Il Chip? Macché, il cemento – di M.Gianni

Ilobamaaa discorso di Obama reinsediato e quelli di Merkel/Hollande. Obama all’aperto, nel freddo inverno di Washington, dice forte e chiaro che il popolo americano, nel suo percorso verso l’unità nazionale, costata sangue, non rinuncia al sano scetticismo verso l’autorità centrale e non crede che il governo debba risolvere tutti i problemi del paese.

Obama ispira ma non promette, sprona ma non rassicura. Mai. Il futuro è incerto, richiede nuovi sforzi, capacità di adattamento e di reinventarsi. Gli americani ce la faranno grazie alla loro propensione al rischio, alla corsa verso il nuovo, al cambio di paradigma. No status quo. Il mondo cambia e l’uomo cambia con esso.

Hollande e Merkel, nel cinquantenario del patto franco-tedesco, parlano in una stanza che sembra pressurizzata. Gli ascoltatori incipriati si svegliano allo squillare del telefonino. Hollande proclama: il futuro dei giovani europei sarà garantito dalla Tobin tax. È uno dei grandi risultati della collaborazione franco-tedesca. Dalla faccia che ha, sono sicuro che ci crede. Questo è proprio il cuore del problema.

Arriviamo a casa nostra. La riforma del diritto del lavoro, per dare certezze a colpi di leggi,culona hollande trasformando qualsiasi cosa entri nell’orbita d’una impresa in contratto a tempo indeterminato, è puro wishful thinking (l’ex primo ministro apprezzerà, visto che ama gli inglesismi). Lo stesso è la flessibilità nella Pubblica Amministrazione, realizzata con sciabolate dall’alto, senza tenere in alcuna considerazione le, chiamiamole così,  performance professionali dei manager pubblici.

I cambiamenti di sistema non si realizzano per decreto. La crescita, impedita da politiche finanziarie evidentemente errate – l’austerità in fase di recessione!!! – non potrà mai essere garantita da politiche economiche presuntivamente corrette, visto che il santo Graal della crescita sostenibile non l’ha ancora trovato nessuno.

Se le teorie riduzionistiche e le iperboli semplicistiche dei politici europei sono effimere, i commenti politici italiani sono stucchevoli e provinciali.

Le responsabilità per lo spread, palleggiate fra destra e sinistra, ignorando che gli algoritmi di Primco e Clearnet, che si eccitano solo oltre un trilione di dollari da buttare nei mercati, possano mai prevedere la variabile Monti/Berlusconi, per non parlare di Bersani, Grillo, Di Pietro o Casini, zeri virgola zero.

Se i nomi d’una delle principali case di clearing e quello di uno dei più grandi operatori del fixed income non vi dicono niente… embè allora, vi hanno fregato.

Riflettete e state in ansia… Berlusconi rilancia l’economia col “batiment”, visione cementizia condivisa da Bersani che vuole “rimettere a posto gli edifici scolastici  che perdono i pezzi”.

Questi non vivono, sognano nell’era dell’economia immateriale, che si cristallizza sui prodotti grazie al simbolo di una mela morsicata.

Starbucks fattura 2 miliardi di dollari col Frappuccino.

1.2 miliardi di dollari sono fatturati da 4 ragazzi colombiani che si sono inventati una nuova danza per l’aerobica e ci hanno costruito sopra una rete di franchising mondiale in meno di due anni, che permette anche alla scuole pubbliche più disastrate degli Stati Uniti di triplicare il rendimento dei propri studenti attraverso programmi di tutoring 121 (personalizzati) grazie all’applicazione di nuove tecnologie che rivoluzionano la didattica.

Noi siamo all’economia del calcestruzzo, alla teoria economica del permanent income del salariato fordista o taylorista.

Quando tutte le grandi scuole di management indicano il futuro dell’impresa come realtà sempre più immateriale, sempre più piatta, senza piramidi gerarchiche, ridotte a snodi di informazioni, perennemente connesse con il mondo grazie al loro capitale umano, capaci di modularsi in base alle fluttuanti esigenze di una economia integrata che impone delle supply chains flessibilissime, una capacità riorganizzativa del personale fluida e costante dove parlare di qualifiche e scatole contrattuali non ha più senso, noi siamo ancora alla contrattazione collettiva modello anni 70.

Quando le grandi banche evadono centinaia di milioni di dollari grazie a sofisticati arbitraggi fiscali codificati con sigle celestiali come STARS, ma l’uso dei trattati internazionali per creare crediti di imposta inesistenti non è certo una prerogativa esclusiva di Barclays e la casistica è ben presente anche sulla nostra penisola, Mario Monti è alle crociate dello scontrino, al controllo del SUV al casello.

Per ricodificare una cultura è necessario modificare le abitudini, i cuori e le menti dell’organizzazione nel suo complesso dando alle persone che la costituiscono nuove esperienze, nuovi modelli di interazione con nuove persone. Questo processo contribuisce a rinforzare i processi di cambiamento che prima che strutturali ed organizzativi non possono che essere mentali e psicologici. L’obiettivo deve essere quello di ridirezionare la partecipazione emotiva dei componenti dell’organizzazione, lavorando sulle loro speranze, le loro paure, i loro sogni. Non si può cambiare un’organizzazione se non costruendo una nuova visione veramente condivisa da ogni membro della stessa, un nuovo parametro mentale che fissi degli obiettivi chiari, il percorso per arrivarci ed un sistema ferreo di responsabilità personale, tanto in positivo quanto in negativo, per l’operato di ciascun componente dell’organizzazione stessa”.

Questo è un estratto dal libro Banishing Bureaucracy di D. Osborne e P. Plastrick partners fondatori del gruppo di consulenza Public Strategy Group, specializzato nell’applicazione di modelli manageriali per le pubbliche organizzazioni.

Quel pensiero coglie il centro del bersaglio se riferito allo stato attuale della nostra disastrata pubblica amministrazione ed ai maldestri, e tecnicamente squalificanti, tentativi di riformarla dall’alto, Iure divino. Ma coglie nel segno anche nei confronti del sistema Italia,  la classe politica e il corpo elettorale. La prima menzognera; il secondo sempre pronto a prestare fede a quel feticcio di buon padre che i politici si sforzano di rappresentare. Quando la realtà si para implacabilmente davanti a governanti e governati, allora è colpa della “crisi”, il nuovo nemico, che ha sostituito, l’austriaco, le demoplutocrazie, il sovietico, il fascista, il comunista… e fra qualche tempo i marziani o, chissà, le meteoriti.

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante della carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.
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2 risposte a Il Chip? Macché, il cemento – di M.Gianni

  1. aldo scrive:

    Evidentemente la bolla della new economy, scoppiata una decina d’anni fa, non è bastata ai cantori delle sorti meravigliose e progressive. Il regista Gabriele Muccino (per il quale non nutro particolare stima e siimpatia) ha definito gli Stati Uniti in maniera perfetta qualche giorno fa: “Il Paese delle Infatuazioni”. Finita una, si passa a quella successiva, sempre rigorosamente rimanendo in superficie, giacchè la “profondità” è patrimonio unicamente dei “padroni del vapore”.

  2. Elio Paoloni scrive:

    Nel sito Conflittiestrategie si avanzano molti dubbi sulle meraviglie dell’economia immateriale. Copio un brano a caso:

    “Se i nostri andassero a vedere un po’ meglio le dinamiche che hanno creato ad esempio i fenomeni della Silicon Valley negli States, scoprirebbero lo zampone della spesa militare pubblica, le direttive del complesso militare nel definire standard ed indirizzi, come anche il peso organizzativo e di capacità di spesa di altri centri di servizio come il settore sanitario, la partecipazione frequente delle grosse aziende nella formazione delle società “start up” sperimentali, il trasferimento di tecnologie militari nel settore civile, la selezione e i vincoli di lunga durata posti ai finanziamenti provenienti dall’estero”.

    L’intero articolo qui: http://www.conflittiestrategie.it/le-illusioni-degli-illusionisti-alesina-e-giavazzi-di-giuseppe-germinario

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