Mattarella la Retorica e l’Odio

Mattarella nella retorica. La fabbrica dell’odio e la storia. Chi liberò davvero l’Italia è dimenticato.

L’omaggio alle Fosse Ardeatine, da parte del fratello di Piersanti Mattarella, non fu un monito ai tedeschi e alla loro arroganza, immagine pantografata di quella nazista. Le sue dichiarazioni per il 25 Aprile lo collocano fra quanti preferiscono gli italiani come i capponi di Renzo. L’unica utilità di via Rasella sarebbe stata proprio richiamare gli italiani, tutti e senza distinzione di fede politica, alla necessità di vigilare uniti sull’interesse nazionale. Egli preferisce la retorica delle Fosse Ardeatine, oscurando via Rasella, coi suoi maleodoranti risvolti politici e militari. Il fratello di Piersanti Mattarella entra così nel novero dei democristiani che di buon grado pongono una pietra tombale sui loro caduti come su Aldo Moro e una copia de l’Unità nella sua tasca, lasciando aperta, anzi approfondendo la spaccatura tra fascisti e antifascisti, rottami di settant’anni fa. Si preferisce spargere bromuro per il terrorismo migliorista che ha travolto Aldo Moro, Pio La Torre e Dalla Chiesa solo trent’anni fa, attizzando odio per vicende oramai antiche. Quanti onorano da antifascisti i vecchi rincitrulliti dall’odio o, al contrario, accusano di fascismo i giovani che si tatuano la stupidità che li affligge, o sono imbecilli a loro volta oppure puntano al Potere gabellandosi soluzione del problema da essi stessi creato. Non hanno altro culto che quello del Potere, privo d’ogni connotato socialmente utile, né destra né sinistra, Potere, a spese dei grulli,  dei capponi.

La narrazione corrente sulla “liberazione” è storiograficamente inconsistente. Ed è anche diseducativa, perché non aiuta a capire quale sia stata e rimanga la condizione effettiva dell’Italia: un rapporto dispari con gli alleati dotati di arsenale nucleare e in specie con gli USA, che fanno il bello e il cattivo tempo, come insegnano tante vicende tristi e mortificanti. Dal 1949 l’Italia fa parte di un’Alleanza senza il cui scudo cadrebbe preda del primo incursore. Ma la condivisione della NATO non può far dimenticare perché Benedetto Croce e altri grandi spiriti della Terza Italia votarono contro il Trattato di Pace: un diktat “immorale” proprio perché pretendeva di “insegnare la morale” ai Paesi vinti, come l’Italia, e si impancava a spiegare che cosa possano o non debbano fare i sovrani e i governi per i propri popoli. Nessuno tra i vincitori aveva diritto di ergersi a campione di morale internazionale: non gli Stati Uniti d’America, che avevano chiuso la guerra col Giappone a colpi di bombe atomiche; non la Gran Bretagna, che aveva assecondato la Germania di Hitler; né l’Unione Sovietica (a Stalin mancò solo il Nobel per la pace; per il resto ebbe elogi di tutti i tipi, come ne ottenne Kruscev quando nel 1956 spianò l’insurrezione ungherese con i carri armati, applauditi da tanti comunisti rampanti quali Giorgio Napolitano).
Alla catastrofe del settembre 1943 l’Italia arrivò dopo anni di divaricazione tra potere politico, arrogante, supponente e fatuo (incarnato da Benito Mussolini, da Galeazzo Ciano, dalla Camera dei fasci e delle corporazioni, una pletora di “nominati” che conoscevano a malapena gli interessi della loro categoria), e potere militare, che aveva il merito di aver comunque vinto la Grande Guerra, pacificato la Libia, conquistato l’Etiopia, combattuto in Spagna con merito riconosciuto. Nelle imprese coloniali i militari usarono anche metodi duri, non peggiori, però, di quelli impiegati dalle “democrazie” o dal “civilissimo” Belgio, che nel 1960 lasciò il Congo senza che neppure un congolese avesse raggiunto un diploma di scuola superiore o il grado di ufficiale. Per Bruxelles i negri dovevano rimanere in stato permanente di inferiorità.
All’origine dei nostri guai vi fu proprio la divaricazione tra potere politico e Forze Armate: dilettanti da un lato, professionisti delle armi dall’altro. Per capirlo, occorre ricordare che gli ultimi a volere guerre sono proprio i militari perché ne conoscono i rischi, a differenza di quanti ne chiacchierano ignari, come certi ministri dei giorni nostri: quello degli Esteri, dalla gentiloniana zazzera al vento, o della Difesa (rigida nell’andatura più che nella sostanza), corrivi a esternazioni subito corrette e smentite. Discorrere anziché pensare è’ vizio antico dei “politici”. Per bloccare l’azzardo di Mussolini, che smaniava di entrare in guerra a fianco della Germania di Hitler, furono i militari: approntarono la famosa “lista del molibdeno”, cioè la chilometrica richiesta di aiuti materiali di cui l’Italia necessitava per prepararsi a scendere in campo,si, ma solo nel 1942. Sennonché nel giugno 1940 il “duce” ebbe fretta nell’illusione che la partita stesse finendo. Pretese di farvi da arbitro, ma entrò in gara anziché rimanere nella posizione di neutralità vigile e armata raccomandata da Giolitti nel 1914-1915. Da arbitro divenne giocatore e non senza ambiguità. Finì nel disastro. E’ del tutto secondario continuare a domandarsi se a intervenire il duce sia stato spinto o indotto per suggestione di Churchill o del presidente della repubblica francese. Sbagliò. E pagò caro, di persona. Ma purtroppo a subirne le conseguenze furono gli italiani. Per decenni. Lo scontano ancora oggi con tragici effetti collaterali delle guerre condotte dal loro alleato dominante. Perciò, consce della propria irrilevanza, anziché rivendicare il controllo della politica estera, le Camere discutono del sesso degli angeli e a occhi bendati votano leggi che (ed è il caso dell’ “Italicum”: mai nome fu scelto peggio) derubano il cittadino della poca residua sovranità. E il Presidente della Repubblica? Starà solo a guardare stringendosi nelle spalle? (da “IL COMANDANTE SUPREMO LUIGI CADORNA: QUEL SOLCO TRA POTERE POLITICO E POTERE MILITARE” Aldo A. Mola, Il Giornale 25.04.2015)

La Germania – tuttora – culla del nazismo, né patisce tali separazioni né è messa sotto accusa dalle zelanti vestali della nostra democrazia che non c’è. 
Chi ha liberato l’Italia? Piaccia o meno, non importa se si è filo o anti Usa: l’Italia è stata liberata o, se si preferisce, i tedeschi nazisti sono stati sconfitti dagli eserciti alleati col concorso non determinante dell’esercito di Pietro Badoglio. Tutti gli altri erano comparse, non pochi di nessun conto. Il bilancio del prezzo pagato alla guerra non si fa con le medaglie al valore, elargite come i nonni le caramelle ai nipoti. I morti, i caduti sono l’unica misura probante del peso d’una guerra e delle spalle sulle quali è gravato. Chi dubiti lo chieda a Stalin.
Anno dopo anno i protagonisti sono stati messi nell’ombra e sfila a petto in fuori un esercito di combattenti che non c’era, sovente guidato da quanti corsero a perdifiato da piazza Venezia a piazzale Loreto, pronti a tornare indietro.
La radice antifascista del padre di Mattarella la si può ostentare senza tuttavia dimenticare che attecchì dopo il 1942, quando il declino del fascismo si profilò nel fango delle steppe e potremmo domandarci perché non fosse al fronte. Intendiamoci, possiamo mettere a buon diritto tra gli antifascisti Bernardo Mattarella, visto che vi collocammo gli Agnelli, i Pirelli, i Falck, gli Ardizzone, i Costa, come pure i Bocca e i Biagi e persino un Oscar Luigi Scalfaro.
In questa ambiguità non sorprendono gli insulti alla Brigata Ebraica. Orridi e grevi, ma niente affatto sorprendenti. Gli ebrei italiani, come tutti gli italiani, non hanno fatto i conti col fascismo e la storia. Una cosa è l’Olocausto, altra è la compenetrabilità fra ebrei e fascismo sin dalla Marcia su Roma. Le leggi sulla razza, nel 1938, giunsero dopo che il fascismo ebbe dispiegato senz’alcuna finzione la sua natura razzista, se non altro per la condotta nelle colonie. Gli equilibri di alleanza Roma-Berlino condussero al genocidio degli ebrei; non per questo l’evento fu sorprendente. D’altronde se ci furono ebrei nella Repubblica di Salò, occorre capire perché in quel momento storico il “valore” fascismo assunse importanza e per chi. Questo non significa “se la sono cercata”, dice invece l’urgenza di capire senza odiarsi. E’ difficile comprendere perché si concordi sulla necessità d’una memoria condivisa per il genocidio degli Armeni e invece si continui a guardare indietro con occhi torvi, senza domandarsi perché il Fascismo funse da cinghia di trasmissione fra un Risorgimento antimeridionale sanguinario  e una Repubblica marcescente. 
La Germania, la Francia e la zia affettuosa del nazismo, la Gran Bretagna, hanno coperto di bugie le montagne di morti e hanno voltato il capo in avanti, ben liete che l’Italia, senza chiarire le proprie responsabilità, si assumesse le loro. I loro caudatari s’adeguano entusiasti. Un mio amico statunitense lamenta che le celebrazioni del 25 Aprile a Roma dimenticano i 20mila caduti alleati tumulati in Italia. Sarebbe stato opportuno, egli sostiene, un  omaggio ai 7700 ragazzi americani morti fra la Sicilia e Roma, interrati a Nettuno, più tremila nomi di dispersi menzionati sulla volta della cappella di quel cimitero militare. Se i celebranti sono davvero antifascisti perché dimenticare quei caduti? Questo tradimento, gli dico, è il contrappunto degli insulti alla Brigata Ebraica. Gli statunitensi così come tanti ebrei hanno accreditato con leggerezza i sedicenti “antifascisti”, per poi stupirsi che proprio dalle fila di costoro partono gli strali più velenosi contro la democrazia e contro il diritto a esistere di Israele. Il problema della democrazia va risolvendosi da solo per morte prematura. Il diritto di esistere di Israele va incamminandosi sulla medesima strada per mano dei medesimi sicari. Sono serviti quanti si illusero di blandire i traditori con la sfilata della Brigata Ebraica. 
La contrapposizione fascismo-antifascismo è stata una via comoda nella politica italiana per statunitensi ed ebrei, catturati dalle trappole di quanti, in prima fila i miglioristi del Pci, occuparono le poltrone del collaborazionismo sin dall’8 Settembre. L’infezione che ha preso mano a mano tutta la politica nasce dall’interesse maleodorante di tenere il paese, le sue ricchezze e la sua gente subordinati agli interessi esterni, i quali offrono ai caudatari potere e ricchezza. 
Non solo i caduti alleati sono stati calpestati nel frattempo. Aldo Moro, non finiremo mai di ripeterlo, è stato stritolato da questo meccanismo infernale. Anche il grande PIO XII ne è rimasto vittima, perché è comodo scaricare sul capo di uno stato di 45 ettari l’irresponsabile condotta e l’incapacità (o al contrario la diabolica capacità) di quanti – alleati e Resistenza  – dovevano prevedere e prevenire, dopo l’8 Settembre – le conseguenze sugli ebrei romani. Alzi la mano un ebreo che non abbia creduto alle fandonie sul “lodo Moro” prefabbricate proprio allo scopo di spargere odio fra ebrei e cattolici. Ne daremo conto presto. Alzi la mano l’ebreo che non sia convinto dell’ostilità di Pio XII, proprio il capo di Stato – minuscolo Stato – che ha salvato più ebrei dei rimanenti.
Elio Toaff, rabbino di Roma, morto sei giorni prima del 25 Aprile, amava Pio XII come tantissimi ebrei della sua generazione. Poi sono arrivati quanti si sono illusi che blandire i retori assassini e i loro nipotini smargiassi e velenosi potesse dare lustro agli ebrei. Hanno dimenticato che ben prima del 1938 quelli andavano firmando giornali razzisti e mandavano in guerra poveri contadini ai cui orfani poi avrebbero predicato il verbo stalinista. Col passare del tempo, i nipoti hanno imparato predicare liberismo a tutta manetta per quanti hanno ridotto alla fame, leccando i sederi di Obama e della Merkel, della Banca Mondiale, della Clinton e del diavolo in persona. Nei loro animi non c’è spazio per gli USA, né per l’Italia, né per Israele né per tutto quanto estraneo alla loro miserabile e, per grazia di Dio, mortale esistenza. 

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

3 risposte a Mattarella la Retorica e l’Odio

  1. oscar dice:

    Chi è in grado oggi di definire delle verità storiche inconfutabili intorno alle vicende del secolo scorso?
    Troppe contraddizioni nei fatti accaduti, necessitano di altrettanto grandi dosi di equilibrio per esprimere valutazioni che abbiano un senso!
    Il vaticano ha salvato tantissimi ebrei. E anche un buon numero di nazisti e fascisti.
    Agli ebrei si nega una patria. e siamo proprio sicuri che loro non negano niente a nessuno?
    Non è qualunquismo, ma potremmo continuare all’infinito.
    Come ben sai, Piero, la storia la scrivono i vincitori e la declamano i servi.

  2. Enrico dice:

    Congratulazioni. Articolo interessante, istruttivo, condivisibile.
    Nel paese del “politicamente corretto” nessun quotidiano oserebbe pubblicarlo. Ma l’utilità del web è proprio nell’abbattimento di molte barriere.

  3. Armando Stavole dice:

    Caro Piero, è doloroso, ma è così. D’altronde l’impero romano e la storia ci insegnano che nulla è cambiato in sostanza sotto questo sole(che per fortuna ci è stato dato, forse l’uomo sarebbe stato capace di farlo scoppiare o spegnere nella sua egotistica presunzione di essere superiore).
    Ma aggiusterei un concetto espresso nel richiamo a lato ricavato dal Il Giornale.
    I militari come tutte le altre categorie del nostro popolo fanno parte integrante di questo stato ed hanno lo stesso DNA, quindi mi guardo bene di considerarli diversi dagli altri quando si tratta di guardare alla nostra storia. Non so quanto sarebbe cambiata in meglio o peggio se i militari avessero, non dico gestito il potere , ma avuto più voce in capitolo.

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