che nessun espediente ci affranca dalla violenza che si approssima.
I chierici della strategia indiretta, quando vollero modificare i rapporti di forza all’interno della compagine alleata, ricorsero al terrorismo, economico e politico, variamente etichettato, cui si giustappose, per un verso, la crescente importanza qualitativa e quantitativa delle forze di polizia e, per altro verso, la preminenza politica dei potentati finanziari, transfrontalieri e al di sopra di ogni controllo.
Fenomeno degenerativo della democrazia, patito soprattutto dall’Italia a partire dagli “anni di piombo”, il cui esame rende mano a mano più chiaro che furono soprattutto gli “anni della menzogna” e dello scontro sotterraneo.
Quella stagione ha disarmato – culturalmente prima che militarmente – l’Europa e più ancora l’Italia.
Nello stesso tempo, è rimasta la necessità di disporre della violenza.
Si è rimediato ricorrendo a entità “non militari” (terroristi, servizi d’ordine di partiti, agenti di varia legittimità, persino delinquenti, sotto l’etichetta “criminalità organizzata”).
Tale percorso oggi ha un punto d’arrivo provvisorio nei mercenari combattenti ribattezzati “contractors”, e in quelli pacifisti ribattezzati “cooperanti”, perché la semantica è reputata sufficiente a dare una vernice di legittimità. Se poi i conti non tornano, si finge un rapimento, si dichiara di aver pagato un pacco di milioni per liberare l’ostaggio, poi si spartisce la torta secondo fettine appropriate a ciascun partecipante, finti rapiti inclusi. Gli Usa non pagano i riscatti, si dice. È vero ci pensa un loro alleato tenendosi, neanche a dirlo, una tangente. Indovinate quale alleato?

La tortura torna dal Medio Evo

Non puoi gestire la violenza in questo modo se non educhi le coscienze occidentali alla banalizzazione proprio della violenza. Noi abbiamo imparato meglio degli altri. Muath Kasasbeh, pilota militare giordano è arso vivo? Noi parliamo di Sanremo e del gender. Scandalizzati? Dopo tutto non è peggio di Bergoglio che per gli scannati nella piana di Ninive, centomila o giù di lì, organizzò la “partita della pace”.
Al Palazzo serve soprattutto la confusione dei ruoli fra probi e reprobi, difensori della legge e delinquenti, fra giornalisti e delatori, fra intellettuali e cortigiani. Tutto quanto distrugga le categorie morali di giudizio va bene. Non serve solo la corruzione, come usualmente si crede, ma anche l’indifferenza stolida del popolo, per la conquista e il mantenimento del potere. In tale percorso è divenuta nuovamente indispensabile la tortura: sia perché il Palazzo odia il popolo (ma lo negherà strenuamente) e lo disprezza come i mujaheddin gli Specnaz; sia perché esso ha perso ogni categoria morale e di conserva la vanno perdendo anche i suoi commis, piccoli, medie e grandi. Non penserete mica che la corruzione sia l’unico sintomo di disgregamento. 
C’è ancora qualche sciocco che evoca l’Inquisizione per farne carico alla Chiesa, e non s’avvede di Guantanamo o Abu Graib, o delle gabbie ardenti.
Nessuno pensi che sia un caso la continua riproposizione nei serial televisivi[2] della “necessità” di torturare i terroristi per il superiore scopo di “salvare innocenti”.
Allo stesso modo gioca l’incessante legittimazione televisiva della preminenza delle forze di polizia. D’altronde bisogna aspettare ancora qualche anno e raggiungeremo, passo dopo passo, i livelli statunitensi: il ragazzo dodicenne steso sull’asfalto dalla 45 Magnum del poliziotto, come anticipò l’ispettore Callaghan[3].
Berlusconi, fra una seduta e l’altra dal restauratore, lamenta continuamente l’offesa all’immagine dell’Italia a causa della propaganda antimafia, dimenticando le serie innumerevoli e grottesche con improbabili poliziotti antimafia sulle sue reti televisive.
Una volta tanto però siamo in anticipo sugli USA. La tortura infatti è da tempo in primo piano nelle vicende giudiziarie italiane. Osserviamo questo titolo: «Padova, 28 gennaio 1982: i NOCS irrompono nella “prigione del popolo”, liberano il generale Dozier e arrestano cinque uomini delle Brigate Rosse. Il tutto in 90 secondi, senza sparare un colpo.»[4]
Sebbene non se ne faccia cenno, la tortura fu protagonista per la liberazione del generale James Lee Dozier e per le successive disfatte delle Brigate Rosse, come del resto si ammette in un documento della Rai.[5] Morto, anzi ucciso Dalla Chiesa, con le indagini ci si arrangiò.
I recenti scandali per le torture ad opera delle forze dell’ordine hanno radici ben più lontane di quanto si voglia ammettere. Se si rivangasse la storia del sanfedismo meridionale, a cavallo dell’Unità d’Italia, e quanto avvenuto in Sicilia e in Sardegna nel secondo dopoguerra, scopriremmo una radicata tradizione nazionale.

Violenza banalizzata

Se il Palazzo deve usare una violenza illegittima deve essere certo che i cittadini si girino dall’altra parte quando vi inciampano.
Un tempo la violenza era monopolio dei militari, questo tuttavia la rendeva indisponibile – come dire? – per gli usi di tutti i giorni. Se devi ammazzare un deputato che ti dà fastidio non puoi mica chiamare l’esercito. Affidi la questione a uno dei tuoi, nascosto nelle fognature dello Stato, ma questi infine deve dare il compito a un operativo, quello che spara. Assolderà un delinquente, comune o politico non importa. L’aspetto più importante è che il fatto compiuto sia percepito come “banale” e la gente alla notizia di una strage continui a guardarsi il festival di Sanremo, il suo presentatore sanguisuga e i suoi ospiti smutandati.
Limitiamoci a questo esempio per spiegare “perché” questo sia avvenuto; una maggiore precisione esigerebbe una risposta troppo complessa per questa sede. È più agevole invece spiegare “attraverso quali mezzi” la coscienza collettiva sia stata distorta in taluni casi, non solo dall’ispettore Callaghan.
Gli “spaghetti western” di Sergio Leone[6] coprono una lunga stagione: il primo, “Per un pugno di dollari” è del 1964, fino a “Giù la testa” (1971), muovono curiosamente su un duplice binario. Per un verso sdoganano culturalmente la violenza istrionica dell’eroe non militare, rendendo edibili le rivoltellate e la strage, per mano d’un eroe solitario non di rado in antitesi col soldato, il quale è scemo quando non criminale o almeno disonesto.
Per altro verso, questi film precedono con puntualità singolare l’insorgenza del terrorismo, i cui eroi ebbero buon gioco a mutare in tragedia i temi istrionici sdoganati dal regista “italo americano”, quel Sergio Leone che col capolavoro successivo, “C’era una volta il West”, offre legittimità morale e autogiustificazione al campesino che diventa yankee e poi uccide il cattivo; lo può uccide in quanto è yankee a sua volta .
Agli inizi degli anni ’90 giunge il più duro e concertato attacco, con mezzi di strategia indiretta, all’identità nazionale italiana: la crisi finanziaria e Tangentopoli sfigurano l’immagine italiana e sottomettono il paese.
Gabriele Salvadores in quei mesi vinse l’Oscar con“Mediterraneo”,  una pellicola men che mediocre che narra di soldati italiani cialtroni. Prima ancora avevano operato con “Il Padrino”, consacrando Italia=mafia, come d’altronde aveva già assicurato un libro di Claire Sterling.
Sergio Leone forse aveva intuito dove s’andava a parare e che cosa comportavano i suoi film precedenti. Nel 1984, il capolavoro “C’era una volta in America” offrì chiaroscuri di gran lunga più raffinati. Gli fu poi offerta la regia de “Il Padrino”, la rifiutò e questo gli fa onore.
Lasciamo stabilire ai sociologi che cosa abbia significato lo sdoganamento della violenza nello spettacolo e, allo stesso tempo, la propalazione della “non violenza” attraverso la politica, le istituzioni religiose e politiche italiane, ma non dimenticando quelle americane, come i Testimoni di Jehovah, visti con molto favore nelle cerchie anticattoliche americane.

La resa dei conti e il movente

Oggi siamo di fronte alla gabbia ardente di Muath Kasasbeh e non abbiamo risposte, se non comprendiamo che la “non violenza” unita al terrorismo – non disgiunti dall’affarismo delle cooperative rosse e cattoliche – sono un insieme strumentale ai fini del controllo politico culturale degli italiani, ma non ai fini della sicurezza comune e della sicurezza di ciascuno di noi.
Sappiamo, vediamo, ogni giorno di più ne siamo certi che la costruzione artefatta della nostra sicurezza sta crollando senza aiuti esterni; non è necessario attendere i boia dell’ISIS per sapere che il cittadino e la sua sicurezza non contano nulla per il Palazzo. Chi ha dubbi chieda a Ignazio Marino come ad Angelino Alfano. Neppure possiamo fare conto, come usava durante la guerra fredda, sull’improbabilità della guerra.
Un insegnante di tattica alla scuola di guerra dell’esercito a Civitavecchia ogni volta che pronunciava la parola “guerra” aggiungeva “speriamo che non scoppi mai” così dando un giudizio di prima mano su quanto andava insegnando, infatti prossimo al grottesco.
Negli anni ’70 udimmo più d’un alto ufficiale assicurare “tanto la guerra non scoppierà”, con questo giustificando l’impreparazione propria e quella che andava imponendo ai suoi ranghi.
La guerra in effetti non è scoppiata ma non certo perché il nemico fosse scoraggiato dall’operatività dei nostri reparti.
Più recentemente ha giocato la rassicurazione che sembrava venire dal largo uso di hitech, propagandato sulla tivvù sin dalla prima guerra del Golfo.
L’Afghanistan, più di tutti i precedenti teatri di guerra, è il laboratorio hitech che prepara il futuro. La gestione delle informazioni real time si riversa su tutta la catena decisionale e operativa, dall’ultimo soldato sul campo fino alla Casa Bianca, attraverso l’occhio a nove pupille, Gorgon Stare, telecamere ad altissima definizione, montate su drone.
Se ne giova davvero l’ultimo soldato di Gorgon Stare, la nipotina hitech della mitologica Gorgona, quella che paralizzava i nemici. I robot sparano a terra sui bersagli visti dalla Gorgona dall’alto, ripuliscono il terreno mentre il soldato se ne sta accucciato dietro l’angolo e magari telefona alla ragazza. La guerra è dunque diventata bella e facile?
Chiedetelo a Muath Kasasbeh. Oppure chiedetelo alle decine di migliaia di vittime innocenti dei drone, quelli che non si limitano a osservare come Gorgon Stare, ma vi tirano un missile ad altissima precisione, neanche a dirlo, chirurgica.
Decine di migliaia le vittime innocenti della precisione chirurgica. Se fossero state informate – qui è il punto – avrebbero preferito la bomba nucleare. La deterrenza nucleare ha infatti il presupposto infatti che tutte le parti in causa sono mutuamente vulnerabili. Tu lanci una bomba a me io ne lancio dieci a te. Così finiamo per decidere che è meglio dialogare. Il sistema ha retto per mezzo secolo; non è poco.
Oggi con l’hitech ti sparano a man salva da 20mila metri e ti domandi qual è la differenza fra la saetta dal cielo e il colpo di lupara sparato a tradimento da dietro un muretto. Te lo domandi, se fai in tempo.
Io ti sparo su un’auto nelle strade di Islamabad, col mio joystick mentre sono a Tampa, in Florida, e intanto mi sbevazzo un single malt. Che cosa puoi farmi? Marameo…
Annullato il rischio di ritorsione, la forza perde il salutare meccanismo di autolimitazione, piuttosto il criminale militare è incoraggiato a usare le saette in forma indiscriminata. Clausewitz ammutolisce e poi s’incazza: e che ho lavorato a fare sul mio capolavoro, “Della Guerra”? Uno come Matteo Renzi gli risponderebbe:«Tranquillo Klaus, abbiamo costituito sin dal luglio 1998 la Corte Penale Internazionale per reprimere i crimini di guerra.»
Quante sentenze dal 1998 a oggi?… Una.
Quante? Una… hai capito benissimo.
Tutto questo allora giustifica l’orrenda fine di Muath Kasasbeh?

No, assolutamente no. Fornisce tuttavia un movente a chi l’ha inzuppato di benzina e gli ha dato fuoco. Il movente dell’assassino non è una giustificazione al delitto, però gli conferisce razionalità, piaccia o meno.
Noi dovremmo smontarli quei moventi, in nome della civiltà. Da un canto, tuttavia facciamo pessimo uso della forza militare e para militare. D’altro canto, gli onorevoli in parlamento e le varie signore della politica si sono rincitrulliti di film, serie televisive ed equiparazione acritica d’ogni violenza oppure sono imbevuti d’antropologia relativista, quelli che “sono tutte civiltà”. D’altronde, chi siamo noi per giudicare?
Chi attribuisce a Bergoglio qualità profetiche per aver parlato di “terza guerra mondiale”, è francamente scemo e neppure sa che cosa sia la guerra.
Basti ascoltare il filmato che riproponiamo qui accanto e, se si vuole, quanto pubblicammo [clicca qui] quando sorvolò giulivamente la piana di Ninive, per capire che siamo di fronte a un inconsapevole delle sue responsabilità, uno che prima di Charlie Hebdo aveva capito poco, ma ancor meno dopo.
In quanto ai leader politici è peggio, inutile infierire. 

Di nuovo il servizio di leva?

Nel frattempo si rifà vivo un manipolo di generali che si distinsero anche per l’incapacità di dire no ai politici quando vollero abolire il servizio di leva e, ancora prima, avevano spacciato per “operatività” la generosa disponibilità del soldato italiano a obbedire agli ordini, anche i più idioti.
Si avvicina la guerra e i figli di quei generali, divenuti comodamente ufficiali a loro volta, fronteggiano dei soldati professionisti con esperienza decennale della guerra, pardon… delle operazioni di pace, ai quali è difficile raccontare stupidaggini come facevano i loro padri con la naja. I vecchi soldati sono a pieno titolo una gerarchia parallela, difficile da governare se non si possiede davvero attitudine al comando.
Che fanno quei generali? Propongono di ricominciare col servizio di leva. Sì, va bene, ma dopo aver cacciato i loro figli dall’esercito.
Il fatto è che il popolo non può essere armato, non può esserlo più perché la credibilità di questa classe politica vale meno della coulotte di Maria Antonietta e un esercito di popolo può diventare molto pericoloso.
Comunque teniamo lontani i nostri ragazzi dalle caserme finché la situazione non sarà più chiara, ammesso che, di questo passo, non li si debba allontanare anche da piazza San Pietro.

Dio benedica Muath Kasasbeh

Non c’è stato alcuno che abbia sussurrato “siamo tutti Muath Kasasbeh”. Una formula di solidarietà d’altronde resa stucchevole per quanto occorso al vernacoliere parigino, ammutolitosi con le raffiche, esattamente come scrivemmo: “Charlie Ebdo non oserà più scrivere «Il Corano è merda». Il loro dopo tutto non era un alto esercizio morale per il quale si è disposti a morire, come i martiri per la propria fede.” Proprio come avevamo previsto. Questo Occidente dal gender incerto, è in grado tutt’al più di esportare volontari per l’ISIS e ragazzotte di incerti costumi. Quando arriverà il momento, sarà difeso da altri Muath Kasasbeh; come già accade, saranno mussulmani, cristiani, copti, ebrei, yazidi, peshmerga… tutti da un altrove più decente del nostro. 

 

[2] Vds. le serie NCIS, NCIS Los Angeles, Law & Order, The Blacklist, Homeland, ecc.

[3] Noi italiani abbiamo una fortuna unica, i Carabinieri, la cui esistenza ci ha evitato la discesa verso la barbarie. Mi fermo qui prima che un prof sciocco mi investa con i consueti improperi.

[4] http://xoomer.virgilio.it/edalmagg/NocsOperazioneDozier.htm

[5] http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/il-sequestro-dozier/568/default.aspx

[6] Per un pugno di dollari (1964), Per qualche dollaro in più (1965), Il buono, il brutto, il cattivo (1966), sono la cosiddetta “trilogia del dollaro”; C’era una volta il West (1967); Giù la testa (1971) C’era una volta in America (1984).

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante della carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.
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4 risposte a Muath Kasasbeh, lo siamo tutti ma…

  1. Fedro scrive:

    Un articolo formidabile che coglie nel segno. Corrotti dal potere oscuro del ’68 gli occidentali non possono più combattere. Perché combattere presuppone una fede. Che loro si sono fatti togliere. Non così i Russi. Che questa volta ri-civilizzeranno tanto Roma, ormai apostata. Che le stesse Americhe. Cacciandovi a Sud e a Nord quello che questo geniale articolo chiamo spirito puritano.

  2. Francesco scrive:

    Forse non condivido alcune valutazioni (forse perchè non voglio chiudermi alla speranza), ma debbo accantonare ogni riserva di fronte alla forza con la quale Lei ha espresso concetti vitali per l’intera civiltà.
    Grazie.

  3. Francesco Gardini scrive:

    L’occidente li ha aizzati e armati. L’Amerika sta mettendo a ferro e fuoco il mondo islamico da molti decenni.
    Vuoi che proprio nessuno se la prenda e che l’odio non monti? Questi barbari non sono però tanto più barbari degli americani. Loro sfruttano questi atti allucinanti per affrontare l’occidente, ma l’occidente ha compiuto per decenni e continua a compiere atti della stessa crudeltà su più grande scala e nell’ombra.
    Ovviamente questa è ormai gente da sterminare ma forse queste carogne stanno utilizzando l’unico mezzo che hanno, barbaro e disumano, per aggredire l’occidente contro il quale non possono certo lanciare droni, bombardamenti e guerre economiche.
    La pubblicità su internet non costa nulla e queste luride carogne create dalle “politiche estere” degli USA la utilizzano.
    Chi semina vento raccoglie tempesta, chi semina odio raccoglie terrore….

  4. Enrico Ceotto scrive:

    Articolo molto realista. I crimini più orrendi fanno parte della natura umana e sono sempre stati commessi in tutte le guerre, non sono certo una prerogativa dei miliziani islamici. La novità del nostro secolo, giustamente denominato come “era della comunicazione” è che, utilizzando le moderne tecnologie, questi crimini possono facilmente diventare di dominio pubblico in tutto il pianeta. Alle nostre civiltà occidentali fa comodo definirli come “barbarie di pochi terroristi” ma in realtà ardere vivi i nemici, oppure gli “eretici” è un costume che ha lunghe tradizioni storiche, come lo stesso Papa Bergoglio dovrebbe ben sapere.

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