“Non ci ho visto più” Campionato mondiale d’un povero cristo

palloneCampionato mondiale di calcio. “Non ci ho visto più”, specchio d’una amara realtà.

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NON CI HO VISTO PIU’

Fatto un cenno al brigadiere, acceso il registratore, il magistrato si rivolse all’uomo sedutogli di fronte:«Allora, dica come sono andati i fatti. Ah no, prima dica nome cognome, data di nascita, professione… ha con sé il tesserino col codice fiscale? Bene, lo dia al brigadiere».

«Sono Gatto Alfonso, di anni 44, nato a Scurcola il 17 febbraio 1971, professore di scuola media…insegno italiano…»

«Insegnante? Abbiamo capito bene? Dove risiede?»

«Sì insegnante, signor giudice, e risiedo con mio padre a Scurcola, via Roma 24, palazzina A, interno 17» la voce adesso tremolava appena un po’ meno.

«Bene, racconti i fatti…»

«Signor giudice, non è facile…» Alfonso s’aggrappò alla scrivania come se la sedia sfuggisse di sotto:«Per meglio dire, ricordo quel che ho fatto, ma non sono certo di poter ricostruire il filo dei discorsi, le parole che furono dette. Le parole sono importanti, signor giudice, perché altrimenti forse le mie reazioni sarebbero state differenti. Io non ho mai, mai, mi intende? Mai avuto a che fare con la giustizia. Sono qui perché non ho potuto fare a meno di comportarmi a quel modo e forse anche lei…»

«Lasci perdere quello che avrei fatto io. Insomma, non divaghi; dica come sono andate le cose, senza inutili fronzoli».

Alfonso deglutì, sospirò e si fece forza: «Quando ho portato mio padre all’ospedale erano circa le cinque, forse le cinque e mezza, insomma era pomeriggio inoltrato. Un’ora prima mio padre aveva cominciato a sentire un forte dolore alla caviglia; l’avevano ingessata il giorno precedente. In meno di un’ora il  dolore è divenuto insopportabile e i lamenti straziavano. Ho deciso di portarlo in ospedale. In cuor mio ringraziavo il cielo che quella sera vi fosse la partita della nazionale; il traffico era quasi zero e in dieci minuti ero al pronto soccorso. Non c’era nessuno quando siamo arrivati. Temevo di fare la fila, invece non c’era nessuno, neppure i medici e gli infermieri».

«Gatto, è proprio sicuro che non c’era nessuno?»

«Signor giudice, non c’era nessuno nella sala d’aspetto e non c’era nessuno nella prima stanza cui si poteva accedere dall’attesa. Lo so per certo perché prima ho bussato. Sulla porta c’era scritto “È tassativamente vietato entrare senza bussare. Attendere che diciamo AVANTI!” Era scritto maiuscolo e col punto esclamativo. Ho bussato, non ha risposto nessuno. Ho ribussato – mio padre intanto si lamentava forte – ho ribussato ancora. Non lo so quanto ho aspettato, poi ho socchiuso la porta, infine l’ho spalancata: “C’è nessuno?” ho chiesto e nessuno mi ha risposto».

«Sì, abbiamo capito, Gatto: suo padre stava male, lei lo ha portato al pronto soccorso e lì non c’era chi doveva curarlo. È così? A me interessa capire che cosa ha fatto dopo. Andiamo avanti.»

«Scusi dottore» l’avvocato flautò «proporrei di farlo andare fino in fondo col racconto, che mi sembra molto significativo».

«Come condurre l’interrogatorio e che cosa chiedere, avvocato, lo decido io» e rivoltosi ad Alfonso, lo incitò burbero:«Ha capito?…Continui ma non disperdiamoci».

«Disperdiamoci?» Alfonso sgomentò in silenzio «Che cosa vuol dire? Che sto parlando a vanvera?» Dissimulò l’angoscia e riprese:«Mentre stavo così, in attesa che qualcuno rispondesse, non sapevo che fare e mio padre si lamentava alle mie spalle. Il telefono ha preso a squillare. Stavo per richiudere la porta, mi sono arrestato, ho atteso; ho pensato che il trillo avrebbe attirato l’attenzione di qualcuno fra quanti cercavo, più efficacemente di quanto aveva potuto la mia voce; forse erano al di là di un’altra porta che non m’azzardavo ad aprire perché era scritto: “È rigorosamente vietato disturbare. È rigorosamente vietato l’ingresso agli estranei”. E io ero estraneo e non volevo disturbare.»

«Va bene, va bene» il giudice s’impazientì «Andiamo ai fatti, suvvia.» L’avvocato stava per aprir bocca e il giudice lo zittì:«Avvocato, l’accusa non è mica d’aver aperto una porta interdetta! Che diamine!».

L’avvocato assentì mentre il suo pugno, nascosto dalla scrivania, s’apriva e chiudeva rapido, a sollecitare Alfonso in silenzio:”Stringiamo il discorso sennò questo s’indispone”, mentre egli si rivolgeva al giudice: «Signor giudice, è importante anche questo, perché quanto è accaduto dopo è concatenato coi fatti precedenti».

«Va bene, va bene, però facciamo presto. Brigadiere, lei sta registrando tutto? Bene, prenda anche qualche appunto così siamo più sicuri; l’ultima volta questo registratore ha fatto cilecca. Tutto ok? Bene, perfetto… Dopo sintetizziamo e, mi raccomando, non fatemi aspettare troppo per il verbale» guardò l’orologio, poi l’avvocato che tirò un sospiro. Infine interrogò con lo sguardo il brigadiere; quello guardò l’orologio e poi disse a mezza bocca due parole apparentemente senza senso: «Centocinquanta primi.»

«Forza, andiamo avanti» esortò il giudice «entro un’ora devo andare via».

Alfonso non si fece pregare: «Insomma, mentre ero lì e il telefono squillava, sento un urlo di tante persone, tante, come fossero lontane. Non capivo, ho prestato orecchio, mentre il coro si ripeteva “gool – gooool” e mi sono ricordato della partita. Ho capito e ho aperto la porta, sì, quella rigorosamente vietata, e infatti, mentre le urla esplodevano, erano tutti lì, medici e infermieri che esultavano per la rete della nazionale. Scusate, ho detto, squilla il telefono».

«Il telefono? Ma non gli ha detto di suo padre?»

«Mi sembrava meglio non dire subito di mio padre. Squilla il telefono, ho ripetuto. Quelli niente, neppure si son voltati. Ed io, dopo tre o quattro volte che ripetevo “il telefono suona”, intanto il telefono aveva smesso, infine ho urlato:”Mio padre sta male!”. Finalmente si voltano e mi guardano come un’apparizione. Uno di essi si rinfila gli zoccoli e viene verso di me:“Dica!”»

Alfonso s’interruppe, si schiarì la voce:«Mi disse proprio così: “Dica!”. E che devo dire? Mio padre sta male. Lo ripetetti almeno tre volte. Gli altri non s’erano neppure girati e quello era seccato. Guardò mio padre senza avvicinarsi e gli intimò “Stenditi là”, indicando una lettiga e a me ingiunse d’aspettare fuori. Obbedii a malincuore. La porta fu richiusa. E io pensavo che stavano accanto a mio padre, lo soccorrevano; poi mi veniva il dubbio: è tornato davanti al televisore e non ha fatto nulla? Il tempo passò, non so quanto tempo, infine mio padre venne condotto fuori. Gli avevano tolto il gesso, liberando la caviglia, gonfia e nera».

«Va bene, va bene, Gatto, lei sta disperdendosi! Avvocato, spieghi al suo cliente che deve essere concreto! Qui stiamo partendo ab ovo! Ab ovo !» il giudice oscillò le mani giunte. L’avvocato d’ufficio tacque e sospirò, a intendere che stavano sulla stessa croce.

«Ma signor giudice, quando mio padre l’hanno portato in reparto, voglio dire, stava ancora male e poco avevano fatto per farlo star meglio a parte aver tolto il gesso. Mi dissero:”Adesso lo lasci qua e domani faremo le analisi”. Come domani? Sta male, adesso, anzi malissimo; voi volete lasciarlo qua? Che vuol dire? E quelli niente, si voltano e se ne vanno. Lo lasciano lì, sulla lettiga in mezzo al corridoio. Ma come lo lasciate qua? In mezzo al corridoio? Non c’è un letto? Domandavo. Neanche si fermarono per rispondermi. Senza voltarsi, uno dice che a quell’ora non è possibile un’altra sistemazione. Insomma, io rimango con mio padre che sta male, si lamenta, ha sete. Vado a cercare l’acqua, la bottiglia di minerale che avevo portato era ormai vuota. Apro una porta, in cerca d’una macchina di distribuzione, la trovo, è guasta. Ho con me la bottiglia portata da casa. Cerco un bagno, un rubinetto per riempirla. Apro un’altra porta, forse un’altra ancora e trovo una camera vuota, cioè con due letti e vuoti. Corro a cercare l’infermiere perché mi aiuti a spostare mio padre in uno di quei letti. Ritorno dov’ero entrato prima, non so come, vi arrivo subito; non mi faccio fermare dai divieti affissi sulla porta, la spalanco: tutti ancora lì, guardano la partita. Mi metto davanti a quello con cui avevo parlato prima. Non mi guarda. Gli spiego d’aver trovato due letti vuoti e quello senza distogliere gli occhi dallo schermo:”Non posso, sono solo”. Come solo? Siete almeno in dieci. “Sono solo io di turno” dice seccato “e devo aspettare un altro”. Allora mi offro d’aiutarlo e lui “Daje, nunn è possibbile”, dice proprio così. Io insisto e quello urla:’Nun se pooo’! Non m’hai da rompe li cojoniiii!”»

Alfonso s’arrestò un istante per sospirare:«Che ne so che cosa m’è preso? Signor giudice, non ci ho visto più! Avevo la bottiglia in mano e l’ho colpito sulla testa, sicuramente. Ma dire che lo ricordo, mentirei perché… certo quello lì era a terra, urlava … Poi ricordo solo d’essere scappato. Avevo con me la bottiglia; l’ho tenuta perché poteva essere utile per mio padre.»

«Come può vedere, signor giudice, non c’è premeditazione e c’è la provocazione, direi anche grave» L’avvocato cercò un improbabile tono perentorio.

«Eh no, dal rapporto di polizia risulta un accanimento. Non uno, ma due episodi, e il secondo è quello più grave, con una ferita lacerata!».

«Signor giudice, mi lasci spiegare, io sono scappato, ero spaventato. Ho vagato tutta la notte. Volevo costituirmi, ma pensavo a mio padre che ha solo me e non sapevo che fare. Volevo almeno salutarlo. Ho aspettato l’ora del cambio del personale e dopo le sei sono tornato in ospedale per salutare mio padre, portargli un po’ di biancheria, recargli l’acqua e dirgli che per qualche giorno non ci saremmo visti. Poi mi sarei costituito. Ho pensato che nessuno mi conoscesse in ospedale e così è stato. Sono arrivato da mio padre senz’essere fermato da nessuno».

«E che cosa è successo dopo?» la voce del giudice aveva perso l’impazienza precedente.

«Mio padre stava peggio e l’avevano lasciato sulla lettiga nel corridoio. Io a quell’altro, quello che avevo colpito, neanche ci pensavo più, pensavo solo a mio padre che si lamentava, aveva sete, sono andato a cercargli l’acqua. Ho sbagliato di nuovo porta e sono entrato nella stanza, quella vuota la sera prima, quella dove m’aveva detto che era impossibile sistemare mio padre. In uno dei letti c’era lui, l’infermiere, con la testa fasciata, dormiva placido. Mio padre era in mezzo al corridoio, sulla lettiga da quattordici ore. S’era urinato addosso, piangeva…un vecchio… mio padre piangeva… non ci ho visto più.»

Dall’interfono, la segretaria avvertì:«Dottore, fra un’ora la partita con l’Uruguay.»

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante della carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.
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3 risposte a “Non ci ho visto più” Campionato mondiale d’un povero cristo

  1. Stefano scrive:

    la sanità è in relativo e forse anche in assoluto la più grande “fabbrica”di sprechi d’Italia;se venisse appaltata con criteri di trasparenza ed efficienza migliorerebbe molto,.
    e nella giustizia vedrei con favore una specie di TAR con giudici eletti..anche se non so come è finita la storia dalle esperienze(poche)avute sono pessimista

  2. oscar scrive:

    Purtroppo non è una roba da ridere.
    Il regresso di un popolo di una nazione è un processo che viene da lontano e va ancora più lontano. Fino alla disgregazione totale. Ci possiamo consolare solo sapendo che per cento casi veri come quello da te raccontato, ce ne sono una decina che narrano di sacrificio, dedizione al dovere, senso dell’umanità, dignità … e altre parole simili e desuete. La prossima volta, se ti capita, narraci di questi. tanto per tenerci su.

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