Anche Basaglia al Bar Psichiatria? – di L. Prando

Franco Basaglia, il 12 maggio 1978, promulgandosi la legge 180, attribuitagli dalla mitologia psichiatrica, la condannava su La Stampa: «La nuova legge cerca di omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento umano al corpo: è come omologare i cani con le banane […] Non so cosa sia la follia, può essere tutto o niente: è una condizione umana».    Quattro chiacchiere tra il Bar Psichiatria e il Bar Buonsenso.
Domandiamoci: la mente, l’umana condizione umana e la follia appartengano alla metafisica? La psichiatria dovrebbe quindi essere metafisica?

Gli psichiatri sarebbero filosofi compagni di strada di Heidegger, Husserl, Ortega y Gasset, Arendt, Malraux, Sartre…che hanno scritto le loro principali opere nella prima metà del secolo scorso, senza capire che il mondo era andato e stava andando in senso opposto alle loro visioni?
Eric Kandel, premio Nobel 2000 per la medicina, per le ricerche sui meccanismi biochimici della memoria, nel testo “The disordered minds” del 2018, racconta: «Il mio lavoro ha dimostrato che l’apprendimento e l’esperienza modificano le connessioni tra i neuroni cerebrali. Ciò significa che il cervello di ogni persona è leggermente diverso da quello di ogni altra. Anche i gemelli identici, con i loro genomi identici, hanno un cervello leggermente diverso poiché sono stati esposti ad esperienze diverse. È molto probabile che, illuminando sempre più funzioni cerebrali, l’imaging cerebrale (tecnologie di analisi del cervello con speciali TAC ed RM, NdR), ci permetterà, prima o poi, di scoprire una base biologica per l’individualità della nostra vita mentale. Se lo farà, avremo un nuovo potente strumento per diagnosticare i disturbi cerebrali e valutare l’esito delle diverse terapie, tra cui diverse forme di psicoterapia. Vista in questa luce, la comprensione della biologia dei disturbi cerebrali fa parte del tentativo, d’ogni generazione di studiosi, di comprendere il pensiero e l’azione umani in termini nuovi. È un impegno che ci spinge verso un nuovo umanesimo, basato sulla conoscenza della nostra individualità biologica per arricchire la nostra esperienza del mondo e la nostra comprensione l’uno dell’altro».
Sigmund Freud: «La mente è come un iceberg, galleggia con un settimo del suo volume al di sopra dell’acqua». E Cartesio: «Penso dunque sono». Ribatte Eric Kandel: «Sono dunque penso». Che dei due ha diritto al favore di Apollo? Domanda non da poco. Quasi tre millenni fa sul frontone del tempio di Delfi scrissero: «Conosci te stesso».
Eric Kandel nel suo “The Disordered Mind”, insiste: «Da quando Socrate e Platone, hanno riflettuto sulla natura della mente umana, i più importanti pensatori di ogni generazione hanno cercato di capire pensieri, sentimenti, comportamenti, ricordi e forze creative che ci rendono ciò che siamo. Nelle generazioni passate questa ricerca era confinata nel campo della filosofia [..] incarnata dall’idea guida di Cartesio che la nostra mente fosse separata dal nostro corpo. L’inversione di tendenza è avvenuta alla fine del XX secolo […] Il risultato è stato un nuovo approccio biologico alla mente. Questo inedito approccio si fonda sul principio che la nostra mente è un insieme di processi effettuati dal cervello, un dispositivo computazionale sorprendentemente complesso che costruisce la nostra percezione del mondo esterno, genera la nostra esperienza interna e controlla le nostre azioni. […] Ciascuno di noi già si sente unico, grazie alla propria coscienza di sé, ma avremo l’effettiva conferma biologica della nostra individualità. Questo, a sua volta, porterà nuove intuizioni sulla natura umana, a una comprensione e apprezzamento più profondi sia della nostra umanità condivisa sia della nostra umanità individuale».
Incontro di etnopsichiatria a Milano, 24 novembre 2.000. Il sito internet Academia Educational a settembre 2020, riferisce le tesi di Paolo Inghilleri dell’Università di Verona: «A questo punto il terapeuta principale dà una prescrizione: dice, ad esempio, al paziente di compiere, uscito dallo studio, una precisa azione; spesso riceve, o deve costruire, degli oggetti, dei feticci che dovrà portare con sé o nascondere in specifici luoghi. Dopo queste azioni il paziente sarà guarito. Questi ultimi punti della tecnica terapeutica sono assai simili a quelli attuati da diversi guaritori africani (Nathan 1993) […]forze ed energie interne possono infatti derivare da forze esterne, per esempio da entità maligne innescate da altre persone, come nel caso del malocchio».
Raffaella Pocobello, psicologa del CNR, relaziona all’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione su “Le sfide del Dialogo Aperto” (Academia Educational agosto 2020), dopo aver seguito un corso di formatori finlandesi, coordinati dal professor Jaakko Seikkula, finanziato dal Ministero della Salute italiano: «Organizzando le risorse dei Servizi di Salute Mentale e della Rete Sociale intorno alla persona in difficoltà, da subito e per tutto il tempo che serve, fiduciosi che generare dialogo attiverà risorse nella persona e nella famiglia che saranno determinanti a superare la crisi. Questa per me è l’essenza di quello che ho imparato (…) sul Dialogo Aperto (…) mi ha ispirato e toccato profondamente sia dal punto di vista personale che professionale, a livello personale perché diventare dialogici non è un fatto tecnico, un modo di fare psicoterapia, ma piuttosto ha a che fare con un modo di vivere e di essere nel mondo (Seikkula 2011)».
Ancora Pocobello&Castelfranchi: “Sulla necessità di rompere il tabù e contrastare il riduzionismo biologico nel campo della salute mentale” (Academia Educational, settembre 2020).
«Se al posto che affidarsi alla medicina, il disagio mentale fosse stato interpretato come un fatto psicologico, educativo, pedagogico, antropologico o sociale allora la storia che ci troveremmo a raccontare sarebbe un’altra….La nostra impressione, in linea con quanto afferma Whitaker, è che quello che oggi leggiamo sub specie malattia mentale sia fortemente relato all’utilizzo dei farmaci psicoattivi».
Primi anni ’80. Un giovane psichiatra basaglista dell’ospedale di Fermo sentenziò «Il farmaco è la camicia di forza chimica; per guarire la malattia mentale bisogna cambiare la società».
A questo punto urge una pausa, una boccata d’aria fuori dal Bar della Psichiatria. Entriamo nel Bar del Buonsenso. Il barman ci prende in giro: «Allora, il logococktail “Nuova Società” è pronto. Lo vuole intero come primo o mezza porzione? Oppure come piatto unico con la condizione umana? Il dolce modo di vivere ed essere nel mondo lo offre la casa, col pupazzo e gli aghi per il malocchio» e ridacchia, neppure con discrezione.
La psichiatra Paola Carozza nel suo “Principi di Riabilitazione Psichiatrica per un Sistema di Servizi Orientato alla Guarigione”, del 2006, ci istruisce così: «Stimolando le persone con disabilità psichiatriche a identificare valori generici come libertà, successo, eguaglianza, ecc., consente loro di formarsi una base di principi stabili per cominciare a costruirsi una visione del mondo (…) Quasi tutti gli utenti psichiatrici vivono con le proprie famiglie (,,,) La traduzione del termine recovery in italiano ha sollevato non pochi problemi. Quando non è stato lasciato l’originale recovery sono stati utilizzati i termini tradotti: ristabilimento, recupero, guarigione, anche se nessuno dei tre vocaboli coglie la pienezza del significato di recovery. Infatti, ristabilimento racchiude in sé il concetto di stabilizzazione, mentre recovery non implica stabilità ma il superamento di uno stato di equilibrio. Recupero o guarigione indicano una sorte di restitutio ad integrum da una condizione di malattia organica, quando sembra invece che il recovery non sia equivalente alla guarigione o alla cura di una patologia. Ciò nonostante in questo volume il termine guarigione compare spesso, insieme a quello di ripresa e all’originale recovery, non certo nell’eccezione medica di pieno ripristino del precedente stato di salute mentale, ma come raggiungimento di una buona qualità di vita, pur in presenza di alcune limitazioni […] Coloro che si sono ripresi affermano che per loro il miglioramento è consistito prima di tutto nell’aver recuperato le aspettative positive, e poi aumentato l’empowerment e ristabilito le connessioni sociali. In ogni caso l’identità guarita non è la stessa che esisteva prima dell’esordio psicotico, poiché l’obiettivo del processo di recovery non è la restitutio ad integrum del vecchio sé, ma l’istaurarsi di nuovi comportamenti per condurre una vita produttiva e soddisfacente anche in presenza delle limitazioni comportate dalla disabilità (Anthony 1993) […]
L’iter verso il recupero, che può durare tutta la vita, si avvia con piccoli passi e con successi apparentemente insignificanti, ma frutto di sforzi enormi […] Esso comporta una continua spesso estenuante lotta, grazie alla quale molti utenti riescono a sconfiggere l’annichilimento prodotto dalla disabilità […]»
Urge un’altra pausa. Usciamo dal Bar della Psichiatria e torniamo al bar del Buonsenso. Il barman ci prende nuovamente in giro, questa volta in inglese «Your recovery is ready!»
«You are giving me an empty dish!»
«You silly idiot! You have’nt told me which kind of recovery you want!»
Il barman del Buonsenso ha ragione. Il significato di recovery è recupero, ma in inglese, come in italiano, è sempre accompagnato da un aggettivo, da un avverbio, da un complemento che chiarisca tipo, livello e da che cosa si recuperi che cosa. Carozza, ha letto gli esempi riportati nel British Dictionary? La psichiatria italiana, inseguendo disordered minds, usa disordered languages, mandando al manicomio sintassi ed analisi logica.
Torniamo nel Bar della Psichiatria.
Paolo Pancheri, prof della Sapienza di Roma, in “Errori terapeutici in psichiatria” (2.000), ci istruisce a sua volta così: «La psichiatria è una disciplina medica e, come tale, è un’attività umana finalizzata a raggiungere uno scopo. Lo scopo specifico è la guarigione ed il miglioramento di uno stato morboso caratterizzato da sofferenza soggettiva e da alterazioni comportamentali tali da alterare le capacità di funzionamento di chi ne è colpito […] In psichiatria, la grande alternativa è rappresentata dalle terapie biologiche (in genere farmacoterapie) verso terapie non biologiche (in genere psicoterapie)[…]Naturalmente, in psichiatria le due categorie di intervento sono frequentemente associate[…]Tutti i farmaci psicoattivi (come tutti gli altri farmaci) comportano effetti secondari e collaterali che possono portare, in alcuni casi, ad una condizione di danno permanente[…] Va anche detto che l’induzione di effetti collaterali può non essere evitabile data la gravità obiettiva del disturbo e la necessità di ottenere un risultato terapeutico[…] Per quanto riguarda i trattamenti non biologici e in particolare le psicoterapie[…] si riteneva […] fossero una potenziale fonte di danno inferiore a quella degli interventi biologici e farmacoterapici in particolare[…] Oggi si riconosce[…] che gli errori nella condotta di una psicoterapia possono portare a conseguenze altrettanto gravi, fino ad un danno permanente per l’ammalato[…] Ciò è dovuto essenzialmente alla proliferazione delle tecniche psicoterapeutiche[…] ognuna con i suoi presupposti teorici, le sue modalità tecniche di esecuzione[…] I farmaci anti psicotici sono sovradosati più spesso di quanto si ritenga abitualmente[…]La normativa attuale prevede che, prima di iniziare un trattamento terapeutico, il paziente sia adeguatamente informato in merito alla diagnosi, alle possibili opzioni terapeutiche, ai rischi-benefici connessi ad ognuna di esse e infine alle ragioni in base alle quali un trattamento viene prescelto e consigliato dal medico curante[…]La psichiatria pone, nell’ambito del consenso, maggiori problemi[…]in quanto la validità del consenso può essere viziata[…]dalle condizioni psicopatologiche».
La Regione Emilia-Romagna ha istituito un gruppo di lavoro, composto da professionisti, familiari e utenti, a proposito dell’appropriatezza dei trattamenti con farmaci antipsicotici, pubblicando nel settembre 2020: “Raccomandazioni per l’impiego dei farmaci antipsicotici nel trattamento a lungo termine delle persone con disturbi schizofrenici”. Ecco alcuni passi tra i più significativi.
«[…]Gli antipsicotici di prima generazione possono causare[…]distonia, acatisia, parkinsonismo, dislenie tardive[…]obesità, diabete, trigliceridi[…]possibili[…]anche[…] con i farmaci di seconda generazione[…]o atipici[…]Molteplici ricerche provano che[…]l’attesa di vita delle persone con schizofrenia è rimasta inferiore rispetto alla popolazione generale, ma la mortalità appare superiore nei casi che non hanno assunto antipsicotici rispetto a quelli in trattamento continuativo[…]
Le raccomandazioni per la salute fisica delle persone con schizofrenia.
1– Professionisti dei servizi e utenti dovrebbero lavorare insieme per trovare il farmaco più appropriato al più basso livello efficace. Dovrebbe esserci una dettagliata discussione con gli utenti dei potenziali benefici e rischi dei singoli farmaci, si dovrebbe chiedere e tenere in conto per la decisione della preferenza degli utenti.
2– Non dovrebbe esserci un uso routinario di associazioni di antipsicotici. Qualora si prenda in considerazione la politerapia, vantaggi e svantaggi.
3– Alle persone con psicosi, specialmente a coloro che assumono antipsicotici, dovrebbe essere offerta dal loro CSM un programma integrato di attività fisica e sana alimentazione.
4– Controllare regolarmente il peso e gli altri indicatori di morbilità cardiovascolare e metabolica nelle persone con psicosi.
5- Utilizzate lo schema consigliato di monitoraggio per la sicurezza dei farmaci antipsicotici.
6– All’avvio della prescrizione di antipsicotici si dovrebbe prendere accordi specifici per il monitoraggio della salute fisica.
7– I medici di medicina generale e altri professionisti delle cure primarie dovrebbero controllare la salute fisica delle persone con psicosi almeno una volta all’anno. Il controllo dovrebbe essere completo e includere una valutazione dei rischi cardiovascolari.
8– Per gli utenti che presentano aumenti di peso durante il trattamento con antipsicotici si dovrebbero adottare interventi sugli stili di vita.
9– Per gli utenti che presentano un rapido o eccessivo aumento di peso, o obesità, offrite interventi in linea con le rispettive linee guida su obesità, dislipidemie e diabete.
10– Prima di iniziare o modificare la terapia antipsicotica a seconda del farmaco scelto e della situazione clinica, si raccomanda un elettrocardiogramma, in particolare: se indicato nel foglietto illustrativo, l’esame obiettivo ha rivelato specifici fattori di rischio cardiovascolare, vi è anamnesi personale o familiare[…]avversa.
11– Gli utenti dovrebbero essere informati dei rischi di effetti collaterali extrapiramidali e incoraggiati a riferire a ogni visita sintomi riferibili a questi. I professionisti dovrebbero prestare attenzione costante all’insorgenza di questi effetti, anche quando non riferiti dagli utenti. Si dovrebbe effettuare almeno annualmente un esame obiettivo utilizzando preferibilmente una scala validata.
12– Se vi è preoccupazione per effetti collaterali extrapiramidali, dovrebbero essere considerati antipsicotici di seconda generazione (soprattutto olanzapina, quietapina) o fenotiazine a bassa potenza.
13– Se vi è particolare preoccupazione per l’insorgenza di discinesia tardiva, si dovrebbe impiegare un antipsicotico di seconda generazione».
Sarebbe lecita la domanda: perché non si usano sempre antipsicotici di seconda generazione (attenzione vengono chiamati di seconda generazione ma le molecole sono vecchie di un terzo di secolo, la ricerca nel campo della farmacopea psichiatrica è ferma), risultando provato che presenterebbero minori rischi di effetti collaterali?
Si sente il bisogno impellente di un’altra pausa al Bar del Buonsenso.
«Vedi quello?» il barista ci addita un tipo molto elegante, al di là della strada, davvero molto elegante «È lo psichiatra che ha in cura mia nipote: dopo 6 anni di medicina e 4 di specializzazione non ricorda la differenza tra aspirina e antibiotico. Né tra una TAC e una RM. Non ricorda più le caratteristiche degli antipsicotici, né i dosaggi. Per fortuna questa mia nipote è capace di informarsi su internet; ogni mese lo va a trovare con la lista dei farmaci che gli servono, lui scrive la ricetta, poi parlano per un’ora di Dostoevskij. Il prof conosce a memoria tutte le frasi celebri di questo russo, impressionante».
«Ma tua nipote come sta?»
«Non so dirti: è convinta di essere Maria Timofeevna, moglie di un tale Nicola, che la madre, certa Varvana, ha convinto a divorziare per sposare una riccastra, ma non è vero tutto immaginario». «Insomma si era innamorata e non l’ha mandata giù di essere stata ignorata, succede» cerco di consolarlo.
«Sì, sì, può darsi. Il problema è che ogni volta che incontra questa Varvana, o come si chiama veramente, che non ha figli, tenta di strozzarla e finisce per una settimana all’ospedale.»
Ma sì, torniamo al Bar della Psichiatria. Kandel ci legge ancora il suo “The disordered mind”: «Kallman ha documentato il ruolo dell’ereditarietà in disturbi psichiatrici come la schizofrenia e il disturbo bipolare, dimostrando così che sono di natura biologica[…](con) l’imaging cerebrale[…]è ora possibile rilevare che nelle persone con depressione alcune aree del cervello funzionano in modo anomalo. Inoltre l’imaging ha permesso ai ricercatori di osservare l’azione dei farmaci sul cervello e anche di vedere cambiamenti che derivano dal trattamento dei pazienti con farmaci o con psicoterapia[…].

disturbo

gemelli
identici

fratelli

popolaz.

autismo

90%

20%

1-3%

bipolare

70%

5-10%

1%

depressione

40%

8%

6-8%

schizofrenia

50%

10%

1%

[…]…sono i geni dei gemelli identici, e non il loro ambiente condiviso, a essere coinvolti nella maggiore incidenza di questi disturbi mentali[…]
Durante la gravidanza, i fattori ambientali[…]possono interagire con i geni per aumentare il rischio che il feto sviluppi percorsi dopaminergici che funzionano in modo anormale. I percorsi disfunzionali creano le premesse per lo sviluppo della schizofrenia anni dopo quando il cervello dell’adolescente risponde allo stress della vita quotidiana generando un eccesso di dopamina[…]
Dunque la schizofrenia costituisce un problema molto diverso da quello della depressione o del disturbo bipolare […] (che) derivano da un difetto funzionale. Questi difetti possono spesso essere eliminati[…]La schizofrenia, come i disturbi dello spettro autistico, comporta un difetto anatomico, in cui alcuni circuiti neuronali non riescono a svilupparsi correttamente. Per rimediare a questi difetti anatomici, gli scienziati dovranno escogitare qualche modo per intervenire sulla potatura sinaptica durante lo sviluppo o per creare composti che stimolino la crescita di nuove spine in seguito[…]L’importanza dell’imaging cerebrale non può essere sottovalutata. La nostra comprensione di dove e come i disturbi psichiatrici e dello spettro autistico intaccano il cervello è avanzata in parallelo con i progressi della tecnologia di imaging[…]L’imaging ha anche confermato che la psicoterapia è un trattamento biologico, che cambia fisicamente il cervello, proprio come fanno i farmaci[…] I progressi della genetica stanno scoprendo come le variazioni genetiche, sia comuni sia rare, possano creare un rischio di sviluppo di disturbi cerebrali complessi[…]come[…]nella schizofrenia, nel disturbo bipolare e nello spettro autistico».
Estratto dalla recensione a “La diagnosi in psichiatria” (Allen France) di Raffaella Pocobello, pubblicata da Academia Educational nel settembre 2020: «[…[Punto più interessante della pubblicazione è rappresentato senz’altro dal monito generale – poi declinato disturbo per disturbo – di limitare l’inflazione diagnostica e sottrarsi alle mode, come dimostrano molti studi epidemiologici, si assiste infatti a un incremento dei disturbi mentali diagnosticati e trattati con psicofarmaci, tanto da far parlare di una vera e propria epidemia».
Settembre 2020, La Stampa: «Salute mentale, soffrono di disturbi 17 milioni di persone in Italia[…]In Europa il 38% della popolazione soffre di una malattia mentale».
Beh! Una pausa per un paio di grappe al Bar del Buonsenso non ce la toglie nessuno.
«Ma sono tutti matti, meno mi e ti?» Il barista sorride, sale su una sedia, s’avvolge in una tenda, rossa come una toga, assume una posa solenne e declama:
Sotto‘l ciel di psichiatria
confusion l’è la regina
il dottor non sa medicina
però insegna filosofia.
I guariti non son guariti
i malati non son malati
anche un po’ recuperati
nelle cure assai periti.
Ognun tiene ragione
Ogn’altro è […]!

Giù la maschera! Non facciano le verginelle, signori dottori. La psichiatria, come tutte le professioni, da sempre, oggi e in futuro, forma cordate e camarille concorrenti, per ottenere onori, soldi e potere. La psichiatria, in larga maggioranza sostenuta col denaro pubblico, è ancora lontana da evidenze e saperi indiscutibili, anzi soggetta ad alti tassi di opinabilità. In conclusione, è inficiata dalla politica assai più di altre professioni; persino più della giustizia, ma non si dice.
Spesso la psichiatria associa propaganda politica a ipotesi e opzioni terapeutiche: l’esempio storico più eclatante è stato il movimento Psichiatria Democratica, con la missione di cambiare la società. Ancora oggi emergono legami meno espliciti ma non meno dannosi.
La maggioranza degli psichiatri e degli operatori a vario ruolo s’arrabattano infine nel quotidiano, nonostante budget inferiori alla media europea, con approcci eclettici, dove anche i più arrabbiati e aggressivi degli antibio finisce per usare i farmaci e i bio, a riconoscere effetti bio sia alle psicoterapie che alle esperienze formative-riabilitative (non esiste un cervello uguale ad un altro, neanche quelli dei gemelli identici).
Quello che intristisce sono le meste celebrazioni acritiche d’una legge chiamata Basaglia, cui Basaglia ha negato la paternità il giorno stesso in cui venne promulgata, che non chiuse i manicomi, bensì impedì solo ulteriori ricoveri in tali strutture. Per la chiusura vera e propria occorse attendere la metà degli anni ’90, coi governi Berlusconi e Prodi, a fornire finalmente finanziamenti e ordinamenti necessari.
La legge Basaglia ha istituito l’orrore stigmatizzante per i sofferenti [leggi qui] e le loro famiglie, del Trattamento Sanitario Obbligatorio [leggi qui], ordinato da un’autorità amministrativa, il sindaco, eseguito con terrorizzante esibizione di spiegamento e assalto di forza pubblica.
C’era tuttavia del buono ma di fatto è inoperoso. Oggi tutti riconoscono la profonda eticità della battaglia basagliana affinché i sofferenti psichici vengano curati e assistiti inserendoli nella società, nonostante le loro sofferenze, anzi utilizzando terapeuticamente tale inserimento. Un obiettivo nobile – che dovrebbe esse anima della professione medica – da non sbandierare vanamente con labari e gagliardetti,  con false e ipocrite retoriche politichesi.
Piuttosto andrebbero affrontati i quattro buchi neri del sistema: (1) il lavoro, nella maggior parte dei casi rimane una chimera; (2) la modifica di metodo operativo per il TSO, per trasformarlo in un inizio di cammino positivo e non in una pezza peggiore del buco; (3) per la maggioranza dei sofferenti in famiglia occorre spostare la cura e l’assistenza dagli ambulatori al domicilio, dove avvengono i drammatici rifiuti di ogni cura; (4) buttare nella spazzatura la recente legge “dopo di noi” (che pretenderebbe di risolvere i problemi dei disabili rimasti soli senza più assistenza familiare) in bilico tra la demenza e il clientelismo più meschino. È indispensabile rete di sostegno (responsabile del caso e amministratore di sostegno?) che permetta di organizzare prima, durante e dopo la vita dei sofferenti che rimarranno soli, progettando la sostituzione, almeno parziale, dell’assistenza fornita dalla famiglia.
In ottobre si è celebrata la settimana della salute mentale: scorrendo le liste di messe cantate, di autocelebrazioni ed esibizioni sui vari palcoscenici parrocchiali (non solo in Italia), si fa notare la totale assenza di domanda affinché si ricominci la ricerca e la sperimentazione di nuove molecole (gli attuali farmaci così detti di nuova generazione, lo ricordiamo un’altra volta, sono vecchi di oltre un terzo di secolo) più mirate e con meno effetti collaterali. Questa assenza di domanda spinge le case farmaceutiche a non investire in un settore, gli operatori operatori del quale d’altronde si mostrano insensibili all’innovazione.
Altrettanto ignorato è il lavoro dei pochi carbonari dell’imaging che oggi sarebbero in grado di mostrare-comparare effetti ed efficacia dei farmaci e delle psicoterapie sui singoli soggetti.
Questa settimana della salute mentale è dedicata ai giovani, con particolare attenzione all’uso di stupefacenti e alcol: l’imaging sarebbe in grado di evidenziarne i danni al cervello, ponendo fine all’interminabile diatriba “liberalizzazione sì o no?”.
I danni al cervello dei minori sono inconfutabili. Allora occorre che la legge sia implacabile con chi spaccia, dona, fornisce, insomma mette un minore in condizione di drogarsi. Occorre una legge severa (30 anni di galera almeno) che non lasci scampo né ai fornitori né ai magistrati lassisti. Occorre anche esaminare il consumo di droghe degli adulti. Questo argomento lo affronteremo a parte.
L’imaging aiuterebbe anche a limitare l’uso degli antipsicotici, che non sono un pranzo di gala, ai casi di vera necessità, lasciando il mercato dei falsi malati, sbandierato da certe statistiche fondate sul nulla, ai placebo in libera o quasi vendita, alla pubblicità che da sempre è l’anima del commercio, non intasando i Centri di Salute Mentale, non sottraendo assistenza a chi ne avrebbe veramente bisogno, in difficoltà non per propria scelta.
Sarebbe ora di cominciare seriamente ad assistere, non a sfruttare politicamente ed economicamente, gli ammalati mentali.

Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni, Arbiter, Il Mondo e La Verità). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi, definitivamente disgustato della codardia e della faziosità disinformante della carta stampata, ha deciso di collaborare solo con Stilum Curiae, il blog di Marco Tosatti. D'altronde il suo più spiccato interesse era e resta la comunicazione sul web, cioè il presente e il futuro della libertà di espressione. Ha fondato il sito https://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.
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