Marco Bertolini: vigore alla sovranità nazionale

fotoMarco Bertolini, paracadutista, Generale di Corpo d’Armata lascia il servizio attivo. Questo è il suo discorso di commiato. Lo ha concluso col segno della Croce.

Concludo in questi giorni otto anni e mezzo di comando interforze, iniziati quando nel 2004 mi venne concesso il privilegio di essere il primo Comandante del COFS (Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali), uno strumento che ci rende oggi titolari di nuove capacità che sono sotto gli occhi di tutti coloro che vogliano guardare.
Ma oggi è del COI (Comando Operativo di vertice Interforze) e a voi del COI che voglio parlare e degli intensi 4 anni e mezzo che con voi vi ho trascorso.

Penso alle mille pianificazioni sull’Afghanistan, una terra nella quale l’Italia non è un dettaglio grazie al prolungato impiego delle nostre unità al fianco del Governo afghano, impegnato in una dura guerra contro un nemico non ancora sconfitto ed anzi oggi presente, sotto altre forme, fino in Nord Africa e nel Vicino Oriente, dove continuiamo a svolgere (in Libano, Irak e Kuwait) attività fondamentali per i nostri interessi e la nostra dignità nazionale.

Marco Bertolini nelle principali operazioni delle Forze Armate
settembre 1982- giugno 1983, Libano, Capitano, comandante della Compagnia Incursori
dicembre1992- giugno1993, Somalia, Tenente Colonnello, comandante della Base operativa Incursori

giugno 1996-aprile 1997, Bosnia Erzegovina, Tenente Colonnello, Capo di Stato Maggiore della Brigata Multinazionale Nord
dicembre 1998-aprile 1999, FYROM, Colonnello, Capo di Stato Maggiore della ”Extraction Force” della NATO
giugno 2003-settembre 2003, Afghanistan, Generale di Brigata, Comandante del Contingente italiano nell’Operazione Nibbio
dicembre 2008-ottobre 2009, Afghanistan, Generale di Divisione, Capo di Stato Maggiore di ISAF

Penso alle missioni negli angoli più delicati del nostro spicchio di mondo, come nella RCA, nel Mali, a Gibuti e nell’indimenticabile e sfortunatissima Somalia, un Paese che continua a guardare con grande fiducia all’Italia. Evidentemente l’Italia che era laggiù fino alla prima metà del secolo scorso ha lasciato un ricordo tutt’altro che negativo.
Penso alla perdurante attività di nostre unità in aree critiche come i Balcani, resi instabili da una parcellizzazione che li espone ora a minacce difficili come quella dei foreign fighters e penose come quella della migrazione dalla penisola anatolica; e a proposito di migrazione penso allo sforzo prodotto per l’operazione EUNAVFOR MED alla quale il COI assicura le risorse umane ed info-infrastrutturali fondamentali della componente di Comando e controllo a livello strategico.
Non posso dimenticare, inoltre, gli eventi drammatici che in quei contesti hanno portato alla morte o al ferimento di molti nostri soldati (e per rimanere tra i soldati, permettetemi di ricordare il Gen. Calligaris caduto mentre addestrava giovani piloti a compiere quello che viene spesso loro richiesto in operazioni).
Abbiamo percorso molta strada insieme, pianificando e ripianificando, organizzando e riorganizzando, dando ordini e contrordini, cercando sempre di smarcarci dal ruolo di meri produttori di carte scritte e sforzandoci di fare il meglio e il giusto per le nostre unità in operazioni.
logo COIAbbiamo inoltre trasformato radicalmente il COI per adeguarlo al nuovo ritmo operativo e siamo certi che, per quanto non compiutamente percepita dall’esterno, questa trasformazione consegni all’Italia uno strumento di Comando e Controllo interforze vero, qualcosa di molto diverso da una pur importante appendice dello SMD, periferica ed inesauribile produttrice di schede ed appunti. Voi sapete di cosa sto parlando!
Consapevole dei miei personali limiti, vi confesso di essere spesso rimasto ammirato dalla vostra tempra di ottimi incassatori e da quello che sapete fare. Siete veramente bravi!
Ma il COI è uno strumento sul quale si deve investire ancora se si vuol governare un futuro che sarà sempre più complesso, come emerge chiaramente dalle cronache tragiche che ci travolgono quotidianamente dagli schermi dei nostri televisori.
Sarà, infatti, un futuro nel quale la storia sarà tornata in movimento e che non ci vedrà semplicemente minacciati da qualche organizzazione malavitosa, una di quelle che piacciono così tanto al nostro pubblico, evidentemente convinto da qualche bugiardo che non ci vuole bene, in Italia e all’estero, che si tratta di una nostra caratteristica sociale, genetica, da sbandierare con masochistica fierezza, come i moncherini del mendicante, e da fronteggiare semplicemente con qualche altro tomo di buone leggi e con una adeguata disponibilità di tutori delle stesse; e da celebrare con una bella fiction e con qualche succoso approfondimento da talk show.

Old soldiers never die, they just fade away / i vecchi soldati non muoiono mai, svaniscono lentamente (D. MacArthur)

Al contrario, si affaccia un’epoca nella quale dovremo tornare a guardare il mondo che rotola fuori dai confini di casa nostra con meno spocchia e maggiore rispetto, chiedendoci seriamente quale ruolo possiamo e dobbiamo avere là fuori.
Chissà che questo tuffo nella vera realtà non contribuisca a dare vigore alla nostra autostima, restituendo onore a quella forma di libertà, la sovranità nazionale, che è la ragione vera del nostro giuramento e della quale i Soldati sono da sempre i sommi sacerdoti. Chi li ignora, li disprezza o li combatte non lo fa a caso: sa benissimo a cosa fanno scudo!
Per questo, voglio esprimere tutta la mia sincera ammirazione ai giovani che hanno scelto la nostra impegnativa strada, perché so che a loro toccheranno prove che a quelli della mia generazione sono state risparmiate; …e questo, inoltre, senza poter neppure lucrare quell’affetto che una fetta della nostra società molto ben rappresentata ai piani alti parrebbe riservare solo agli illuminati sbriciolatori di Madonnine, agli indignados anti-tutto, ai non-violenti pestatori di poliziotti e ai mai sazi inventori di nuovi incredibili diritti. 
Per quel che vi riguarda, marcate la differenza! Abbracciate ancor più forte i vostri doveri e lasciateglielo pure il loro affetto!
Ma oggi concludo anche il mio servizio attivo, e quindi spero che mi perdonerete se azzardo un brevissimo bilancio personale.
L’Italia alla quale volevo dedicare i miei entusiasmi, all’ingresso in Accademia 44 anni fa, era ormai diventata moderna, democratica, non violenta, moderata e solidale (ora è anche vegana).
Innamorata del presente, in trepida attesa del futuro e dimentica del passato, a farsi difendere non ci pensava proprio, visto che le avevano detto che era iniziata un’epoca di peace and love forever grazie a qualche tratto di autorevole penna che relegava le Forze Armate al ruolo di fastidiosa ed inutile necessità, resa obbligatoria solo dalla logica delle alleanze.
Ciononostante, non mi fu troppo difficile conferire un senso profondo alla mia vita di giovane soldato di mestiere investendomi almeno dell’ingenuo compito di affermare e difendere un’orgogliosa diversità rispetto al resto del mondo. Era una diversità di lingua, la più bella, di arte, la più luminosa, di religione, la più vera, di storia, la più nobile, e di famiglia, la più sana, solida e prolifica.
Temo che da allora sia cambiato qualcosa.
In ragione di questa autoinvestitura, in ogni caso, sono sempre stato più che appagato della mia scelta di vita. Grazie al mio “lavoro”, infatti, non ho mai avuto difficoltà ad individuare robuste tracce di quella che doveva essere la vecchia educazione, anche la vecchia grandezza, nel comportamento sobrio, umano, disciplinato e coraggioso dei nostri soldati, benché spesso occultato dietro un velo di troppi appellativi ed acronimi stranieri, di troppe gestualità e sonorità rock, pop, rap, di troppi berrettini e civetterie da contractor. Insomma, resto convinto che sotto una fastidiosa patina di provinciale esterofilia continuino in essi a pulsare i soldati italiani di sempre, espressione virile di un paese che può, solo grazie a loro, considerarsi Patria.
Non è quindi per un rituale artifizio retorico da praticare almeno una volta in occasioni come questa, che concludo dicendomi in debito con le Forze Armate, capaci di riempire la mia vita come nessun’altra istituzione avrebbe potuto fare.

L’hanno riempita, fin dal mio lontano “tenentato” al Col Moschin, iniziandomi alla ricerca ostinata – spesso coronata da successo – di modi sempre più innovativi ed entusiasmanti per rompermi l’osso del collo, in buona compagnia ovviamente.
L’hanno riempita facendomi essere della Folgore, una magnifica realtà costantemente impegnata per l’Italia e impregnata di Italia che, proprio per questo, può da sempre vantare il sordo rancore di chi, nel nostro paese, non potrà mai smettere di odiare quello che essa rappresenta. E’ anche storia di questi giorni.
L’hanno riempita, infine, lasciandomi coltivare un ostinato orgoglio di soldato italiano, italiano tutt’altro che pentito, quando correttezza politica non avrebbe potuto tollerare altro che l’invidiuzza rassegnata di un moderno ed evoluto marmittoncello da discoteca, entusiasta della sua ovvia e globalizzata subordinazione ai nazionalismi altrui.
Concludo il mio servizio attivo, quindi, ma non il Bonum Certamen al quale sono stato avviato dai miei genitori e dai racconti di mio padre, maestro elementare e soprattutto orgoglioso folgorino in AS e “non collaboratore” a lungo ingabbiato al “305”, il durissimo campo di concentramento inglese in Egitto.
Orfano di guerra della 1^GM, all’atto del secondo conflitto mondiale si era arruolato volontario, sull’esempio del padre contadino di Quattro Castella che vent’anni prima, con quattro figli all’attivo e uno, lui, in arrivo, non si era sottratto al richiamo che l’avrebbe portato alla morte.
Che forza seduttiva aveva l’Italia su quelle anime semplici! Riflettiamo, quando siamo tentati di vituperarla a causa della sua spesso disarmante rappresentazione odierna.
Ringrazio quei miei Comandanti che, con la forza del loro esempio e dei loro cazziatoni, mi hanno fatto andare quando volevo stare e stare quando volevo andare: hanno avuto ragione. Soprattutto, ringrazio i paracadutisti, gli arditi, i soldati di tutte le Forze Armate che hanno dato gambe alla marcia della mia vita.
All’Amm.Cavo Dragone, nei cui confronti comincio a nutrire sentimenti di amichevole e sincera invidia nel saperlo meritevole destinatario da oggi dello stesso orgoglio che fino a poche ore fa sentivo mio, auguro ogni fortuna, nella certezza che il suo periodo alla vostra testa sarà “grande”.
Infine, ringrazio la mia famiglia e soprattutto la mia metà, mia moglie Caterina, per il supporto, spesso rassegnato, che mi ha assicurato in questi decenni. Sta a me, da adesso, fare in modo che l’estraneo che nei giorni a venire sorprenderete a notte fonda in pigiama intento a saccheggiarvi il frigorifero sappia meritare qualcosa di più della vostra imbarazzata sopportazione.

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante della carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.
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12 risposte a Marco Bertolini: vigore alla sovranità nazionale

  1. Stefano scrive:

    Forse il Gen. Bertolini potrebbe fare qualcosa per l’Italia, ormai alla deriva, anche dopo i 44 anni di servizio attivo.
    Se non scendono in campo persone come lui siamo davvero perduti. Dio salvi l’Italia e speriamo che ci faccia dono di un vero Capo del Governo con poteri straordinari.

  2. Gen. C. A. Maurizio Cicolin scrive:

    Bravissimo Bertolini! Ill suo discorso di commiato mi ha profondamente commosso e lo condivido parola per parola. Ho avuto la fortuna di conoscerlo da vicino e forse lui ricorderà quando è venuto in Bosnia con me in ricognizione preventiva a premessa dell’afflusso della “Folgore” in Teatro operativo.Spero che oggi la Forza Armata possa contare su tanti Bertolini!
    Ma grazie anche a La Porta che mi ha inviato questo discorso che altrimenti non avrei letto!

  3. Pierpaolo Piras scrive:

    È sempre un piacere sentire un signore di vecchio stampo come il Gen. Bertolini che parla di onore, sacrificio, patria, ecc ecc .
    Non è obbligatorio ottenere “alti” incarichi ( leggi boiardi di Stato!) che diano chissà quale valore aggiunto.
    Si può ugualmente vivere degnamente magari dedicandola alla propria famiglia così tanto trascurata in nome della “carriera”.
    Tantissimi italiani , più umili, che non sono né Generali ne Direttori di chissacche , si ritirano in pensione credendo con uguale cuore e ragione a quei valori fondanti di ogni nazione che si rispetti,
    In riferimento all ‘Arma dei Carabinieri , un poeta li descriveva “fulgidi ignoti eroi”.
    Ignoti, è vero , ma non meno fulgidi….!!!!!

  4. Franzo Bruno Statella di Spaccaforno scrive:

    Grazie Generale Bartolini per il Suo nobile commiato.In un Paese che sta perdendeno il senso della propria identià nazionale,in cui parole come onore,sacrificio,servizio a favore della comunità,vera e disinteressata attenzione ai più deboli è divenuto escusivamente motivo di salphie e messagini,leggere,Signor Generale le Sue parole restiuisce speranza e dignità a chi pensa che si sia esaurita.Grazie a Piero per averci permesso di leggere queste parole del Gen Bartolini con il sincero augurio che ancorchè meno noti alle cronache ci siano ancora nel nostro Paese tanti uomini di buona volontà.

  5. Alessandro Gentili scrive:

    Una cosa è certa, talune categorie che lasciano la professione per abbracciare la politica hanno successo, altre -come i militari- fanno sempre fiaschi clamorosi.
    Esemplifico, i magistrati sono bravissimi; sono arrivati a fondare partiti, a fare il presidente della Camera, del Senato e volevano fare pure il presidente della Repubblica. Solo Antonio Ingroia non c’è riuscito: ma questo non è un punto a suo vantaggio. Eppure gli abbiamo consentito di fare per molti anni cose gravissime, ad un maoista , intellettualmente peraltro modesto. Meno male che si è levato dai c. da solo; se aspettavamo il CSM potevamo fare i vermi . . .
    I militari no; in politica sono sempre stati un disastro, tranne uno che però a differenza degli altri, tutti Ufficiali, veniva “dal basso” e che a detta di chi lo conosceva non capiva un cazzo né sapeva fare una O con il bicchiere. Eletto per sbaglio, subentrando a qualcuno che non ricordo se fosse morto o altro, è stato rieletto più volte ed ha conseguito diversi successi. Cose da non credere!
    Considerazione finale: il militare vero, di rango, non potrà mai contaminarsi con le schifezze che la politica di alto livello impone. Chi fa eccezione evidentemente non era un vero militare, tutto al più era uno che portava a spasso una uniforme usata come tuta da metalmeccanico, con tutto il rispetto per il metalmeccanico e nessuno per il travestito!

  6. stefano rolando scrive:

    Perchè magistrati,avvocati,commercialisti,.. a cui non darei neanche il buongiorno ,cambiano “lavoro” ed entrano in politica e persone che voterei a occhi chiusi no?(il Gen Bertolini,il Comandante Falco,quello del “risalga a bordo cazzo!”,Piero Laporta che potrebbe anche aiutare a completare la lista).Se diamo una spiegazione o una soluzione a questo problema avremo fatto un passo avanti.

  7. giorgio rapanelli scrive:

    Leggevo sull’Unità del 1964 che i Simba del Congo erano dei patrioti che salvavano la vita a missionari e coloni dalla furia dei mercenari inviati dall’ONU. Nel 1966, in Congo, feci la scoperta che erano i Simba i sanguinari e selvaggi assassini, mentre erano i mercenari a salvare la vita a missionari, a coloni e a civili congolesi.
    Oggi, continuiamo ad avere i soliti pacifisti del multiculturalismo con la pancia piena e con la sicurezza che alla porta di casa non c’è un assassino, o un islamista, pronto a fare loro la pelle.
    Solo chi si è trovato in situazioni – come lo scrivente – tali da essere presi dal terrore, trovandosi poi, per puro caso, con una pistola carica a portata di mano, riesce a capire come le armi e gli armati siano necessari in un tempo si pace – ancora per poco – pure per il nostro Paese.
    Ciò che ci sta venendo addosso dovrebbe consigliare coloro che ci governano di ripensare alla politica delle armi, permettendo a cittadini idonei di averle sempre a disposizione in strada e a difesa della incolumità di altri cittadini, organizzando pure gruppi di cittadini addestrati alle armi per il controllo e la difesa del territorio.
    Purtroppo la nostra gioventù è rammollita da droghe e alcol e svirilizzata dalle logge LGBT e dal Gender nelle scuole, ad opera della cosiddetta Sinistra, M5S e del PD, al servizio delle centrali oscure anglosassoni che vogliono cambiare ai cittadini italiani, fin dalla più tenera età, i connotati fisiologici e di conseguenza cambiare i valori stessi della nostra civiltà millenaria. Pure col “meticciato”, tanto caro a Kalergi e alla Kyenge.
    Se laddove hanno potuto infierire indisturbati, quei vigliacchi psicotici terroristi islamici avessero trovato civili armati come in Sudafrica, o civili pronti ad attaccarli in modo tattico, forse avremmo avuto risultati differenti e comunque una morte più dignitosa e con un tono emozionale alto di collera, al posto di quello basso di paura ed afflizione, che ha attanagliato quelle creature prima della morte, sacrificate dai cialtroni occidentali alla pazzia religiosa di gente bloccata a milletrecento anni fa.
    Secondo il mio amico Tullio Moneta, maggiore del 5 Commando anglosassone in Congo, vicecomandante del col. Mike Hoare nel fallito golpe alle Seychelles, addestratore di guardie presidenziali in Africa e in Medio Oriente, nonché nell’intelligence filoccidentale fino a dieci anni fa, quindi molto addentro le cose, per battere l’Isis basterebbero sul terreno 900 soldati altamente addestrati, come quelli del Recce sudafricano, delle SAS e delle nostre truppe speciali, che egli ha conosciuto in Afghanistan.
    Ma, si vuole battere veramente l’Isis? L’Isis, come ogni terrorismo, serve come pressione politica. Quindi occorrerà abituarci alle punture di spillo che l’Isis, e dopo l’Isis altre sigle verranno inventate, ci darà altrove, e al momento opportuno pure in Italia, senza poter cambiare politicamente la Storia.
    Noi non crediamo che la teoria della “misericordia” possa fermare una pallottola di kalashnikov che viaggia a 710 metri al secondo. Né potrà sortire a qualche effetto con i musulmani, considerando ciò che è scritto nel Corano molto chiaramente e senza occulte interpretazioni. Noi, per ogni musulmano, siamo infedeli e impuri: quindi, o ci convertiamo all’ultima religione rivelata al Profeta – Iddio lo benedica e gli dia eterna salute – o siamo morti. O, almeno, dei sottomessi “dhimmi”…

  8. Renzo Romano scrive:

    Sono molto dispiaciuto di non aver trovato una quantità di commenti al discorso di commiato del Gen, Bertolini. In un’epoca di generali con tante onorificenze sul petto e grandi aquile sul berretto, leggere le parole di un basco amaranto che lascia il servizio sottolineando il valore della “militarità”, senso del dovere e spirito di sacrificio, ossia non mollare finché non hai assolto il compito e fà il tuo “lavoro” sempre a favore degli altri e mai di te stesso, è una consolazione. Vorrei tanto che anche altri fossero così.

  9. SigiltecH Srl scrive:

    Apprezziamo il comunicato, essendo collaboratori esterni del COI da molti anni di sigilli di sicurezza e soprattutto di bolgette.

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