LE CHIAMANO NOZZE – di Elio PAOLONI

Matrimoni-gay-a-New-YorkNozze. Preferiscono indicarlo con questo termine, che attiene maggiormente al rito, dato che l’inequivocabile etimologia di ‘matrimonio’ spazzerebbe via ogni sciocca pretesa di analoga istituzione omosessuale.

Se lo dici, ti guardano schifati. Ma allora sei omofobo?! Veramente io… e sei già sulla difensiva, stigmatizzato dall’equivalente odierno di ‘fascista’, costretto a giustificarti, a dire che no, che tu non riesci neanche a immaginarlo un mondo non vivificato dalla trasgressione: la letteratura più che dimezzata (Proust da solo vale mezza cultura occidentale) per non parlar dell’arte (soprattutto quella sacra); che ti sei disperato per le tue troppo tradizionali inclinazioni quando ti è sembrato che solo gli scrittori omo avessero le palle (congiuntura curiosa: Vita standard di un venditore provvisorio di collant, forse il miglior romanzo italiano degli ultimi quarant’anni, letto subito dopo la Recherche). E soprattutto che non ti perderesti un episodio di Modern Family.
Ma nulla vale: foglie di fico di un oscurantista mascherato, inconsapevole vittima di indebite ingerenze vaticane. Inutile argomentare, ricordare che la maggioranza degli omosessuali non ha nessuna intenzione di prestarsi a una pagliacciata del genere, perché “offenderebbe la memoria della loro madre”. Nulla da fare: i diritti delle minoranze innanzi tutto, dunque sugli scudi le pretese della minoranza di una minoranza. Non sono neppure sfiorati dall’idea di ignorare i diritti dei poveri bambini che costoro, manco a dirlo, avrebbero il Diritto di adottare: “Sarebbero genitori migliori, sono dolci e sensibili” recitano, imbevuti dall’oleografia ‘scientifica’ – ed eterofoba – di cento fiction. E non dubitano minimamente che la dolcezza sia tutto ciò che abbisogna a un bambino per affrontare ogni fase del processo della crescita. Incalliti materialisti e superficiali edonisti si alleano per insegnarti che dove c’è l’amore c’è tutto, mescolando allegramente le più svariate tipologie dell’amore. E guai se gli ricordi che la pedofilia è un amore, e pure la zoofilia, ragion per cui uno potrebbe rivendicare il ‘diritto’ di sposare la propria capra.
Vagli a spiegare che è fondamentale vivere la propria condizione in modo problematico. Che tutti sono chiamati a vivere la condizione umana in modo problematico, figuriamoci gli omosessuali, che sono sempre stati linfa della società proprio perché, vivendo conflittualmente la diversità, ci hanno regalato visuali inconsuete, rivelatrici. Che senso ha incitarli ad appiattirsi grottescamente in una normalità fasulla? Riescono a immaginarsi Visconti col bouquet in mano e il fidanzato in pizzi bianchi? Pasolini che si presenta all’Assessore col pischello, infliggendo dolore e vergogna alla madre adorata? E Testori che si accasa pigramente e al diavolo la tensione tragica del suo cattolicesimo?
Mica puoi invitare questa gente a leggere le decine di pagine che Proust ha dedicato alla categoria, pagine tristissime, desolanti e soprattutto insospettabili: mai uno scrittore maschio (s’incazzi pure il mio Busi, preferisco questo termine a quello di etero, che mi suona strano) ha avuto tanta spietatezza. Questi qua leggono solo Repubblica Donna e tutti gli altri giornali della Donna Repubblicana, pieni di fesserie tipo: bisogna esplicarsi (come dicevano i genitori di una povera ragazza a un attonito Tognazzi, giudice istruttore in un famoso film), seguire i propri impulsi, abbandonare i sensi di colpa e pure la colpa, togliersi ogni capriccio e al diavolo tutti gli altri. “Purché funzioni” è lo slogan conclusivo di uno degli ultimi film da Woody Allen, che peggio non poteva invecchiare. Quello che Allen ci sta dicendo è “Purché funzioni per te”. Ma i ménage devono funzionare anche per gli altri, devono essere dotati di senso, collocati nel mondo, e nonostante i vagheggiamenti, le illusioni e le facili consolazioni di una casta privilegiata, la famiglia (che è delittuoso diminuire con l’insidioso aggettivo tradizionale) resterà in eterno il fondamento di ogni società strutturata.

Mentre il paladino delle unioni omosessuali Nicola Vendola taceva vigliaccamente sul destino riservato ai suoi simili dal ‘Grande Vecchio’ Fidel, io recensivo il libro di Reinaldo Arenas, omosessuale sopravvissuto ai lager cubani, con risonanza irrisoria rispetto a quella che avrebbe ottenuto una sola parola del leader del wedding party. Ma, a ripensarci, faceva bene Fidel. 

Insomma, l’unica questione che angoscia questa allegra compagnia è che i ricchioni ancora non si possono sposare. Eccolo lì, finalmente smascherata l’omofobia taciuta: hai usato il termine spregiativo, è venuto finalmente a galla il tuo odio per il diverso. Per la verità, io odio l’inappropriatezza lessicale. Non intendo usare la parola gay perché non mi garbano i vocaboli stranieri, il neutro ‘invertito’ è troppo desueto e in quanto a ‘omosessuale’, termine da enciclopedia medica ormai ridicolizzato dalla ripetizione urlata del Fabio dei Soliti idioti, dopo quattro volte che lo uso mi stufo e cerco un termine comune, italico e chiaro. Antico, forse anche affettuoso (da noi ué ricchiò è un saluto comune per i più fraterni amici). Ma con quel vocabolo rimuovi metà del problema: e le lesbiche? Al mero livello filologico, in effetti, la loro unione potrebbe rientrare nella categoria matrimoniale. Di bastardi, del resto, son piene le storie familiari, anche se qui nascerebbero più spesso da provetta, orrida pratica che attenuerebbe tuttavia l’antecedente peccato di onanismo. In compenso resterà ben arduo il processo di individuazione del malcapitato rampollo.

Mentre tenti di evitare il linciaggio, li guardi e realizzi: nessuno di loro è sposato. Se gli chiedi cosa li trattenga da questo passo così ambito, proprio loro che avvertono così fortemente la sofferenza dei discriminati non vincolabili, otterrai risposte diverse: qualcuno non ha soldi per uno sposalizio decente, qualcun altro non lo trova importante: cosa cambia nella nostra vita? Noi ci sentiamo uniti, conviviamo, ci accoppiamo privatamente, non abbiamo bisogno del riconoscimento altrui: siamo compagni (di merenda, di strada, di partito? Come si può definire così un contenuto sacro nei millenni?). Poi ci sono quelli apertamente ostili (cos’è questo residuato borghese, questa sceneggiata da preti, questa istituzione marcia, ipocrita, non in linea con la modernità?).
Non si capisce perché, insomma, vogliano condannare a questo giogo che tanto li schifa i loro amici ‘diversi’. Di colpo il matrimonio non è più borghese, ipocrita, superfluo? Già, non più: tra appartenenti allo stesso sesso diventa grottesco, offensivo, quindi liberatorio (qui si palesa il fine di questa campagna: uno sberleffo alla famiglia). Si sposino dunque soltanto loro. E’ giusto, in fondo, è un altro modo di consegnarli alla diversità, di stigmatizzarli definitivamente: diversi e pure fuori moda.

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

10 risposte a LE CHIAMANO NOZZE – di Elio PAOLONI

  1. F. dice:

    Caro Elio,
    posso solo dire: meno male che non siamo soli a pensarla in un certo modo. A dire la verità sono molto pessimista, nel senso che l’inerzia della storia al momento va esattamente al contrario di come vorremmo. Tuttavia, fa piacere sapere che ci sono ancora uomini sani di mente in questa Europa in pappe.
    Ad maiora,
    Federico

  2. Elio Paoloni dice:

    Il commento precedente riguardava un’altra discussione. L’ho postato qui per errore.

  3. frank22 dice:

    Pubblico un articolo che mi ha molto colpito. Qui si arriva a spiegare in modo analitico e profondo ciò che che io spesso chiamo con un nome: “rivoluzione antrpologica”. Rivoluzione che si sta operando sopra le nostre teste senza che la gente ne abbia pienamente cognizione. Si sta passando da una cultura ancora (per poco) cristiana che privilegia la compassione e l’aiuto agli ultimi , ad una cultura tecno-scientifica disumanizzante che non ci porterà niente di buono…
    Franco Valentini

    “E’ curioso che sia la mentalità socialista a incaricarsi di promuovere nella sfera della sessualità e dell’affettività una libertà individuale sostanzialmente illimitata, che i più selvaggi liberisti non oserebbero mai accordare giustificandola con una legge.
    Opporsi a questa proposta non ha nulla a che vedere con l’omofobia, ma è ribadire l’uomo come corpo individuale e la società come corpo sociale. Su queste questioni, contrariamente a ciò che si sostiene spesso, non è la chiesa che misconosce la realtà del corpo, ma piuttosto sono coloro che pretendono di valorizzarlo a voler dimenticare grazie a quale miracolo hanno il loro proprio corpo.
    Niente si produce di spirituale e di vivente nell’uomo che non sia preceduto dalla carne e dal corpo. Non c’è niente nella vita fisica e spirituale nell’uomo che non abbia un fondamento di realtà genetica e reale nel suo stesso corpo. Tutto ciò che costituisce l’uomo come essere fisico con la sua affettività, come essere capace di vita intellettuale e culturale con la sua intelligenza e il suo linguaggio, tutto ciò non può esistere a livello di umanità senza un radicamento corporale e fisiologico che lo precede e lo rende possibile. Quando si comprende questo, ogni considerazione sul desiderio di avere figli,o sulla dimensione psico-affettiva della paternità o della maternità sono romanticherie inconsistenti come romanzi di sentimenti all’acqua di rose. La carne nel senso originale del termine, è l’essere corporale che siamo, non può ridursi ad un semplice ammasso di cellule e di visceri, il corpo non è il figlio minore, il fardello insopprimibile ed incontrollabile che pure una certa mistica cristiana ne ha fatto: non è nemmeno la scatola per le riparazioni alla quale mirano l’industria e la chirurgia contemporanee.
    La carne e il sangue sono il supporto identitario della vita spirituale di ogni individuo umano. Questa carne e questo sangue costituiscono il segno indelebile che precede e condiziona la nostra vita fisica, affettiva, sociale, intellettuale. Sono l’umano che ci consente l’accesso all’umanità. Ma come si crea la nostra stessa corporeità, se non attraverso l’incontro tra due carni, di due corpi, un maschio ed una femmina ? Anche se si passa attraverso la mediazione tecnologica della moderna genetica, attraverso il frigorifero e le provette, il radicamento fisico della nostra identità passa necessariamente dall’incontro di due gameti, provenienti dal tessuto della vita umana. La grandezza e il genio di tutte le società umane – pur senza nulla comprendere di genetica – hanno fatto si che fosse messo a loro fondamento sociale quel presupposto carnale che costituisce l’identità di ciascun essere umano. Qualunque sia la forma giuridica, il matrimonio si pone come il riconoscimento sociale del radicamento di ciascuno nel tessuto biologico della specie umana: non esiste un altro fondamento di uguaglianza, se non l’uguaglianza che proviene dalla nostra carne e dalla nostra corporeità. Ogni altra rivendicazione di uguaglianza (sociale, economica, culturale, politica) riposa su questa uguaglianza. La quale presuppone l’incontro di due individui – un uomo e una donna – che sono riconosciuti, identificati, come la causa reale della genesi di un nuovo individuo umano. L’espressione “corpo sociale”, che usiamo abitualmente senza pensare alla parte simbolica, e dunque reale delle parole, lo esprime chiaramente: la società è un corpo perchè esiste solo grazie al tessuto ininterrotto costituito dai corpi, dalla carne e dal sangue, che tiene insieme tutti i suoi membri, che portano in loro stessi la possibilità di fare esistere e permanere quel corpo sociale, promettendo un futuro attraverso la fecondità delle coppie. Non dispiaccia a Rousseau, ma non esiste contratto sociale senza l’uguaglianza della carne. Il modo giuridico-sociale di tradurre questo legame – che stringe tra loro tutti i membri della società umana e fa accedere ciascuno di noi a questa vita sociale – si chiama “matrimonio”. Oggi assistiamo al fatto che certi membri delle nostre società cercano di suscitare consenso da parte di coloro che hanno il peso di governare le nostre società, per giustificare l’avvento di una società che dimentichi, o faccia di tutto per misconoscere, la sua dimensione carnale fondatrice; con ciò si rischia di mettere in atto una trasformazione del modo stesso di essere delle società umane per dare libero corso alle peggiori forme di schiavitù e discriminazione: da una parte l’amore senza corpo, per coloro che non accettano che una dimensione culturale della vita umana; dall’altro la banale disponibilità alla riproduzione e procreazione carnale per quelli e soprattutto per quelle che saranno privati di ogni possibilità di investimento spirituale, e che avranno per sola missione nella società umana cosi concepita, quello di essere letteralmente dei “proletari”, cioè coloro che assicurano la riproduzione della specie umana senza reciprocità o scambio che non sia in euro o in dollari. Quelli che nutrono queste convinzioni, questi sogni avulsi dalla realtà sono soggetti a sperimentare come sempre l'”eterogenesi dei fini”, il rovesciamento delle buone intenzioni nel loro contrario (come è successo in tutte le ideologie). Quando si perde il radicamento carnale, la solidarietà sociale diventa un’espressione senza senso, una conchiglia svuotata del suo valore spirituale, cosi disperatamente carica di “nulla” come la parola uguaglianza pronunciata dal ministro della Giustizia prima della Rivoluzione francese”.

    Padre Daniel Bourgeois
    Aix-en-Provence

  4. Elio Paoloni dice:

    Grazie. Sul mio sito la versione riveduta e corretta:
    http://www.eliopaoloni.it/novita/article.php?ID=70

  5. Francesco Gardini dice:

    Splendido articolo, molto lucido ed acuto. Questo è parlare chiaro! Grazie!

  6. Elio Paoloni dice:

    Buffagni, mi hai schiantato (perdona il tu, nasce spontaneo quando provo forte simpatia e poi sono più vecchio): non solo sei in grado di argomentare con competenza, capacità dialettica e deliziosa ironia se necessario, ma sei capace di farlo con una continuità, una pazienza, un’imperturbabilità mai viste. Lasciami sospettare che tanta resistenza sia dovuta, oltre che al formidabile addestramento del rimpianto sergente, alla tua qualità di ex, a me purtroppo negata dal proconsole in carica. Ma non posso fare a meno di complimentarmi ancora: ho goduto della qualità della tua tastiera, ho scoperto angolazioni della faccenda che non conoscevo e ho pure avuto l’occasione di deliziarmi con la prosopopea del Buffoni e dei suoi accoliti, per non parlare dell’ineffabile intervento della tipa: ma come si fa a dire che l’estensore di un articolo su un blog non deve replicare a puntuali osservazioni? I blog sono fatti di questo, se no uno si fa un sito chiuso ai commenti, come Il Primo Amore di Scarpa o Zibaldoni.it.

    Ma forse ora è meglio che lasci perdere. Pochissimi leggeranno davvero oltre, tutto quello che avevi da dire l’hai esposto con chiarezza e – a questo punto – esaustività. In particolare non ha senso continuare con Andrea, col quale tante volte mi sono scontrato su Nazione Indiana e altrove: ripete sempre le stesse cose, cambiano solo le offese, e costringe anche l’interlocutore alla ripetitività, a ribadire ciò che solo la mala fede e la testa dura degli avversari pretende debba essere chiarito.

    PS: non sono però d’accordo su PACS e simili. Trovo che siano da evitare, non solo perché evidentissimo cavallo di Troia ma anche perché i pochi sostanziali divieti del codice civile devono restare (non solo per loro: trovo assurdo che coppie etero pretendano surrogati del matrimonio, con superfetazione di procedimenti burocratici, pur di non “sottoporsi” alla normalissima procedura) per gli stessi motivi che tu hai esposto: la reversibilità della pensione è nata per salvaguardare la famiglia, la società, non gli affetti.

    PPS: contro le ottimistiche conclusioni di certi psichiatri non ci sono solo studi di segno opposto ma anche la incazzatissima autobiografia della ‘figlia’ di due lesbiche francesi. Naturalmente non ricordo il nome e ora non ho tempo di cercare, magari però ti capita sotto mano.

    PPPS: sono contento di aver passato un inizio d’anno in tua – ideale – compagnia. Posso seguirti su altri blog?

    • Roberto Buffagni dice:

      Bè, caro Paoloni, grazie delle parole gentilissime, e mi fa piacere che ti sei fatto due risate anche tu; io ci sono capitato per caso, e poi mi sono intignato. Grazie del consiglio di smettere, lo seguirò appena possibile senza essere sgarbato.
      Sui PACS, cosa vuoi che ti dica: se ci tengono a fare i fidanzatini di Peynet, io non ho problemi. Vero il tuo ragionamento sul cavallo di Troia, ma qui, caro Paoloni, di cavalli di Troia (e di troie) ce n’è una mandria infinita (parecchi sono anche marchiati Vaticano, purtroppo).
      L’unico blog che frequento abitualmente è quello dell’amico Carlo Gambescia,
      http://carlogambesciametapolitics.blogspot.it/.
      Da un paio d’anni ci scrivo qualche pezzo, prima senza periodicità; da qualche mese tengo la rubrica di posta del cuore, “La posta di donna Mestizia”, che esce il lunedì. Poi di tanto intanto commento sul sito di Gianfranco La Grassa, un economista ex marxista di grande lucidità: http://www.conflittiestrategie.it
      Siamo diventati buoni amici attraverso Costanzo Preve (come vedi, sono ecumenico). Un caro saluto e buon anno nuovo.

  7. Elio Paoloni dice:

    Vado a leggerla. Conosco il sito e purtroppo conosco anche molto bene gli insulti dei “tolleranti” politicamente corretti. E’ vero che la definizione “etero” è una trappola, Infatti invitavo a evitare anche l’aggettivo “tradizionale”.

  8. Roberto Buffagni dice:

    Grazie a Paoloni per il bell’articolo.
    Mi permetto di suggerire al dott. d’Amore che “famiglia etero” è una definizione che si lascia un po’ imbrogliare dal trucco semantico del campo avverso, perchè implica che vi sia omologia con la “famiglia omo”, una cosa che non esiste nè in cielo nè in terra.
    Famiglia e matrimonio sono tali in quanto il matrimonio sia celebrato fra un uomo e una donna, tali per determinazione naturale e non per la direzione che prendono i loro desideri erotici o il loro affetto.
    Quando a Tebe esisteva il battaglione sacro, temutissimo in guerra, formato da coppie di amanti che giuravano di non abbandonarsi mai sul campo di battaglia, nessuno di loro chiedeva di potersi sposare con un compagno con il quale stringeva un legame affettivo certo più stretto della media dei coniugi di allora, oggi e domani; ed esisteva una solidissima istituzione matrimoniale di tipo patriarcale.
    Dietro invito di un amico, ho preso a frequentare un blog letterario, “Le parole e le cose”, e mi sono lasciato coinvolgere in una discussione su matrimonio e filiazione omsessuale. Io contro, gli altri pro. Ne sono uscite 250 pagine di dialogo. A parte gli insulti e le minacce di querela (a me), ci sono anche alcuni scambi meritevoli di attenzione. Chi sia interessato trova la discussione qui: http://www.leparoleelecose.it/?p=7419#comment-57558

  9. dott. Angelo D'AMORE dice:

    LA FAMIGLIA ETERO

    Ogni società ha l’obbligo/dovere civico e morale di salvaguardare le tradizioni e le consuetudini per tramandarle, a corredo delle generazioni, nel futuro. Queste regole e norme hanno permesso che l’esistenza umana superasse tutti gli ostacoli e le catastrofi naturali preservandola fino ai giorni nostri. La vera essenza di questo miracolo è stata LA FAMIGLIA ETERO, quella vera e tradizionale. Attraverso la procreazione, il mantenimento e l’educazione della propria prole, L’UOMO E LA DONNA, hanno consentito la formazione delle attuali numerose società sane. Gli stessi figli crescendo in una famiglia formata da un padre/maschio e una madre/donna si sono diversificati secondo la loro reale natura. E’ fondamentale che la formazione dei figli (ragazzo e ragazza) avvenga attraverso uno sviluppo improntato agli esempi quotidiani dei due genitori c.d.”normali”.
    E’ orrendo, o superficiale, pensare che i bambini “in formazione”, vivendo in una società dove gli esempi omosessuali sono apertamente e palesemente evidenti in effusioni e, a volte, in volgarità manifestamente oscene possano coinvolgere e/o sconvolgere la loro psiche deviando la loro sessualità futura.
    Credo che il rispetto debba essere reciproco: le famiglie naturali hanno il dovere/obbligo di salvaguardare la crescita normale dei propri figli mentre, gli altri che rispetto, hanno l’obbligo/dovere di non influenzare negativamente questo compito dei genitori attraverso un comportamento fuorviante.
    Se lo sviluppo e la formazione dei figli seguono la regola naturale, questi saranno i futuri cittadini e genitori che continueranno la specie umana. Rebus sic stanti bus e/o stantibus sic rebus.
    Ecrasez l’infame! Saluti dott. Angelo D’AMORE

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