Salvini Dica la Verità sulle Dimissioni

Matteo Salvini spiega le dimissioni coi “no” di M5S e i complotti della UE.  Davvero questa la ragione? Oppure egli è parte dello “scenario greco” che stanno costruendo a nostro danno? #salvinidiccilaverità

Mancava solo lui, Matteo Salvini, il 1° Ottobre,  al ricevimento offerto da Xi Jinping per il 70esimo della Repubblica Popolare Cinese? Per quanto inopinata appaia tale domanda, è giustificata perché più d’una importante circostanza non torna fra quanto dice e quanto fa, Matteo Salvini, a proposito della Cina. La questione riverbera sulla politica italiana, sulla nostra sicurezza e sul nostro prossimo destino. Tutto fa temere uno scenario simile a quello vissuto dalla Grecia nel 2015, a vantaggio della Germania. Questa volta ad avvantaggiarsi a nostre spese sarebbe la Francia, grazie a un governo che svende l’Italia e a un’opposizione che fa finta d’opporsi. Andiamo con ordine e stiamo sui fatti.

Il contratto di governo [leggi qui] sottoscritto da Matteo Salvini e da Luigi Di Maio non accenna alla Cina, non di meno l’Accordo con la Cina fu firmato lo scorso marzo da Giuseppe Conte e Xi Jinping. E’ stato il principale atto internazionale del primo governo Conte. Eppure se Salvini avesse posto il veto, l’accordo con la Cina sarebbe stato bloccato. La storia e la politica non si fanno coi se e i ma, d’accordo, ma è proprio per questo che si fanno i giochi sporchi, per piegare gli antagonisti al proprio interesse. Cerchiamo di capire chi aveva interesse a piegare chi altri.

Se Salvini avesse fermato l’Accordo con la Cina, il sostegno di Donald Trump non gli sarebbe mancato. Come vedremo, il presidente statunitense ha preferito infine metterci nelle mani dei francesi, coi quali oggi ha interesse a collaborare contro la Cina. Eppure la contrarietà degli Usa all’accordo con la Cina fu comunicata con chiarezza a Salvini, sia attraverso i canali diplomatici e ufficiosi, come pure da tutti i suoi più stretti collaboratori. La firma dell’Accordo non ha fatto bene neppure alla coesione del governo. Le schermaglie fra Lega e M5S sono infatti andate crescendo immediatamente dopo la stipula dell’Accordo. E’ stato come se M5S, ottenuto il risultato strategico di sottoscrivere la Via della Seta e, come vedremo, fare felice il suo padrone tedesco, ha reputato secondaria la sopravvivenza del primo governo di Giuseppe Conte, l’uomo che sussurra ad Angela Merkel. Il Capitano, quello che sembrava e tuttora sembra destinato a prendere in mano le sorti dell’Italia, Matteo Salvini, è invece finito in un vicolo cieco. Ha staccato la spina al governo l’8 agosto, sperando che da Biarritz, dal G7, arrivasse la spallata per ottenere le elezioni. Non è stato così. Qual è dunque il vero motivo per cui Salvini ha dato luce verde all’Accordo con la Cina? Quali le vere ragioni del suo suicidio politico? E’ opportuno che Salvini torni in scena da protagonista?

Prime 2 domande a Matteo Salvini:
1) Perché lasciò firmare l’Accordo con la Cina?
2) C’era una clausola segreta sulla Cina nel contratto di governo col M5S?

Dopo la firma dell’Accordo, Di Maio dichiarò: «L’Italia è più sovrana. È solo un’opportunità commerciale, gli Usa restano nostro principale alleato» e concluse «Sulle telecomunicazioni saremo vigili». Come vedremo, solo Giuseppi eserciterà tale vigilanza. In precedenza s’era svolta una sceneggiata, il cui protagonista, Salvini, nell’imminenza della firma, si produsse in una lungo rosario di colorite dichiarazioni di contrarietà alla Via della Seta. Dichiarazioni sì colorite, altisonanti, ottime per occupare le prime pagine; alla prova dei fatti palesemente inutili. Non fece alcunché di concreto, Salvini, per bloccare l’Accordo, sebbene avesse il movente – la dichiarata avversione al regime cinese – e il potere politico, quindi il diritto e l’opportunità poiché, ripetiamolo, il contratto di governo neppure menziona la Cina [leggi qui].
Perché Salvini lasciò fare l’Accordo se non era previsto dal contratto col M5S? Perché non fermò l’Accordo se era contrario? C’era forse una clausola segreta sulla Cina, con la benedizione di Sergio Mattarella, nel contratto di governo? Qualcosa era nell’aria mentre firmavano e OltreLaNotizia non mancò di rilevarlo [leggiConte e Di Maio sulla via della Feta con la benedizione di Mattarella]

Quando Salvini guardava a EST

Ma Salvini era davvero contrario alla Via della Seta oppure fece solo una sceneggiata a uso della stampa? Facciamo un passo indietro, 26 agosto 2014. Salvini va in Corea del Nord con una delegazione di parlamentari. C’era Laura Venittelli del Partito Democratico,  un altro della Lega, Stefano Borghesi, un senatore M5S, Gianluca Castaldi, due deputati di Sinistra Ecologia e Libertà, Arcangelo Sannicandro e Gianni Melilla. La stella della delegazione era Antonio Razzi, presidente dell’Associazione parlamentare d’amicizia Italia-Corea del Nord. Razzi è pure collaboratore di Giancarlo Elia Valori, accreditato ovunque, a cominciare da Pechino e da Pionyang, senza dimenticare il Vaticano, presso i quali surclassa di molte spanne quanti si gabellano insostituibili lobbisti. Elia Valori, per capirci, è stato ospite d’onore al ricevimento offerto da Xi Jinping per il 70esimo della Repubblica Popolare Cinese.

Nella delegazione italiana che nel 2014 si recò a Pionyang c’erano 007 italiani, variamente accreditati. Salvini e Razzi facevano coppia fissa, distaccandosi la sera dalla delegazione. Furono persi di vista molto spesso. Chi incontrò Salvini fuori dall’agenda ufficiale?
Sceso dall’aereo che lo riportava in Italia, Salvini si dichiarò entusiasta non solo della Corea del Nord: «Cina, India e Russia: ci andrò in autunno. Sarò il portavoce delle imprese italiane che se ne sbattono delle sanzioni di Bruxelles e Washington contro Pionyang» e concluse:«Bisogna guardare a Est». E tessé le lodi della Corea del Nord:«Un Paese molto diverso dal nostro, un’opportunità gigantesca per i nostri imprenditori. Hanno bisogno di molte cose e l’embargo nei loro confronti è idiota».

Se quello era il programma politico di Salvini nel 2014, oggi, da marzo 2019, a cinque anni dalla gita a Piongyang non solo ha fatto un po’ di pasticci con la Russia, irritando anche Putin, ma è sembrato aver mutato parere sulla Cina. Mentre infatti fervevano i preparativi per accogliere il dittatore cinese Xi Jinping, ripetiamolo, criticò il regime cinese, rilasciò una quantità di dichiarazioni ostili a Pechino; disertò perfino la cena al Quirinale in onore di Xi Jinping. Molte chiacchiere rumorose. Nei fatti, ribadiamolo, mandò in porto l’Accordo, proprio come avrebbe fatto nel 2014, ai tempi della gita in Corea del Nord, insieme a Razzi, collaboratore di Elia Valori, quando sosteneva che «Bisogna guardare a Est». A prima vista non si capisce se ha mutato idea nel 2109 rispetto ai tempi della gita coreana, oppure se ha mutato solo tattica per arrivare al risultato  che aveva in mente sin dal 2014. Può spiegarlo, Salvini?

La lobby filo cinese è mutata; Salvini è rimasto spiazzato

Dal 2014, quando Salvini e Razzi se ne andavano a spasso di notte per Piongyang, sfuggendo ai nostri 007, incontrando chissà chi, il mondo è cambiato. L’asse franco prussiano allora era un monolite, schierato compattamente dietro Pechino, anche se a chiacchiere fedele alla NATO. Oggi la Cina vi ha aperto una crepa, come vedremo.
Nel frattempo le regioni italiane che producono il 60% del PIL sono passate tutte in mano alla Lega, tranne la Liguria. Se chiudessero i rubinetti, il Palazzo e la UE non avrebbero come domarle. E’ una situazione nuova e del tutto singolare. Il IV Reich è una tigre di carta che può mungere l’Italia solo finché lo consentono Torino, Genova, Milano, Venezia e Udine, ma deve genuflettersi alla Cina o agli USA, se non a entrambi. Nello stesso tempo, piccoli paesi come Ungheria, Repubblica Ceca e Austria tengono testa alla Commissione UE, con poche chiacchiere e molti risultati. Al contrario, un paese importante come l’Italia fa molte chiacchiere e pochissimi risultati. Però le vacche che producono il 60% del PIL a sera tornano nella stalla e va bene a tutti, per ora, finché quelle regioni rispondono a un politico, Salvini, vociante ma controllabile alla prova dei fatti.  
Dopo tutto saremmo un paese forte e produttivo, ma i nostri politici sembrano non accorgersi delle opportunità che si offrono. Per esempio, come dicevamo, s’è aperta una crepa importante fra Germania e Francia, ma non ne abbiamo assolutamente approfittato. Accade che le banche tedesche, nonostante le ruberie in Europa, scricchiolano. La Francia nonostante le ruberie in Europa e in Africa, pur sforando da sempre il fatale 3%, è in continuo tumulto interno. La Cina, mentre divampa la guerra dei dazi con gli USA, ha difficoltà a lanciare in Africa la sua moneta, lo Yuan, perché vorrebbe soppiantare il Franco della Comunità Africana (FCA), spezzando così il cuore al caro Macron. 
La Germania, maggiore esportatore in Cina, è schierata con Pechino contro Trump e i suoi dazi. Al contrario Macron s’è accodato a Trump, senza alzare la voce sui dazi, ma bene attento a ingraziarsi il tycoon pur di salvaguardare il prepotere del FCA in Africa. Insomma Macron e la cara Angela Merkel non vanno più d’amore e d’accordo come un tempo, almeno sui dossier Africa e Cina. Si è aperta così nel IV Reich una frattura insidiosa. Avremmo potuto approfittarne, almeno dando una spallata al FCA nel parlamento UE, invece non abbiamo fatto nulla. Avremmo potuto allargare la frattura fra Merkel e Macron, ma non abbiamo fatto nulla. Salvini non ha fatto nulla.

Salvini non ha mai attaccato la Francia per la sua politica di sfruttamento bestiale dell’Africa e per il Franco della Comunità Africana. Perché?

In Italia solo Alessandro Di Battista parlò oltre un anno fa di FCA, dicendo sciocchezze. L’immigrazione non è l’effetto principale del FCA, come sermoneggiò Dibba, è peggio. Il FCA consente alla Francia di rapinare metà delle risorse di 14 paesi africani e, grazie alla parità fissa con l’Euro, garantita dalla BCE (cioé da tutti noi), stampare, senza alcun controllo della stessa BCE, moneta convertibile con l’Euro; altro che sforare il 3%.. Dal FCA conseguono crimini contro l’umanità e contro i Trattati UE. Dibba ne tacque. In realtà, a tale riguardo, ha parlato molto più di altri, per esempio molto più di Salvini. Economie come quella cinese a livello globale e quella francese in Africa  muovono masse enormi di denaro nero, creano cioè corruzione, pervertono la politica con concatenazioni che vanno al di là degli schieramenti politici, assoggettati al potere finanziario.  
Perché Salvini tace sul FCA? 
Fin qui i fatti. A questo punto è d’obbligo chiedersi se Salvini, nel 2014, durante il viaggio in Corea del Nord,  sia stato agganciato da una lobby trasversale. Quando egli staccò la spina l’8 agosto obbedì agli ordini di quella lobby? Gli avevano assicurato un segnale positivo da Trump? L’incoraggiamento arrivò invece a Giuseppi, che disdetta.

Oggi il IV Reich per schiacciarci gradisce il modello di controllo greco, i cui successi abbiamo ammirato nel 2015. Tradotto in italiano e portato ai giorni correnti, si fa così: da un lato una fazione filo francese a spolparci; sull’altra sponda, apparentemente avversa, l’opposizione vociante e vana.

Mutatasi la situazione dal 2014, in conclusione, la Via della Seta ci ha tagliato i ponti con gli Usa e con Putin, cui la Cina dà l’orticaria; ci ha isolato, consegnandoci nelle mani della Francia. E’ bastata una cena al G7 di Biarritz, fra Trump e Macron, per scaricare Salvini con un twitter. Scrivemmo lo scorso 21 agosto che la crisi di governo non si decideva in Parlamento [leggi qui]. Eppure non si poteva immaginare che la nostra sorte sarebbe stata decisa, fra una frittatina e un filetto, al G7 di Biarritz, con un twitter. Tanto pesava Salvini, tanto pesiamo oggi.

Vecchi scenari tornano con costumi nuovi come in Grecia

Dall’assassinio di Aldo Moro sottomettono maggioranza e opposizione. Dopo il 1978, USA e Urss si spartirono i compiti. La finanza italiana andò sotto le banche americane, secondo il modello di debito pubblico, presentato da un professorino, allora assistente di Beniamino Andreatta, un tale Mario Monti. Quando il futuro senatore a vita finì di illustrare il suo modello di debito pubblico, in Bankitalia, era il 6 giugno 1981. Ebbe un applauso scrosciante. Da quel momento il debito pubblico italiano sarebbe salito in verticale, irrefrenabilmente.
Era un modello usuraio e metteva d’accordo tutte le forchette di DC, PSI e PCI, realizzando il vero “compromesso storico”, sgradito solo a San Giovanni Paolo II, il quale, meno d’un mese prima della brillante esibizione di Monti a palazzo Koch, ebbe l’opportunità di diventare santo con largo anticipo.
Torniamo ai giorni nostri. I vecchi modelli sono superati, gli antichi protagonisti sono svaniti, gli attuali trascolorano a comando.
Oggi il IV Reich per schiacciarci gradisce il modello di controllo greco, i cui successi abbiamo ammirato nel 2015. Tradotto in italiano e portato ai giorni correnti, si fa così: da un lato una fazione filo francese a spolparci; sulla sponda apparentemente opposta, l’opposizione vociante e vana – per intenderci, come nel caso greco i trascoloranti Varoufakis e Tsipras – senza alcuna reale prospettiva, pronti a farsi da parte a comando, magari con l’aiuto di magistrati collaborazionisti e lobbisti ricattatori. Mentre la pressione fiscale schiaccia ogni possibilità di crescita e obbliga a vendere, a vantaggio oggi soprattutto dei francesi. Come da copione, seguono manifestazioni oceaniche, tonitruanti comizi e disordini dei soliti fascisti e dei black block. E nessuno perde il sonno, né Mattarella,Gentiloni, né Giuseppi, tanto meno Trump,  MerkelMacron. La macchina spolpatrice va avanti, trasferendo ricchezze ai francesi, come le elleniche andarono ai tedeschi. Quanti dubitano, osservino: rinfocolano i negoziati per regalare il mare sardo ai francesi, mentre già doniamo gas del mare pugliese alla Total. Gli ecologisti sardi e quelli pugliesi sull’attenti dicono “oui monsieur”.
Agli USA interessano di noi solo le basi militari e il 5G. Macron garantisce a Trump che Giuseppi e gli organi costituzionali italiani siano più affidabili della Costa d’Avorio. 
Il primo Consiglio dei ministri del Conte bis non ebbe, come si disse, l’obiettivo di smontare le leggi anti immigrazione del Friuli, figurarsi. Il primo atto di Giuseppi fu esercitare il “golden power” sul 5G, rassicurando Trump; basti leggere il resoconto della prima seduta del governo macronizzato. Come disse Di Maio? «Sulle telecomunicazioni saremo vigili». Coma vigile per un anno oppure Giggino e Matteo stavano tentando uno sgambetto sul 5G a favore della Cina?
L’italia oggi con Giuseppi è carne di porco. Non sarà una manifestazione oceanica a salvarla.
Quanto rimane della classe dirigente italiana indipendente, ammesso ve ne sia ancora, rifletta sulla selezione dei leader, sul sostegno che si deve loro e sul controllo da esercitare su di loro. Occorre aggregarsi per difendere gli interessi nazionali, uscire dai ricatti incrociati e – soprattutto – restare nella UE, costringendola a democratizzarsi. La Francia vuole spolparci come l’Africa. Quanti lo negano sono idioti o collaborazionisti, oppure ambedue. Occorre riprendersi il potere e l’indipendenza prima delle scadenze elettorali, liberandosi dai ricatti, quali che siano. Occorre un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale. Occorre un miracolo. Ultima domanda per Salvini: perché dovremmo fidarci ancora di lui? Dica la verità, non tema di dirla. Egli sa che la verità lo renderebbe libero.  www.pierolaporta.it

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

5 risposte a Salvini Dica la Verità sulle Dimissioni

  1. Alexandre Berthier dice:

    Caro Piero,
    nel marzo del 2018 mi sono convinto che Salvini fosse il meno peggio di quanto c”era in circolazione. Trascorso un anno è apparso una nullità assoluta: non ha idea di cosa significhi essere un uomo di governo, non ha capito chi è e che immensi poteri può esercitare il ministro dell’interno (senza bisogno dei demenziali decreti sicurezza), non sa nulla di come ci si muove in politica estera, non conosce neppure i regolamenti parlamentari. Sa solo raccogliere consensi inutili con le sue pagliacciate. Non ha consiglieri di livello adeguato. Ha permesso provvedimenti demenziali come il reddito di cittadinanza. Conte e Di Maio hanno dimostrato di essere molto più in gamba di lui.
    Concludo, peggio della grandine!
    Per il resto, caro Piero, noi non abbiamo politica estera né siamo governati (dal 1946 in 73 anni abbiamo cambiato 68 governi).
    Ci serve solo, mi spiace dirlo, qualcuno che azzeri la situazione. Basterebbe anche affittare Erdogan per un paio di anni. Potrebbe dedicarci magari due tre pomeriggi a settimana!
    Buttiamola a scherzare, è meglio.

  2. sigmund dice:

    Articolo complesso e preoccupante soprattutto se tornano alla mente le parole del compianto presidente Andreotti: a pensar male si fa peccato…. con quel che segue.

    La distruzione della classe politica in grado di capire i meccanismi complessi della politica internazionale, e dunque difendere gli interessi nazionali, è stato l’inizio di questa rovina, l’effetto della gioiosa macchina da guerra messa in atto da quel PCI che si è poi trasformato con varie giravolte nell’attuale PD. Siamo diventati
    una sorta di DDR, quella Repubblica democratica che governava nella Germania dell’EST e che non ricordo fosse tanto democratica.

    Tutto avrei pensato nella mia vita tranne che un giorno avrei rimpianto un partito comunista DOC pur di non dover assistere allo squallore di una politica ridotta a gag da avanspettacolo.

    Alla fine sono certo che troveremo una via d’uscita perché l’Italia è sempre stato un grande paese, erede di un grande impero e di una civiltà cristiana che pure sembra scricchiolare e perdere pezzi ma che alla fine trionferà.

  3. A me sembra che l’articolo,pur toccando argomenti di indubbio interesse,lasci aperti molti interrogativi e non pervenga ad alcuna conclusione. Chi è l’Italia oggi nella scacchiere mondiale del (libero) commercio ? Da che parte sta ? E come si può sorvolare sulla realtà che ci vede ospitare decine e decine di basi militari USA,senza che questo aspetto venga tenuto in debita considerazione ? Perchè non si fa alcun cenno del lusinghiero giudizio di Trump su Giuseppi ?

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