Il Quirinale è l’obiettivo, altro che palazzo Chigi

Qual è il nostro futuro politico? Intanto siamo vassalli di tavoli internazionali che decidono chi e come dovrà candidarsi. Questo è accettato da tutte le forze politiche, anche quelle sedicenti indipendenti, tranne alcune frange minoritarie, prive di influenza.

GLI ESEMPI DEL RECENTE E LONTANO PASSATO

Agli albori di Forza Italia, una delegazione del partito si recò negli Stati Uniti per ottenere la benedizione della “piattaforma Rockefeller”, l’establishment prevalentemente industriale, giustapposto alla “piattaforma Goldman&Sachs”, spiccatamente finanziario, l’uno e l’altro gravitanti nella piramide Rothschild (vedi figura). Il legame fra Berlusconi e la famiglia Bush, attraverso Donald Rumsfeld  (poi segretario alla difesa di Bush jr.) fu il viatico internazionale per Forza Italia.

Nella biografia ufficiale di Giorgio Napolitano si legge:”Già a partire dagli anni ’70, ha svolto una vasta attività di conferenze e dibattiti all’estero: negli istituti di politica internazionale in Gran Bretagna e in Germania, presso numerose Università degli Stati Uniti (Harvard, Princeton, Yale, Chicago, Berkeley, SAIS e CSIS di Washington)”.  Come ho scritto altrove, la Democrazia Cristiana tentò di impedire senza successo la concessione del visto di ingresso negli Stati Uniti a Napolitano. La trattativa per il visto, nei giorni del rapimento di Aldo Moro, getta ulteriore luce sinistra sulla “intransigenza” del Pci a costo della vita di Moro.

Il dipartimento di Stato ha sempre considerato i vertici del Pci più affidabili di quelli della Dc e del Psi, come dimostrò Tangentopoli. Più affidabili al punto di bombardare Belgrado, come fece il presidente del consiglio  Massimo D’Alema, senza l’indispensabile consenso costituzionale del Parlamento. D’Alema fu persuaso a far decollare i bombardieri dopo una visita al Tetrarca Bill Clinton, portatovi per mano da Francesco Cossiga.

Altro capitolo importante sono i trattati segreti sottoscritti dopo la Seconda Guerra mondiale, senza escludere che se ne siano sottoscritti ulteriori dopo la fine di Bretton Woods, come pure dopo la morte di Aldo Moro, nel 1981, quando Mario Monti fu architetto del debito pubblico italiano, posto alla mercé delle banche americane. Ulteriori accordi concernono presumibilmente il mercato petrolifero, le basi militari, l’adozione del dollaro per gli scambi petroliferi. La rispettosa osservanza di accordi al di fuori dei circuiti parlamentari è, alla prova dei fatti, conditio sine qua non per il gradimento nel club Atlantico. Per comprenderne l’importanza si osservi la furiosa reazione scatenata dal tentativo di Berlusconi, pure debole e tortuoso, di sottrarsi al giogo mediante l’alleanza triangolare con Putin e Gheddafi.

La stessa chiave di lettura vale per il ponte sullo Stretto, la cui realizzazione attenuerebbe l’insularità della Sicilia, rendendola meno vulnerabile alla possibile secessione quando Stati Uniti e Gran Bretagna intendessero avvalersene per scopi militari, come accadde per Comiso.

La sovranità italiana non è mai stata recuperata dopo la 2^GM. Le regioni a statuto speciale – Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino A.A. e Friuli V.G. – si costituirono come altrettanti protettorati di USA, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica, alla quale ultima è palesemente subentrata la Germania, comunque già presente nelle autonomie trentine.

Il sistema atlantico è contro la nazione italiana dacché il nazionalismo fu aborrito a partire dal “manifesto di Ventotene”. In realtà, da allora e costantemente, le uniche nazioni messe alla gogna sono quelle balcaniche e mediterranee (con l’eccezione della Francia).

Non stupisce quindi che la rozza e offensiva ostilità tedesca contro il ritorno in campo di Berlusconi (peraltro sputtanato di suo) si dispiega nel disciplinato silenzio del Quirinale, dei presidenti delle camere e del capo del Governo; anzi è rilanciata dalla tivvù di stato italiana, consacrando una condizione di vassallaggio con l’attiva complicità delle istituzioni.

LE PROSSIME TORNATE ELETTORALI

Che cosa dunque possono produrre le prossime elezioni? Mentre scriviamo, è ragionevole presumere che le prossime elezioni politiche in Italia si terranno non più tardi della prossima primavera, insediando un nuovo governo, guidato da PierLuigi Bersani.

A maggio si svolgeranno le elezioni del nuovo presidente della Repubblica.

Il punto politico focale è il secondo, a dispetto del clamore concentrato sull’avvicendamento al Governo.

Mario Monti

La presidenza della Repubblica, a partire da Francesco Cossiga, ha marciato nei fatti verso un destino sempre stato negato per via parlamentare: la repubblica presidenziale, oggi manifestamente operante, a vantaggio tuttavia di interessi esterni.

Dall’assunto precedente e dalla imprescindibilità del sistema atlantico consegue che il presidente della Repubblica, ben più del capo del Governo, deve rispondere a collaudati requisiti di affidabilità verso l’esterno, affinché il sistema globale gravante sull’Italia non sia ostile.

I CANDIDATI AL COLLE

Uno dei possibili candidati alla presidenza della Repubblica è Mario Monti, il quale ha certamente i requisiti atlantici e possiede un gradimento senza pari a Berlino. Non può tuttavia diventare presidente della Repubblica perché la sua candidatura al Colle: spaccherebbe il PD, mettendo in difficoltà Bersani all’indomani del suo ingresso a palazzo Chigi; spaccherebbe ancor più il PDL nel quale una porzione maggioritaria è ostile a Monti; incontrerebbe aperta ostilità nella Lega e nel SEL; non ha dunque i numeri per essere sostenuta.

Anche Gianfranco Fini è stato instradato verso il Colle molto tempo fa. Se oggi ha ancora ambizioni quirinalizie, persino sostenute dalla simpatia di Napolitano, non ha tuttavia i numeri in parlamento per renderle efficaci, certamente ne avrebbe ancora meno di Monti, anche se tutto il PD gli votasse a favore, evento alquanto improbabile.

Il politico che ha maggiori possibilità di accedere al Colle, deve possedere i seguenti requisiti: gradimento in Europa, negli USA, nel mondo mussulmano e in Israele; capacità di controllare il PD e negoziare col PDL da posizione di forza; gradimento di Napolitano; gradimento di imprenditori e banche; sostegno da Bersani.

C’è un solo possibile candidato sulla scena politica che possiede questi requisiti, eccetto i buoni rapporti con Israele, cui tuttavia può rimediare grazie alle sue ottime relazioni con la lobby ebraica che ha propiziato la rielezione di Obama.  Se questo candidato non avesse, come molti sostengono, la simpatia di Napolitano, potrebbe tuttavia fare leva sull’antica reciproca conoscenza per stabilire un regime di rapporti basati su rispetto e timore reciproci, come accadeva in quella vasca di coccodrilli che era il Comitato Centrale del Pci.

Il candidato con questo profilo è Massimo D’Alema.

Chi stia pensando a Romano Prodi e Giuliano Amato si disilluda. Sono certamente graditi tanto a Londra quanto a Berlino, ma chi comanda è Washington, dove D’Alema è assolutamente più accreditato – e non solo per meriti balcanici – di ogni altro possibile candidato.

Per di più, la sconfitta netta di Matteo Renzi, significando l’incontrastata leadership di Bersani sul PD, mette il partito nella rotta di D’Alema verso il Colle, impresa già tentata nella scorsa elezione quirinalizia.

Se non bastasse anche l’attuale inquilino del Quirinale ha interesse ad una continuità che lo preservi, insieme al successore, dalla damnatio memoriae, il pericolo maggiormente paventato da tutti i politici della prima repubblica, al punto da costituire intorno a questo focus un’aggregazione trasversale al di là degli schieramenti politici. Questo darà ulteriore spinta alla marcia di D’Alema verso il Quirinale.

SCENARIO FUTURO

Quando a inizio ottobre Monti s’è fatto avanti, dopo lunghe titubanze, come possibile candidato premier, Napolitano lo ha fulminato. In  quel momento oltre Atlantico decidevano se puntare tutto sul PD o appoggiare la candidatura di un altro possibile giovane leader proveniente dal mondo produttivo italiano. La chiusura delle primarie del PD ha indotto a puntare tutto su questo partito, circoscrivendo il margine di libertà di Monti entro la funzione tecnica di governo. La sua disciplinata risposta alle sollecitazioni del Quirinale di non abbandonare il ruolo di governo tecnico sono, da un lato, significative della collaudata tenuta del sistema e, dall’altro, lasciano pensare che comunque a Monti sia stato promesso un compenso per la sua rinuncia. Tale compenso non è il Quirinale, per le ragioni già esposte.

L’unica offerta plausibile, in cambio della sua rinuncia a inseguire una investitura politica,  è il suo ritorno a palazzo Chigi. In tal caso quale sarebbe la sorte di Bersani? Il ruolo di questi si esaurirà con l’ingresso di D’Alema al Colle, anche perché dalle urne uscirà verosimilmente una maggioranza effimera che giustificherà ben presto il richiamo in servizio di un governo tecnico.

Le scansioni di questa operazione saranno quindi le seguenti: elezioni politiche e governo a Bersani; elezioni della presidenza della Repubblica e ingresso di D’Alema al Quirinale; dimissioni di Bersani in estate/autunno 2013; nuovo governo tecnico di Monti, per mano del presidente D’Alema.

Berlusconi pertanto è ridisceso in campo per vendere i voti del PDL, al grido:”E io che cosa ci guadagno se D’Alema va al Quirinale?”

Mario Monti, a sua volta, tiene desta l’attenzione su di sé col continuo rimandare il proprio ingresso nell’agone elettorale: un modo per fare velo a D’Alema e anche per ricordare che potrebbe scombinare i giochi se gli impegni verso di lui non saranno rispettati.

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

5 risposte a Il Quirinale è l’obiettivo, altro che palazzo Chigi

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  3. salvatore ricciardini dice:

    Cosi Generale , Lei crede che Berlusconi stia facendo il giro delle TV. solo per vendere il gruzzolo raccattato per mandare il Baffino ad occupare il seggio sommo del Quirinale? Allora questo lo ha capito anche Maroni.? Tu dai a me Lombardia ,io dare te appoggio per salvare profitto con il gas di Putin,vedi Report ,tutti zitti:

  4. gemini24 dice:

    Le variabili sono ancora tante, ma lo scenario del tutto verosimile e probabile. Penso che il ruolo di Monti sia un po’ più pesante

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