Sono una Ricchezza

ricchezza    http://www.pierolaporta.it/?p=11982Ricchezza e illegalità, come vanno intrecciandosi con l’immigrazione.

«Ricchezza, sono una ricchezza» L’insopportabile giornalista salmodiava: «Profughi, lavoratori e lavoratrici che vengono dall’estero, sono una ricchezza», annacquando l’ennesima tragedia in un laboratorio illegale, un fatiscente casolare, stipato di clandestini, uomini e donne in pochi metri quadri, per lavorare, dormire, mangiare, bere, defecare, orinare, forse amare, di certo odiare. E morire, peggio che schiavi. Ventuno ustionati gravi e sette arsi vivi, forse di più. Giuliano spense la tivvù.
Di là dal cortile, la sua fabbrica di laterizi di raffinata qualità spandeva i suoi ritmi con ossessiva regolarità.
Ecco il suo orgoglio; completamente automatizzata, a ciclo continuo, con solo cinque operai. Se fosse stato necessario, Giuliano avrebbe potuto farvi fronte anche da solo. Insomma il sogno d’ogni imprenditore: l’indipendenza.
Scelte le cave, individuati i tufi e le argille rosse, stipulati i contratti di fornitura e trasporto, cominciò l’avventura.
Giuliano, sebbene l’avesse progettata proprio lui, stupì e ancora stupiva osservando quanto flessibile e profittevole fosse la sua fabbrica.
L’argilla bagnata, mescolata, raffinata, compressa entro una forma, estrusa come un lungo torrone rossiccio, muoveva lenta, costante verso sottili fili d’acciaio, calati in rapida e silenziosa sequenza, per tagliarla in mattoni, tutti uguali, allineati per otto, marcianti sul nastro verso il forno a tunnel, per essiccarvisi e, dopo esattamente cinquantadue metri e trentaquattro centimetri, consegnarsi al robot che formava i “pallet”, pronti per il carico. Una potenzialità fino a 400mila pezzi al giorno, oppure meno se la domanda scemava o se lo imponevano lavorazioni particolarmente raffinate, non poche per le costruzioni di prestigio da un capo all’altro del mondo.
Abdi Sami, il capo operaio, controllava se il robot desse mai problemi. In tre anni era accaduto solo due volte, a causa d’un difetto del terzo nastro trasportatore.
Al termine di sei ore Sami sarebbe stato avvicendato da uno dei rimanenti quattro operai. Erano tutti marocchini, a lui sottomessi più d’una squadra di soldati al caporale. I turni se li regolavano da soli, senza necessità che Giuliano intervenisse.
Fra la gestione di mio padre e quella attuale, pensò Giuliano, ci sono anni luce.
Suo padre s’era rotto la schiena per fondare la fabbrica, con una trentina di operai. Dagli anni ’90 era cominciato un via vai sempre più convulso di immigrati. Era raro che avessero il permesso di soggiorno. Giuliano non ebbe il tempo di entrare nei meccanismi di gestione prima che suo padre se ne andasse per un infarto, proiettandolo senza preavviso nel ruolo di imprenditore.
Giuliano decise dalla sera alla mattina di ristrutturare e puntare tutto sull’innovazione. Quella fabbrica era quella fondata da suo padre. Giuliano era convinto che dovesse farla a sua misura per poterla gestire al meglio. La laurea in ingegneria glielo consentiva e tuttavia questo non diminuiva, tutt’altro, il peso della responsabilità.
Dopo otto mesi, la ristrutturazione andò a regime.  Dopo quattro anni – anni luce, come amava definirli – mai un incidente sul lavoro; portafoglio clienti vivace e cinque operai “in regola” con paghe soddisfacenti, e soddisfacenti pure i suoi guadagni.
In ventotto mesi aveva ammortizzato tre quarti dell’investimento. Da qualche mese però andava a velocità minima; da quando il mercato aveva rallentato la produzione si era ridotta progressivamente. Non di meno la fabbrica reggeva la concorrenza, nonostante le ricorrenti sorprese negative, causate dalla crisi incessante.
Questi erano i pensieri di Giuliano in quel momento, poi mutarono repentinamente, quando aprì la mail di Marco, il commercialista, col computo delle tasse da pagare entro giugno e, peggio che mai, con la proiezione, a parità di produzione, per i tre anni successivi; “a parità di produzione e vendita” significava essere in balia d’una crisi di mercato già imprevedibile. In un paio di minuti ebbe la misura di quanto la qualità della sua vita potesse precipitare; gli accantonamenti divenivano aleatori; era alle viste la sottomissione alle banche per ottenere capitali per l’esercizio, per acquistare materiali e pagare fatture, cioè proprio quanto s’era proposto d’evitare investendo tutti i suoi risparmi nella ristrutturazione.
Chiamò Marco per chiedergli di preparare un’altra simulazione in condizioni di mercato più critiche di quelle correnti. Marco, mentre discutevano di margini di variabilità del profitto e di tassi bancari, lanciò una domanda che parve senza senso: «Sami è ancora con te? Chiedigli com’è arrivato in Italia e nella tua fabbrica, anzi in quella di tuo padre.»
Ma che c’entra tutto questo? Si chiese Giuliano e lo domandò a Marco che sembrò non udirlo: «Secondo me dovresti assumere. Vieni da me appena possibile e ti dico che cosa fare e come. Meglio parlarne direttamente. Ti aspetto domani alle dieci, va bene?»
Sami terminò il turno due ore dopo e Giuliano lo trattenne. Gli chiese com’era arrivato in Italia e com’era stato assunto da suo padre.

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Cinque giorni dopo Giuliano andò in città, diretto all’ufficio immigrazione. Prima che Sami lo informasse sull’ubicazione, aveva immaginato che l’ufficio fosse nella questura o lì vicino; invece era fuori città, all’estrema periferia. La ragione fu chiara quando giunse nei paraggi: la città teneva a debita distanza quell’umanità brulicante, variopinta e disperata, attraversata da un’inquietudine palpabile, suscettibile di esplodere senza preavviso.
Seguì le istruzioni di Sami e s’arrestò un paio di isolati prima della destinazione. Lo attendeva Muhammad Aziz, uno yemenita con la faccia tale e quale a Totò, la cui somiglianza tuttavia sfuggiva perché priva d’alcunché di comico; gli occhi glaciali mettevano a disagio.
Aziz non spese molte parole. Scambiarono la formula di riconoscimento fornitagli da Sami e lo yemenita gli consegnò un quotidiano di tre giorni prima, raccomandandogli di tenere la prima pagina bene in vista. Gli indicò un bar dove lo avrebbe atteso e si allontanò senza aggiungere parola.
Nei locali dell’immigrazione Giuliano constatò che altri cinque o sei amavano i quotidiani vecchi. Aspettò senza curarsi degli innumerevoli postulanti e non badò, seguendo l’altra raccomandazione di Aziz, ai tanti che lo sopravanzavano a dispetto del numero che aveva ritirato dalla “macchina elimina code” all’ingresso.
Un paio di quelli col quotidiano vecchio furono chiamati; dopo una mezzora finalmente chiamarono anche lui: «Ramuso!» Non si chiamava Ramuso, ma faceva lo stesso, come Aziz l’aveva preavvertito. Fu introdotto in una stanza alquanto spoglia, sorprendentemente fresca nonostante la stagione e l’assenza d’un condizionatore. Dopo pochi istanti entrò un funzionario, molto distinto, abito su misura, Rolex al polso e modi molto cortesi.
«Buongiorno. Sono il dottor Levico» era il nome annunciatogli da Aziz «Lei ha necessità di trenta nulla osta per lavoranti stagionali, vero? Ha portato le domande e i documenti?»
Giuliano avvertì un certo imbarazzo traendo dalla borsa la busta coi “documenti” e, fra quelli, trentamila euro in biglietti da venti e da cinquanta.
Levico aprì la busta, ne controllò il contenuto e porse a Giuliano le carte che egli aveva già posato sul tavolo entrando nella stanza.
«Eccole i nulla osta per i trenta lavoranti che lei ha chiesto; hanno validità per novanta giorni. Se la sua ditta necessiterà di altri stagionali ce lo faccia sapere per tempo.»
Si strinsero la mano. Levico andò via precedendo Giuliano, il quale fu naturalmente indotto a indugiare qualche secondo, quindi guadagnò l’uscita a sua volta e salì in auto. Aziz lo attendeva, fumando nel bar. Non era il solo a fumare lì dentro. Prese dalle mani di Giuliano i documenti che gli avevano dato in prefettura. Non li controllò e li ripose in una borsa dalla quale trasse un’altra busta che consegnò all’imprenditore. Giuliano fece per aprirla ma Aziz lo precedette: «Sono novantamila, come convenuto» sussurrò senza mutare espressione «Non è necessario che li controlli, tanto meno qui dentro» girò lo sguardo verso i numerosi avventori «Ci rivediamo fra tre mesi e speriamo di poterne assumere ancora di più, non crede?» parlava un ottimo italiano con un lieve grottesco accento barese.
Giuliano non rispose, fissò il caffè ormai freddato. Aziz sembrava del tutto a suo agio. Dopo aver incassato, l’espressione aveva perso un po’ della durezza consueta e fissava Giuliano con dissimulato divertimento, canzonatorio quasi, consapevole che l’imbarazzo della “prima volta” presto avrebbe lasciato il posto alla soddisfazione per i guadagni.
«Dubito che potrò assumerne più di trenta» disse Giuliano come parlando fra sé «Questa quantità sarebbe critica già oggi se venisse un controllo.»
«Controllo? Quale controllo?» Aziz lo beffava «Sei entrato in un circuito dove i controlli non esistono, almeno non quelli che pensi tu. Ti diremo noi quanti assumerne di volta in volta. È un problema nostro.»
«Che ne faccio di trenta operai? Me lo dica lei» e marcò quel “lei” perché gli dava fastidio che Aziz gli si rivolgesse col tu.
«Non hai capito molto, ma capirai con la pratica e col tempo» lo yemenita era infastidito «A quelli interessa il permesso di soggiorno. Lo prendono e spariscono. Tu non devi risponderne, non sei il loro padre. Puoi mettere insieme più di centomila euro ogni tre mesi se fai come ti dico.»
Giuliano tornò verso la fabbrica, guidando insolitamente piano. Non sapeva se sentirsi sollevato per aver superato la crisi di liquidità o inquieto per aver oltrepassato un limite che una settimana prima neppure immaginava.
Quando vide Sami chiese a bruciapelo: «Quanto pagasti il tuo permesso di soggiorno?»
«Il triplo di quanto ti ha dato Aziz per ognuno.» Il tono di Sami era mutato e gli dava del tu come prima non accadeva.
«Ma sì, non facciamone un problema… Dopo tutto, è vero» pensò «Questi qui sono una ricchezza.»
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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

Una risposta a Sono una Ricchezza

  1. Enrico dice:

    Chi pensa che costoro siano una ricchezza ha la lungimiranza di chi sega il ramo dell’albero su cui è poggiato.

    Sono una ricchezza, invece, alcune categorie di immigrati negli USA, in particolare gli ingegneri informatici indiani, che attraversano una ferrea selezione e sono considerati i migliori del mondo.

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