Italia 1970-2013, di F.Botré

aaaaaaaabotre106Italia 1970, fu il mio primo anno di vita indipendente. Dal 18 settembre ’69 avevo iniziato a lavorare come apprendista tipografo, qualifica D2. Poi, la sera, a scuola. Avevo quindici anni. Uscivo di casa alle 7, alle 07.57 al massimo timbravo il cartellino e alle 8 ero davanti al bancone, alle casse francesi, rossi e italiane, ad aspettare gli ordini del proto. La sera uscivo e andavo direttamente a scuola, all’Umanitaria a Milano, in via Pace. Autobus, tram e verso mezzanotte a casa. Finalmente. Affamato come un lupo divoravo tutto ciò che mia madre aveva preparato. Poi, verso le 00.45 andavo in branda. Il giorno dopo altro giro altra corsa. Al quarto stipendio presi 143mila lire. Per rispetto, tradizione ed educazione, venivano date in casa. Mia madre, a sua volta, ripartiva settimana per settimana, interpretando le mie necessità. Erano gli anni della contestazione universitaria, femminile, operaia. Per chi, come me, era da poco uscito da un collegio gestito dai preti, un bel balzo. Catapultato nella mischia della società. Gran bella esperienza. Accanto a me gli amici vicini erano ragazzi da oratorio, impegnati nel sociale, frequentatori di comunità cristiane, cineforum, discutevano e si organizzavano per cambiare il mondo con la forza della preghiera. A scuola invece ero circondato invece da ragazzi pronti alla rivoluzione. Nella loro divisa cinese: eskimo, maglione a dolcevita rosso con anfibi. Immancabili nei loro tascapane militari Lotta Continua, L’Unità, Re Nudo e Rinascita. Tutti giornali sinistri. Tutti che urlavano, protestavano, manifestavano, incavolati neri, anzi, rossi.

Per mia fortuna in casa, sin da piccolo, mi avevano insegnato a ubbidire, l’urbanità, e a saper rispettare il lavoro, l’importanza di credere e vivere nei valori etici e antichi dell’uomo, senza mai dimenticare l’onore e la Patria. Capii che quei coetanei erano lontani mille miglia dalla mia realtà. Erano i figli di quei due partiti che dal ’47 si sono spartiti la cultura, gli enti pubblici, l’università, la scuola, la storia dell’Italia intera. Piccolo problema: non avevano la più remota idea di cosa volesse dire tirare la lima e sbarcare il lunario. Io, giovane studente lavoratore, avevo capito che non bisognava imitare o inseguire la massa, né tantomeno ostentarne l’avversione, ma che dovevo frequentare quelli che ti rendono migliore. Sceglievo uominifaro, mantenendo la loro immagine ben presente, creando attraverso la condivisione intellettuale un rapporto quotidiano con loro come se fossero sempre accanto a me, giudicassero le mie decisioni, i miei comportamenti. Mia madre comprava Il Giorno, io per evolvermi prendevo il Corsera, ogni tanto se gli strilloni mi incuriosivano anche La Notte. Immancabili Autosprint e Ciao 2001. Con i libri spaziavo da D’Annunzio a Silone o da Salgari ad Aristotele. Ma nulla mi affascinava come la storia degli uomini, da Minghetti a La Marmora, da Lawrence d’Arabia a Baudelaire. Confrontandomi tutti i giorni in ambiti diversi, ho imparato ad apprezzare le regole e i doveri della vita. Ho imparato a disprezzare il materialismo bieco che corrompe la società, ad apprezzare il valore della puntualità, della parola data, a rispettare e difendere gli anziani, l’eleganza, l’etichetta, la pertinenza.

Era l’anno dei Mondiali di calcio, della coppa Rimet: il Brasile la conquistò bacchettandoci con un 4 a 1. Rimase il mito della semifinale con la Germania. Era l’anno dell’attentato mafioso alla Freccia del Sud, a Gioia Tauro. Così come la vittoria nel Mondiale F1 di Jochen Rindt, alla memoria; morì a Monza il 5 settembre, urtando e fermando la sua Lotus contro il guardrail. Io c’ero, ma ero alla seconda di Lesmo, appollaiato sulla rete a vedere le traiettorie e sentire chi «cavava» il gas. Ero dispiaciuto per l’accaduto, molto. Ma dentro di me ero felice per Rindt. Che c’è di più bello ed esaltante che morire facendo ciò che ami e che per tutta la vita hai inseguito! Sono d’accordo con Freddy Mercury, quando ha creato quell’inno che è The show must go on. Siamo di passaggio, è una delle regole della vita che ho imparato sin da piccolo. Non voglio vivere da malato e morire sano, o vivere sotto una campana di vetro. Anche perché, quando la campana dell’ultimo giro suona, non puoi fare nulla, tocca a te. Quindi? Vivi e lascia vivere senza mai nuocere a nessuno al mondo.

La campana dell’ultimo giro, il 18 settembre, suonò anche per Jimi Hendrix, interrompendo la sua Voodoo Child, che aveva conquistato il mondo. La notizia non mi stupì. Cavolo, aveva vissuto, bevuto e fumato tutto quello che il buon Dio ha creato! Così, come non mi amareggiò, anzi ne fui compiaciuto (averne di uomini con le palle, come Lui) quando il 25 novembre del ’70 Yukio Mishima, profeta dell’integrità, sacrificò la sua vita a difesa dell’etica e dei valori, ormai decadenti in questa società, sempre più materialista. La campana fu lui a decidere di suonarla, tra luce e oscurità scelse Hypnos e Tanathos. Con un atto di volontà, riuscì a fondere gli estremi contrasti della fragilità del corpo, della forza e debolezza della letteratura, della solidità del corpo. Fu il boia e il giustiziato di se stesso. È un codice guerriero, che comprendo, stimo e condivido. Un comandante deve sempre dare il buon esempio e non deve mai abbandonare la nave. Prima i propri uomini, sempre. Pronto a dare la vita per ciò che rappresenta per loro. Così come dovrebbe fare un capitano d’impresa. E invece c’è chi inganna, froda, ruba. Soprattutto chi ricopre cariche di responsabilità: alti funzionari, imprenditori, politici, magistrati o giudici. Lo dico con pertinenza di causa. Imprenditori scaltri, giudici scarsi assistiti da consulenti da far rabbrividire, emanano sentenze capestro per le aziende. Come si dice a Milano: «A pensà mal se fa pecà, ma se indùina semper». Italia

Ci sono passato. E questo pensiero è uscito rafforzato in me dopo aver visto la Gabanelli l’inverno scorso: una puntata di Report in cui certi consulenti rispondevano alle domande del giornalista. Non sanno cosa vuol dire la vergogna! Ma essendo un guerriero, vado avanti. Certo, avrei potuto fallire, ma per chi come me vive di etica e valori, era inaccettabile. Anche se, devo ammetterlo, in quei mesi ho capito gli imprenditori che compiono il nobile gesto. Non è codardia, è la disperazione, il non poter sopportare tutte le difficoltà sapendo di essere stato condannato alla pena capitale da questa società, senza speranza di grazia. Ci sta, e si sa, che al mondo esistano furbetti, zecche, scaltri che passano tempo a ingannare il prossimo facendo denari sulla pelle degli altri. E lo perpetuano sistematicamente. E allora? Ma come, tu, Stato, Giustizia, che sei il mio azionista di maggioranza (visto che ti do il 68% di ciò che guadagno)? Anziché difendermi dalle zecche, mi accusi? Che bello se tutti avessero dentro di sé la coscienza come inappellabile giustizia. Il Paese sarebbe più credibile, onesto, rispettato e tutti, senza certi quaquaraquà, vivremmo meglio. Vale la mia regola: meno, ma meglio. Italia

conflittiestrategie elio

 

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante della carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.
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