Moneta, Risparmio, “Glebalizzazione” – di L.Prando

Servi della gleba: vincolati alla terra e alla volontà del padrone. Moneta e risparmio per la… “glebalizzazione”: un ritorno al passato per il futuro della globalizzazione? Il marketing editoriale lancia libri sull’evoluzione del denaro, dei risparmi e delle condizioni socio-economiche, con sorprendente successo di vendite: un segnale delle paure che attanagliano la gente comune a causa di un futuro indecifrabile.

Per approfondire i legami fra guerra tradizionale e guerra economica, nonché la spinta di questa verso la guerra nucleare digita qui

https://youtu.be/A3s06IMG03s

I titoli: “Il denaro di domani” (testo antologico di Montgomery Butchart, risalente agli anni ’30, recuperato da Antonino Galloni ex Direttore Generale al Ministero del Lavoro negli anni propedeutici all’euro, 1990-2002); “La società signorile di massa” del sociologo Luca Ricolfi e “Glebalizzazione: la lotta di classe al tempo del populismo” di Diego Fusaro, brillante professore di filosofia non ancora quarantenne.
L’attenzione principale va a quest’ultimo, una summa del pensiero ottocentesco e novecentesco, non fosse altro per la ponderosa bibliografia a supporto, che interpreta l’attuale situazione socio-economica e propone un “che fare” futuro, ambedue in chiave paleo-marxista. Nel contempo introduce l’ipotesi del ritorno con la globalizzazione, ai servi della gleba attualizzati e contrapposti ai signori globali, in una nuova lotta di classe globale.
Un testo ideologico marxista che non tiene in nessun conto l’economia, neppure la grande economia marxiana, né la differenza tra “struttura”, ossia produzione (o trasformazione di materie prime in prodotti finiti cui è stato aggiunto il plus-valore del lavoro) che sostiene tutto il resto, ossia la “sovra-struttura”. Senza lettura marxiana non si potrebbe capire né la rivoluzione industriale né il primato dell’economia su politica, storia, organizzazione sociale, cultura, filosofia, arte, ecc.[1] (dei riferimenti marxiani potrebbero essere “Produzione di merci a mezzo di merci” dello Sraffa e “Storia sociale dell’arte” dell’Hauser).
Ma Fusaro, grazie al grande bagaglio culturale che lo sorregge, ha colto i tre fatti correlati, dirimenti il passato dal presente e dal futuribile: l’abbattimento del muro di Berlino, che ha liberato l’establishment dalla minaccia sovietica, che l’aveva obbligato, in Europa, a spartire, almeno in parte, la propria ricchezza e il proprio potere con fasce sempre più ampie di popolo. Nel secolo scorso il welfare dell’Europa Occidentale era di gran lunga il più generoso nel mondo.
La caduta del Muro ha consentito all’establishment di ricacciare le masse popolari verso condizioni da servi della gleba.

Com’è stato pagato questo welfare? Prima di tutto con l’ampliamento di ciò che viene chiamato “cuneo fiscale”, cioè la differenza tra il netto in tasca al lavoratore e il costo totale del suo lavoro; poi con l’IVA.
La somma dei due valori fa sì che, di 100 euro di costo del lavoro, tra i 60 e i 70 ritornino allo Stato. Tutto ciò non è bastato, dovendosi ricorrere all’ampliamento del debito pubblico, sia pure con diseguaglianze tra paese e paese.
Fusaro vede l’origine della glebalizzazione nella globalizzazione, nell’allargamento mondiale degli scambi commerciali, come se vi fosse un Signore planetario ricco sfruttatore di Servi altrettanto planetari.
Nella realtà storica questa era la condizione del mondo occidentale, però costretto alla solidarietà tra stati e coi popoli, in opposizione al nemico comune.
Oggi, caduto il Muro di Berlino, siamo tornati alla contrapposizione tra Stati sovrani, i 4 grandi Cina, Stati Uniti, Eurogermania e Russia, nonché altri, fragili flottanti, potenziali Titanic tra i 4 iceberg.
Tre di questi (Cina, Eurogermania e Russia) si appropriano di benessere altrui avendo la bilancia import-export attiva, gli Stati Uniti, pur potendo essere totalmente autarchici, regalano parte della propria ricchezza a tutti.
Per quanto tempo questo squilibrio possa durare non è prevedibile. Tale squilibrio dovrà tuttavia ridursi se non eliminarsi del tutto, indipendentemente da chi conquisterà la Casa Bianca nel 2020.
Il confronto fra le quattro potenze evidenzia infatti pesanti squilibri.
Il PIL degli Stati Uniti è il più grande del mondo (20.000 miliardi dollari), prodotto da 325 milioni di abitanti con una bilancia import-export in rosso di quasi mille miliardi.
La Cina è seconda per il PIL (13.000 miliardi) ma di gran lunga prima come popolazione (1,4miliardi) e come attivo import-export (1.000miliardi).
Seguono le due potenze europee: Eurogermania (Germania, Paesi Bassi, Belgio/Lussemburgo con l’aggiunta dei satelliti Repubbliche Baltiche e Austria) e Russia. Hanno popolazione quasi pari (130 milioni i primi, 140 la seconda).
Eurogermania ha un PIL di 6.000miliardi e una bilancia import-export attiva per 160 miliardi.
Russia col PIL di 3.000miliardi e 120miliardi di attivo import-export, è potenza economica di secondo rango, avendo PIL del livello di Francia e Inghilterra, ben lontano da quello giapponese di quasi 5.000 miliardi, con un attivo import-export di 60miliardi e una popolazione di 125milioni, in riduzione programmata di almeno 5 milioni nei prossimi 10 anni.
Non ci sono evidenze, nella pratica odierna, di identità o unità di establishment tra i 4 grandi, anche se gli Stati Uniti esportano le proprie crisi a livello mondiale. Nel 2008, la crisi del credito immobiliare ai privati provocò un rallentamento globale dell’economia.
Al contrario, risaltano profonde differenze e aspra competitività sovranista tra i vari establishment.
In USA economia e finanza si sovrappongono al punto che aziende senza assets, come Facebook e perfino senza fatturato consistente come Tesla, capitalizzano in Borsa più di Ford o General Motors. Le capacità dei vertici aziendali vengono misurate sull’andamento trimestrale delle azioni (Trump aveva proposto, senza successo, di arrivare ad almeno 6 mesi).
La Cina è retta da un sistema feudale relativamente chiuso, controllato dal partito e dall’esercito con a disposizione una sterminata popolazione di servi della gleba.
L’Eurogermania, imponendo l’euro e la propria politica monetaria con la propria banca, BCE, sfrutta, come propri servi della gleba, i popoli del resto dell’Europa (Italia inclusa), ossia come terzisti, fornitori di parti a basso valore aggiunto che, assemblate nel prodotto finito, vengono rivendute nel mercato globale (anche a chi tali parti ha fabbricato) ad alto valore aggiunto.
Mentre in Russia l’establishment politico-economico sopravvive principalmente grazie all’esportazione di materie prime energetiche, impegnato ancora adesso nella trasformazione della vecchia casta comunista in borghesia imprenditoriale e, in politica estera, a ricreare stati cuscinetto satelliti ai propri confini: per ora la Russia non ha né mezzi finanziari né economici per influenzare/attrarre altri paesi in una sfera di alleanze.
Queste considerazioni sembrano contraddire l’ipotesi Fusaro: cioè che la caduta del muro di Berlino, con la fine del bipolarismo tra Occidente e Unione Sovietica, abbia portato al bipolarismo “marxista” planetario tra Signori e servi della gleba. Al contrario, nella globalizzazione dei commerci, vi è una frantumazione “sovranista” del mondo, dove si notano sia il processo di “glebalizzazione”, da parte dell’Eurogermania, del resto dell’Europa, sia le aspirazioni di dominio globale dell’Impero Feudal-Glebalista Cinese. Dal canto suo, l’attore più forte, gli USA, non sembra ancora aver trovato il proprio ruolo, mentre la Russia non ha i mezzi per averlo.
Sul teatro planetario opera una quinta forza, l’Islam, dotato di strumenti unitari come la religione, il governo teocratico, un libro sacro che compendia regole religiose e socio-giuridiche, non di meno flessibile a seconda delle circostanze, per dare sostanza politica allo “spirito di rivincita” delle popolazioni più povere del globo verso “l’uomo bianco”, vessatore all’origine della loro povertà.
A leggere con onestà la storia si scoprirebbe che gli uomini bianchi si sono vessati assai più tra di loro di quanto abbiano vessato gli uomini colorati e di quanto costoro si sia vessati reciprocamente.
L’Islam in Oriente ha poca fortuna sia perché lì di bianchi non ce ne sono più, sia perché l’establishment locale non si fa troppi scrupoli nel reprimerlo con le armi.
La sua terra di conquista è l’Europa, con l’immigrazione ed il differente tasso di natalità rispetto alle popolazioni locali.
In aggiunta ha trovato due alleati. Innanzi tutto l’imprenditoria per alimentare il dumping salariale e la flessibilità nel lavoro (la glebalizzazione, presente anche nell’Eurogermania) evitando investimenti fissi per l’aumento della produttività.
Il secondo alleato è questo Papato e i vertici del Vaticano, vocati, come sembrano, al sincretismo polireligioso e teocratico, base mistica del pauperismo glebalista.
Il fattore principale di potere islamico risiede paradossalmente nel nostro ritardo tecnologico.
Da un lato siamo gravati dall’impossibilità di stoccare in misura rilevante/sufficiente l’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili ma discontinue come sole e vento.
Dall’altro siamo incapaci di utilizzare il movimento continuo delle acque (correnti marine, lacustri, fluviali e maree) e le potenzialità nucleari.
Tutto ciò rende tuttora indispensabili le fonti energetiche minerarie.
Fin tanto che questi gap tecnologici non saranno colmati, i paesi islamici dei petrodollari continueranno ad accumulare surplus di capitali da utilizzare sia per finanziare l’espansione della loro religione sia per occupare, con gli investimenti dei loro “fondi sovrani” segmenti crescenti di potere finanziario internazionale.
Parafrasando il titolo di un film (“Sotto il vestito niente”), “sotto il petrolio niente”: i paesi dei petrodollari (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait ed Oman) mettono insieme circa 50 milioni di abitanti, dei quali più della metà stranieri (sia a livello apicale che di servi della gleba senza diritti). Costoro mandano avanti tutto lavorando, i restanti sono “cittadini effettivi”, dalla vita agiata grazie a rendite e e privilegi di cittadinanza,
in quest’area il PIL totale, a seconda della congiuntura petrolifera, oscilla tra i 2.500 e i 3.000 miliardi dollari, cioè 50-60.000 pro capite. Dal computo rimangono esclusi gli utili dei “fondi sovrani” e molte attività economiche statali e private.
Senza la necessità di petrolio, questi paesi e l’Islam sarebbero del tutto marginali, destinati al limbo del sottosviluppo, alle guerre tribali-religiose tra il largamente maggioritario Islam Sunnita ed il minoritario Islam Scita Iraniano.
Sul grande Oceano Orientale, il Pacifico, si affaccia l’apparentemente strampalato, paradossale Paese del Bengodi che contraddice la regola aurea della vecchia economia (se un bene è scarso aumenta di valore, se è abbondante perde valore). Il paese più modernamente tecnologico del mondo, il più tradizionalista, il più refrattario a cambiare i propri rituali millenari, il più capace di gustare il meglio del resto del mondo, il paese illusosi meno di un secolo fa di poter conquistare con le armi tutta l’Asia continentale verso ovest (Cina inclusa) e tutta l’Asia insulare verso est; è il Giappone, l’unico paese al mondo ad aver subito la punizione nucleare.
Contrariamente al resto del mondo, dov’è sempre insufficiente rispetto alle necessità, in Giappone il denaro abbonda poiché la sua Banca Centrale ne stampa senza limitazioni per finanziare, a costo zero, sia lo Stato che l’economia privata.
Lo Stato si indebita senza remore fino all’astronomica proporzione di due volte e mezzo il PIL, 12mila miliardi di dollari, in pancia alla Banca Centrale Giapponese e agli istituti finanziari giapponesi.
Le famiglie preferiscono il contante e, fidandosi delle banche nazionali, vi hanno depositato quasi 10.000 miliardi.
Secondo le leggi della vecchia economia il debito pubblico giapponese dovrebbe valere meno della carta straccia, invece è ambito dagli investitori esteri, cui ne è stato concesso solo il 10%, come investimento sicuro.
Carta straccia dovrebbe essere la moneta nazionale, con un cambio nero in continuo aumento, con gli scugnizzi nelle strade che vi offrono valige di yen per pochi dollari o euro, invece è considerata una moneta rifugio.
Inspiegabile miracolo? Il denaro giapponese non è più il fine dell’economia ma il mezzo per l’economia.
Il denaro è ricchezza solo quando si trasforma in assets materiali ed immateriali, in servizi hardware e software.
Questo rende il Giappone il paese veramente più ricco del mondo.
In Giappone la locuzione “egli è ricco, ha i soldi” si traduce “egli è ricco ha i mezzi di produzione”.
È la conferma dell’economia marxiana della produzione di merci a mezzo di merci e lavoro, non più manuale ma di macchine e robot.
Il Giappone è il paese con la più alta percentuale di vecchi al mondo (per di più l’alimentazione a base di verdure e pesce aiuta la longevità), cui vengono pagate importanti pensioni che, spese, fanno girare l’economia e sostengono le entrate fiscali. Se risparmiate, aumentano le disponibilità per l’acquisto del debito.
Il saldo nati-morti è passivo di circa 500.000 anime l’anno, ma nessuno si preoccupa (prima della cretinata “ci stiamo estinguendo” ce ne vuole di tempo). Anzi, in questo modo la disoccupazione tende a zero. Nessuno pensa ovviamente alla “cretinata” “immigrazione”: confini chiusi e basta; se manca mano d’opera si adopera un robot fabbricato in Giappone.
Se uno vuole lavorare trova occupazioni dignitosamente remunerate, se uno ci mette anche l’efficienza guadagnerà di più, se uno non vuole lavorare, tra le pieghe del welfare se la caverà, comunque anche lui alimenterà i consumi.
L’economia giapponese cresce poco ma, riducendosi nel contempo la popolazione, cresce a sufficienza per migliorare la qualità della vita dei cittadini.
Fusaro invita i servi ad una rivoluzione paleo-marxista social-sovranista paese per paese. Il Giappone è il primo stato neo-social-democratico sovranista 5.0, cui forse aggiungere l’esperimento danese e norvegese.
L’Italia, fino alla caduta del muro di Berlino, è stata un quasi Giappone europeo, anche se castrata nel 1980, imputati principali Andreatta, Ciampi e, l’allora giovane promessa Monti, dalla sottrazione della sovranità monetaria (con il conseguente aumento del costo del denaro e del debito pubblico) e, negli anni ’70, aggredita dalla guerriglia rossa e nera pilotata e finanziata da paesi presunti amici, Germania, Francia e Gran Bretagna in testa. Anche il Giappone subì trattamenti analoghi ma non mollò la sovranità monetaria.
Caduto il muro di Berlino, ebbe mano libera la cricca europeista con il colpo di stato giudiziario che decapitò metà della dirigenza economica e politica, lasciando a piede libero l’altra metà ugualmente imputabile degli stessi reati: per i successivi trent’anni la nostra economia venne scientemente demolita per favorire l’Eurogermania e sostenere la Francia: via la chimica, l’elettronica, le tele-comunicazioni, l’industria automobilistica, l’energia atomica. Sono scomparsi marchi e produzioni prestigiose con le loro quote di mercato, gli elettrodomestici. Fu fatta a pezzi l’Enel. Il territorio e infrastrutture lasciati senza manutenzione.
Alle soglie del 2020 l’Italia è nell’immediato dopo-guerra di una guerra persa dai suoi generali per fellonia, dabbenaggine e speranze mal riposte.
Per trent’anni gli italiani, minacciati ogni giorno da previsioni catastrofiche, hanno speso poco, investito ancor meno, risparmiato molto.
Oggi gli italiani posseggono più case e più fabbricati industriali del necessario, il cui valore di mercato si è eroso invece di aumentare.
Gli italiani dispongono di un patrimonio di 4.500 miliardi di euro in contanti, il doppio del debito pubblico, che si stanno lentamente contraendo. Questa illusione di ricchezza (Ricolfi) ha attirato 10 milioni di immigrati (tra naturalizzati, residenti regolari, clandestini e richiedenti presunto asilo) nella speranza di ridurre il costo del lavoro senza investire nella produttività. Ciò ha causato più di 5 milioni tra poveri e disoccupati (italiani e stranieri), ha aumentato la delinquenza organizzata e comune, la corruzione dei vertici dello Stato e le tensioni sociali, ha alimentato le guerre tra poveri, degradato le città, tolta ogni speranza di futuro alla gente comune.
È la Caporetto delle Caporetto, senza che l’establishment degli ultimi 10 anni abbia espresso alcuna idea di una linea di resistenza, la linea di un Piave possibile quanto necessario.
Ormai è evidente a quasi tutti che sarebbe necessario riconquistare la nostra sovranità monetaria, il diritto di stampare moneta a copertura del debito pubblico, restituendo il ruolo di prestatore di ultima istanza alla nostra Banca Centrale, per non finire come i greci, scippati di ogni avere pubblico e privato, perfino degli stipendi e dei risparmi in banca: i bancomat erano vuoti perché qualcuno a Francoforte aveva deciso così.
Purtroppo un terzo (oltre 700 miliardi) del nostro debito pubblico è in mano ad investitori stranieri, ma costoro non sono il fantomatico mercato, sono invece banche ed istituzioni europee che manovrano questa massa monetaria per costringere l’Italia a scelte politico-economiche masochiste in favore dei loro interessi nazionali (il noto su e giù dello spread….sovranista per chi?).
Il problema non è “ridurre il debito”, ma riportare in Italia almeno la metà di quanto detenuto dagli “amici” europei e/o allearsi con lo stato disponibile a finanziare tale operazione.
Il rapporto PIL/debito totale italiano, debito pubblico incluso, è a metà classifica tra i nostri persecutori: Germania 230, Austria 273, Finlandia 296, Italia 311, Francia 398, Olanda 426, Belgio 427.
Dedotto il debito pubblico, l’Italia è prima in classifica: Italia 170, Germania 171, Austria 190, Finlandia 235, Francia 286, Belgio 310, Olanda 329.
Il paradosso dei paradossi è che le stra-indebitate aziende francesi (145% del PIL contro 70% delle italiane) e banche francesi (81% contro il 59% delle italiane) facciano shopping di aziende e banche italiane.
Non potrebbero senza complicità e compensi cash di una larga parte dell’establishment italiano.
La macchina economica italiana è impantanata: lo dicono gli indici di indebitamento delle famiglie (il più basso in Europa al 41% del PIL) e delle aziende (al 70% del PIL), seconda alla Germania, col 56% che però non include i finanziamenti delle banche regionali.
Insieme ad un ritorno alla sovranità monetaria, con qualche formula anche compromissoria nei riguardi dell’euro, sembrerebbe evidente la necessità di allargare le basi produttive (la “struttura” marxiana) con un ritorno al capitalismo e all’imprenditoria di stato, una nuova IRI.
Ossia bisogna “fare investimenti produttivi per fare sviluppo, creare lavoro per fabbricare merci da vendere sui mercati che li comprino e abbiano i soldi per pagarli”….una palindrome da leggere “per i mercati che abbiano i soldi per pagarle e siano disposti ad acquistarle fabbricare merci creando lavoro e sviluppo grazie a investimenti produttivi”. Ossia il marketing deve venire prima degli investimenti, come insegna il Giappone che importa di tutto da tutto il mondo trasformandolo in prodotto finito comprato in tutto il mondo.

[1]Riferimenti marxiani potrebbero essere “Produzione di merci a mezzo di merci” dello Sraffa e “Storia sociale dell’arte” dell’Hause.

Taggato , , , . Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.