LIBIA, USA: ARMIAMOCI E RIPARTITE

Libia: Massacro dii Gheddafi

Libia, opportunità per l’Italia oppure nuovo inizio di un’altra catastrofe. Il dittatore Renzi forse l’ha capito.

La morte di due lavoratori italiani, rapiti lungo strada dalla Tunisia a Tripoli, ha rallentato le decisioni di armarsi per la Libia, come invece sembrava doversi fino a poche ore prima della tragedia.
Matteo Renzi era andato negli Stati Uniti a febbraio, per ricevere l’ordine di inviare forze militari a ricantare “Tripoli bel suol d’amore”. Non capendo un accidente di tali questioni e vocato a genuflettersi ai suoi padroni, ha scandito “yes sir” ad ogni richiesta di Obama. La morte di Fausto Piano e Salvatore Failla, il 1° o il 2 di marzo, gli ha aperto gli occhi? Forse. I due dipendenti dell’impresa Bonatti, che lavora per ENI, furono rapiti a luglio 2015. Per loro è mancata la consueta solidarietà monetaria, profusa altrimenti dallo Stato italiano per tutti i rapimenti, fin dai primordi delle operazioni in Iraq, a vantaggio specialmente dei connessi con Manifesto e Partito della Rifondazione Comunista.
I quattro lavoratori italiani sono stati lasciati a se stessi, sino al compimento della tragedia. Curioso, vero?
Il giorno dopo l’annuncio della morte di Piano e Failla, Renzi ha fatto una capriola: l’intervento militare, dato per imminente fino a poco prima, è stato messo in secondo piano. Renzi: «[…]la situazione in Libia infatti è sempre molto delicata […] Il lavoro dell’Onu per raggiungere un accordo solido e stabile sul governo è ancora in pieno svolgimento […] abbiamo bisogno di una soluzione equilibrata e duratura. Solo a quel punto potremo valutare, sulla base della richiesta di un governo legittimato, un impegno italiano, che comunque avrebbe necessità di tutti i passaggi parlamentari e istituzionali necessari […] La situazione in Libia infatti è sempre molto delicata. […] Il lavoro dell’Onu per raggiungere un accordo solido e stabile sul governo è ancora in pieno svolgimento […] abbiamo bisogno di una soluzione equilibrata e duratura. Solo a quel punto potremo valutare, sulla base della richiesta di un governo legittimato, un impegno italiano, che comunque avrebbe necessità di tutti i passaggi parlamentari e istituzionali necessari […], dunque, questo non è il tempo delle forzature, ma del buon senso e dell’equilibrio».[1]
Proprio in quelle ore appariva oramai chiaro che il caso di Giulio Regeni – a prescindere che fosse o meno un agente e per conto di chi – è un segnale forte e chiaro a Renzi, proveniente dall’Egitto, i cui servizi segreti sarebbero “collegati” con quelli italiani. “Collegati” significherebbe che collaborano e si aiutano vicendevolmente, i due servizi. Così fu fino a ier l’altro. Oggi tutto è invece mutato – e non poco – comunque si legga la fine del povero Regeni.
Renzi ha fiutato che qualcosa gli sfugge. Quanti e chi – prima di partire per gli USA – gli suggerirono acquiescenza alle richieste di Obama? Per chi lavorano costoro? Le domande hanno preso corpo mentre montava l’indignazione per la morte di Piano e Failla. A quel punto Renzi ha deciso di rallentare il trascinamento della corrente, aggrappandosi a tre scogli: 1) il mandato dell’ONU; 2) la richiesta di intervento da parte di un governo legittimo; 3) i passaggi parlamentari che autorizzerebbero l’intervento. Ricordiamo che nel 1998 questi dettagli non distolsero il Massimo D’Alema, insediato a palazzo Chigi dall’operoso Francesco Cossiga: bombardammo Belgrado senza interpellare il Parlamento. Così, tanto per fare memoria a certi cosiddetti “dem” d’oggidì.
Il primo e il terzo fattore possono sembrare difficili. In realtà, la benedizione dell’ONU potrebbe essere propiziata da Obama e il parlamento si domerebbe col consueto voto di fiducia. Come dite? La vigilanza del presidente della repubblica?… Quale? Rimane tuttavia lo scoglio d’un governo legittimo e riconosciuto, la cui esistenza nel triplice caos libico è ben al di là da venire.
D’altronde, dov’è il nostro interesse ad andare in Libia? I nostri alleati sono disponibili a restituirci i 200miliardi da noi perduti con la caduta di Gheddafi?
Oggi il nostro braccio diplomatico economico più efficace è ENI. Fallito il tentativo di svenderlo, quasi a segno con Mario Monti prima ed Enrico Letta, la grande costruzione di Enrico Mattei – osteggiata da Indro Montanelli e Amintore Fanfani – ha dimostrato finora d’essere affidabile anche nelle tempeste di sabbia fra Tripoli e Misurata. Finora.
A un anno dal rapimento, la drammatizzazione improvvisa della vicenda dei quattro rapiti è un manifesto politico: «IRI non vi basta più. Avete bisogno di noi, d’una coalizione internazionale.» Chi ha consentito questo nello Stato italiano?
Coincidenza o meno, anche il segnale giunto dal Cairo va nella medesima direzione: «Voi qui non contate nulla senza appoggi forti.»
Bene ha fatto dunque Renzi a darsi un tempo di arresto e riflessione prima di partire nella direzione indicata da eventi artefatti.
Quanti starnazzano per il “pericolo ISIS” sono nipotini delle stesse agenzie del Dipartimento di Stato che, dal 1990 e per innumerevoli anni, hanno puntato sulla scissione dell’Italia e aperto le rotte degli immigrati per destabilizzarci. Molto cominciò in Albania, nel 1991 con la partecipazione attiva dei servizi tedeschi e francesi.
Che cosa possono fare oggi USA, Gran Bretagna, Francia e Germania, per riacquistare credito in Libia, in Egitto, in Siria, nel Nord Africa e nel Vicino Oriente? Nulla. Hanno perso ogni credibilità e possono solo sperare di trascinarci nella loro scia affinché ne condividiamo le responsabilità. Per esportare la democrazia nei paesi distrutti, l’hanno uccisa in Europa e negli USA. Tutto l’universo mussulmano ha ben chiaro che il loro Satana è a Washington, a Londra, a Parigi e a Berlino.
D’altronde, se noi italiani avessimo un genio politico militare in grado di governare il caos libico, converrebbe tenercelo stretto e affidargli prima di tutto l’Italia. I vari analisti cosiddetti strategici del “partiam partiam”, lasciamoli fare. In quanto ad affidare a loro le sorti dei nostri soldati, ne corre. Alle prime bare che tornassero, piazzale Loreto attenderebbe Renzi, presto o tardi. Egli probabilmente l’ha compreso.
Non illudiamoci: non abbiamo né forze né capacità di entrare senza scottarci nella fornace libica, tanto meno poi d’uscirne.
Il tempo, una volta tanto, lavora invece per noi. Aspettiamo. Quando ci supplicheranno di intervenire, dovremo avere la forza politica di dettare le nostre condizioni. Questa è la sfida.
Nel frattempo, occhio a piazza Fontana e agli ex di Lotta Continua. La prima ce l’inflissero perché aiutammo Gheddafi a prendersi la Libia. La seconda potrebbe – in qualche forma di cui già vi sono avvisaglie – capitarci se non collaboriamo coi nuovi padroni del mondo, cioé quanti tutt’al più possono imporre matrimoni omosessuali, compra vendite di bambini, non di meno palesemente incapaci di garantire sviluppo, benessere, lavoro e dignità… in attesa di portarci verso la guerra mondiale (clicca qui), cantando “Tripoli bel suol d’amore”. La tragedia ripetuta in chiave di farsa, com’è usuale. 

[1] «Libia, Renzi frena sull’intervento. Pollicardo e Calcagno attesi in Italia» Agenzia AGI del 5 marzo 2016

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

6 risposte a LIBIA, USA: ARMIAMOCI E RIPARTITE

  1. Oscar dice:

    Bravo, Piero! Ottime considerazioni. Condivisibilissime.
    Perfino Obama ha oggi ammesso che i premier di Francia ed UK furono due pirla ( si è astenuto su Bush) e ha tenuto fuori – bontà sua – l’Italia che ha prestato le basi di Sigonella per l’operazione. Ha tralasciato anche di dire come il precedente dell’Iraq abbia anch’esso rappresentato una catastrofe così evidente da aver portato alla coniazione in arabo di un apposito termine indicante sfascio: `arqana, che significa: “irachizzare”. La Libia è candidata ad essere “irachizzata”. Ma chi c … governa questo mondo?!
    Ancora bravo Piero! Solo una cosa: non definire più Renzi un dittatore, la caratura del quale si misura con il suo gardo di autonomia dai poteri forti.
    Renzi ha autonomia zero da detti poteri, indi per cui come dittatore vale come un due di briscola.

    • Ti sconfinfera “proconsole autoritario”?
      Grazie per aver apprezzato le “ottime considerazioni”.
      E’ tuttavia facile – come ricordo a qualche mio (raro) amico giornalista – farle: è sufficiente scrivere la verità, davvero.

  2. Enrico dice:

    Chiedo scusa per la volgarità, ma vi è una espressione che mi sembra particolarmente adeguata al caso specifico. A me pare che gli Stati Uniti vogliano fare “i fr… con il sedere altrui”.
    Certo questa è una brutta gatta da pelare per Renzi, ma con la sua capriola ha dimostrato, per ora, di non essere sciocco. Che vadano i francesi a sistemare il casino che hanno creato. Intervenire nel caos libico sarebbe un suicidio.

  3. sigmund dice:

    Se non ricordo male, anche la volta scorsa la guerra mondiale fu preceduta dalla ricerca del “posto al sole” da parte italiana. Quando giunse il momento di fare le cose sul serio Mussolini esitò ad entrare in guerra fino a quando pensò che la non belligeranza avrebbe precluso la possibilità di sedersi al tavolo dei vincitori.
    Sappiamo come sono andate le cose.
    Quello che gli USA vogliono è una terza guerra mondiale che consenta di uscire dal manicomio che loro stessi hanno causato in ogni settore dell’esistenza umana.
    Un gigantesco elettroshock che consenta di ripartire con il piede giusto e chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato…..

    • La guerra non scoppia dall’oggi al domani. Essa esige una lunga preparazione politico militare, come hai fatto osservare ricordando la 2^GM. Per quanto concerne i giorni correnti, la guerra è ricominciata nei Balcani subito dopo il 1989. E’ indispensabile che il Parlamento si riappropri della sovranità e dedichi una riflessione alle guerre cui abbiamo partecipato nel frattempo, alle conseguenze già in corso nonché a quelle alle viste.

  4. giorgio rapanelli dice:

    Parole puntuali e coraggiose, quella di Piero Laporta. Personalmente vedo i nostri due connazionali vittime di quei francesi, britannici, statunitensi e italiani che hanno voluto fare fuori la “barriera Gheddafi”. Era un megalomane assassino, ma era il califfo adatto a tenere a freno con la forza tribù che si odiano reciprocamente da secoli, i cui capi oggi guardano ad un domani di potere e quattrini, come ogni capotribù africano, fino ai nipoti di Mandela, il quale ha lasciato in eredità 50 milioni di dollari, non rubati, ma regalati dai soliti lacchè occidentali, che insieme alla Cina oggi hanno in mano le ricchezze africane. Nel loro carniere manca la Libia.. “Vai vanti tu, che a me viene da ridere – dice Obama a Renzi.
    Lasciando da parte le elucubrazioni idiote dei francesi, britannici, statunitensi e italiani su come imporre la primavera democratica in Libia, l’unica strada da percorrere è sostenere il governo riconosciuto di Tobruk, con la sua potente retrovia egiziana e ad esso dare ogni aiuto. Insieme a truppe di specialisti “volontari” mercenari, come avvenne in Congo contro i Simba con il 5 e 6 Commando, pagato dall’ONU.

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