Geopolitica del Santo Presepio e… AUGURI!

Santo Presepe  http://goo.gl/87WlsPIl Presepio, le prime radici intorno al III secolo d.C. Importante difenderlo, a prescindere dalla religione (prego, inserire l’audio e… TANTI AUGURI ai cattolici, agli ebrei, ai mussulmani e ai laici intelligenti!)

Nonostante obiettive difficoltà di comunicazione, la fede cristiana s’espanse dal Vicino Oriente, dove i discepoli accesero i primi focolai. La tradizione che attribuiva alla grotta di Betlemme l’ospitalità alla nascita di Gesù attirò i pellegrinaggi al luogo santo, inducendo l’imperatore Costantino a costruirvi la basilica che da allora ingloba la grotta della Natività.
Dopo 1.712 anni, nel 2012, l’autoproclamato Stato palestinese ottenne che l’UNESCO annoverasse la basilica della Natività nel “patrimonio mondiale dell’umanità”. Chissà se il ministro dell’istruzione ha mai diramato una circolare per informarne le maestrine della Padania.
buon nataleDal 330 d.C. al 2012, i due estremi di questo segmento di 1.712 anni, offrono due incontestabili fatti.
La cultura cristiana e il culto del Presepe ci appartengono almeno dal 330 d. C., cioè da ben prima di qualunque altra cultura, eccetto quella greco romana e inclusa l’ebraica, con varie reciproche “contaminazioni” anche verso e dall’islamismo. La cultura mediterranea è un unicum, nel quale brilla quella cristiana, il cui nucleo più forte è cattolico, il quale ha guadagnato secolo dopo secolo una peculiare capacità di convivenza inclusiva. La millenaria diaspora ebraica – cominciata non per responsabilità cattolica – si diffuse nei paesi cristiani, mostrando una peculiare capacità di integrazione civile senza tuttavia smarrire i propri caratteri originari, se non negli ebrei autoproclamatisi non praticanti. Così la convivenza millenaria fra le due fedi, pur con tutti i tormenti antichi e recenti, testimonia un’affinità in radice, nonostante gli incitamenti all’odio, sia da parte ebraica e ancor più da parte cristiana, soprattutto luterana. 

Il Natale musulmano
di Ferdinando Fedi [L’opinione 21 Dic.2104]
In questi giorni a Beirut passeggiando nella cornice che unisce l’elegante porto turistico al quartiere Minet El Osn ove s’impone la struttura dell’Hotel Fhoenicia, non lontano dal luogo dove nel 2005 fu ucciso il Premier Hariri, oppure sotto i lunghi portici del centro storico, si possono ammirare gli splendidi cedri libanesi addobbati per le feste natalizie. A Beirut, città musulmana al 60 per cento, l’atmosfera natalizia è molto sentita.
Scendendo un po’ più a sud, in Giordania, lo spettacolo è il medesimo e dirigendosi verso i Paesi del Golfo, dagli Emirati al Bahrein, vie e piazze per il Natale sono addobbate senza risparmio. Per non parlare di Betlemme, in Palestina, presenza cristiana ferma al 25 per cento, dove le luci di un altissimo albero di Natale eretto nell’immensa piazza di fronte alla Chiesa della Natività risplendono in tutto il Paese.
In moltissimi Paesi a maggioranza islamica il Natale è festeggiato come festa nazionale. La dottrina islamica, infatti, contempla la nascita di Gesù e l’esistenza della Vergine Maria, anche se Gesù è considerato solo un profeta e non il figlio di Dio. Il Corano in numerosi passaggi chiama Gesù “figlio di Maria”, indicando l’evento straordinario della sua nascita quale motivo di pietà e devozione ma allo stesso tempo affermando che è un semplice uomo, con questo creando l’assoluta incompatibilità teologica tra Islam e Cristianesimo. Parla anche di Gesù che opera miracoli, tra i quali rammenta la profezia secondo la quale avrebbe predetto la venuta di Maometto. Un capitolo è dedicato a Maryam, Maria.
Le ultime cronache riportano di città italiane, Bergamo, Salerno, Cagliari, in cui autorità politiche o scolastiche hanno assunto iniziative contro i presepi o altre manifestazioni natalizie, asseritamente per rispetto della cultura e della tradizione musulmana. Sono stati evocati i princìpi di una scuola aperta e dialogante che deve unire e non dividere e in cui sia promossa la partecipazione di tutti nella comunità di appartenenza.
In sostanza, spesso la mancata conoscenza dell’antropolgia culturale di altre comunità è un grosso limite proprio per coloro che devono affrontare problematiche multirazziali e multireligiose.

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Presepio a Mui, Viet Nam

Presepio a Mui, Viet Nam (G. Mosconi)

PRESEPI IN VIET NAM  di Giorgio Mosconi, Saigon, 21 Dic. 2015
Mia moglie Flavia è corrucciata siamo a Saigon le mancherà il nostro Natale, Dobbiamo raggiungere la località di Mui ne sul litorale un viaggio di quasi 5 ore su strade urbane. Appena fuori Saigon cominciamo ad intravvedere segni del Natale. Tanti presepi e diversi alberi. I presepi sono grandi e sembrano fatti di carta stagnola. Passiamo davanti a 3 o 4 chiese i cui presepi sono enormi. Tutti simboleggiano solo la capanna. Flavia è entusiasta “il prossimo anno lo faremo nel nostro giardino” Arriviamo a Mui Ne è un apoteosi. Tutti gli alberghi hanno il loro Presepe gigante ecco il nostro. Mia moglie esclama “ma noi italiani siamo diventati tutti matti!” Tocchiamo il materiale è plastica colorata di alluminio. Mettiamo anche noi i presepi fuori delle nostre case: è magnifico!

L’Islam (cui lo Stato palestinese appartiene) non è nemico del Presepio. Non è una novità (vds. F.Fedi, nel riquadro in pagina) non di meno è una verità negletta, grazie a sgangherate prediche di odio. Finché fra gli untorelli troviamo generali in pensione, col fiato alcolico, ciancianti geopolitiche da osteria, poco male. Il problema si fa invece pesante quando la politica polarizza due fronti, “filo” e “anti” a prescindere da ogni raziocinio. Se in passato fummo vittime degli opposti estremismi, oggi ci affliggono le opposte imbecillità.
Su un fronte troviamo gli accusatori a oltranza dell’Islam. A costoro non importa che l’iconoclastia natalizia derivi da giganti della cultura come le maestrine padane o il preside di Rozzano. Neppure rammentano, costoro, che gli albori del regionalismo s’addentellarono all’antipapismo britannico, la cui influenza va affiorando negli ultimi tempi. Meno ancora rammentano che taluni loro padri politici camminarono di pari passo con l’Islam, tra l’altro quello meno commendevole. Essi, pur di “passare” senza alcun filtro il messaggio “Islam Assassino!”, sono pronti anche a rinnegare la propria storia.
Occorre chiedersi perché proprio la Padania ospiti gli odi più accesi per il Santo Presepio e le celebrazioni più grottesche in onore dei suoi nemici, mentre la Capanna è presente in quantità dall’altra parte del mondo, in Viet Nam (vds. G. Mosconi nel riquadro). Qual è il pesante serbatoio di ignoranza cui attinge questa pseudo cultura italiota? Ho molta stima per la gente padana, resta tuttavia la necessità di capire, la necessità che essa affronti questo buco nero nel proprio modo di porsi di fronte alla cultura mediterranea. Spieghino come scaturisca la celebrazione d’una qualsiasi ragazza, anzi dichiarandola nelle ultime ore “ragazza dell’anno”, continuando così a ostentare una salma, già esageratamente onorata in San Marco. Sono gli stessi circuiti a suo tempo corifei del giustificazionismo delle Brigate Rosse. 
Quella povera ragazza suo malgrado è interfaccia dei due fronti apparentemente opposti, tuttavia caudatari del medesimo padrone. Per un verso essa appartiene ius soli al fronte padano: “Xe de’ no’ altri”, dunque merita funerali di Stato, come neppure Giuseppe Taliercio[1] o Daniele Manin[2] mai ebbero. Tale ottusità richiama la medesima di quanti sibila(va)no “maruken” e “terun” ai meridionali italiani. Non potevano sapere che cosa la dea Nemesi preparava loro[3].

Quella povera ragazza è pure, ius operandi, icona dei buonisti, giustificazionisti e perdonisti a ogni costo, preferibilmente a spese altrui. Per costoro l’Islam è innocente a prescindere e, se è Islam, non può che essere moderato. Se l’islamico uccide è “una scheggia impazzita”. Se un islamico scanna la figlia che pomicia col fidanzato cristiano, essi dettano una nuova legge: deve tenersi conto della sua “cultura” (un altro grimaldello), incuranti d’aver urlato fino a un momento prima al femminicidio e d’apprestarsi a ricominciare di lì a poco. Se una banda di islamici fa una strage di certo è un complotto del Mossad, della CIA, della massoneria e, neanche a dirlo, dei servizi deviati, delle “false flag operation” e di chiunque altro ma non di chi ha commesso la strage. Suvvia, vi diranno da questo versante, sono terroristi perché non possono combattere altrimenti; oppure gli stessi urleranno: ”Non si dialoga con chi finanzia il terrorismo”, con questo limitandosi ad additare magari la Turchia, dimenticando che dietro Ankara vi sono le stesse cerchie e le stesse banche statunitensi da cui essi traggono i finanziamenti che vituperano per gli altri. L’importante è apparire dissenzienti, come ben sanno per esempio i M5S. 
In piazza San Marco può celebrarsi Carnevale, santo protettore dei laicisti e delle Brigate Rosse, può celebrarsi il funerale d’una eroica e illustre padana danzante, non può esserci il Santo Presepio poiché offende la cultura dei non cattolici. Il Santo Presepio però lo si può ammirare nelle piazze del Viet Nam.  
Il Santo Presepio in pubblico in Italia forse offende perfino la non cultura di un mio amico, il quale, esortato a riosservare la gigantesca opera di salvaguardia culturale, realizzata nei conventi premedievali e  portata avanti fino ai giorni nostri dalla Chiesa, nonostante i Bergoglio, i Mogavero (gli Scalfari/o), per tutta risposta m’addita “Malleus Maleficarum” e “La fine degli Incas” di J. Hemming. 
Se il disfacimento culturale si limitasse all’ambito piccolo borghese sarebbe poco male, come del resto c’illudemmo dalla metà del secolo scorso.
Oggi scopriamo che la confusione s’irradia ovunque, compromettendo la capacità di sopravvivere della nostra civiltà. Dall’ignoranza del preside padano ostile al Santo Presepio perché: «Occasione di discriminazione» discende logicamente e doverosamente l’imperativo di bruciare, come a Berlino o a Mosca sino pochi anni addietro, oggi a Washington e Londra, i volumi di Dante, Petrarca, Manzoni, D’Annunzio, ma anche Ungaretti, Montale, Quasimodo… Eliminiamo la cultura italiana con le sue radici cristiane: questo ordine, piaccia o meno, è già alle viste di divenire imperativo nelle nostre piazze, grazie alle maestrine padane e ai loro degni presidi. Dietro questo sfacelo di ignoranza laicista non c’è alcun rispetto neppure per i laici che vogliano difendere le loro posizioni culturali da prospettive a-religiose (vds. i contributi di B.Sacchini e G. Mosconi, nel riquadro in pagina). Incomprensibile dunque l’indignazione se nelle classi si legge la descrizione d’un pompino o dei fremiti d’un culo – del resto congeniali alle posture del Potere fra i suoi officianti e verso il cittadino – piuttosto che la Preghiera alla Vergine che Dante fa innalzare da San Bernardo nel Canto XXXII del Paradiso, San Bernardo uno dei massimi preservatori della nostra civiltà. San Bernardo, chi…? Sarà nel pesante bagaglio culturale del preside di Rozzano, questo San Bernardo?

Un contributo di Bruno Sacchini
In realtà l’eredità giudaico-cristiana è tanto più preziosa proprio in quanto dialettica. Cioè a dire che il cristianesimo (occidentale) ha fatto sua l’eredità giudaica sviluppandola criticamente: in nessuna parte dei Vangeli Gesù si presenta come seconda persona della Santissima Trinità, eppure questa è una verità che il dibattito teologico dei primi secoli (o “processo argomentativo sensibile alla verità”, Habermas) ha formalizzato nel Credo Niceno. Nessuno di quelli che si rifanno ai contenuti di quella eredità si rendono conto che non di “contenuti” si tratta, ma appunto di metodo ermeneutico, critico e autocritico, da cui a un certo punto nasce storicamente quella che è la vera eredità dell’occidente, cristiano e non: l’Umanesimo. Se de hoc postea.

D’altronde, che importanza hanno San Bernardo e i suoi fraticelli, i loro incunaboli, la loro gelosa custodia della tradizione musicale, la loro gigantesca fatica civile e culturale, oltre che aver gettato le basi dell’economia moderna? Le maestrine della Padania e il preside di Rozzano hanno certamente altri modelli di società, durevoli quanto quella che vogliono uccidere peccato che nessuno capisca tale modello né sappia illustrarlo, l’importante è “non discriminare”, fin quanto fa comodo. Nel prossimo secolo rideranno di noi che mandiamo a morire inutilmente i nostri soldati per le guerre degli interessi altrui. E si sbellicheranno osservando che coccoliamo le maestrine padane e il preside di Rozzano, senza comprendere che costoro sulla nostra cultura fanno peggio della dinamite dell’ISIS  sui monumenti romani.

Lo scrupolo che il Santo Natale sia «occasione di discriminazione» è intanto arretrato di fronte a un imperio che pare non si possa discutere. In tale contesto il figlio di Bernardo Mattarella, smesse le gramaglie padano-catto-pacifiste di piazza San Marco, marciò coi bellicosi teleschermi del Centro Operativo Interforze, per inviare – pensate un po’ – discriminatori auguri di Buon Natale ai soldati italiani oltremare.  È il regalo di Natale sotto il Santo Presepio, depositatovi  dal Potere. Prima s’è mescolato al coro degli angeli salmodiando “Pace in terra agli uomini di buona volontà” nella versione: ”Niente intervento armato finché non è chiara la strategia”. Mentre “filo” e “anti” si perdono nella consueta canea sotto il suo balcone, Smargiasso, con la benedizione del figlio di Bernardo Mattarella, manda in guerra i soldati italiani.
Buon Natale e Felice anno Nuovo, anche a quanti torneranno vivi dalla guerra in nome e per conto di Wall Street.

[1] Giuseppe Taliercio, dirigente d’azienda dello stabilimento petrolchimico della Montedison di Marghera, fu vittima delle Brigate Rosse il 6 luglio 1981. I suoi assassini sono in libertà.

[2] (Venezia, 13 mag.1804, Parigi, 22 set. 1857) Primo presidente della Repubblica di San Marco del 1848 e condottiero della resistenza durante l’assedio della città nel 1848-49.

[3] La dea greca che prende il nome da νέμεσις (nèmesis), νέμω (nèmo, “distribuire”). Essa fu “distributrice di Giustizia”, cioè colei che portava a effetto la Giustizia.

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

6 risposte a Geopolitica del Santo Presepio e… AUGURI!

  1. oscar dice:

    Il culto persiano di Mitra risale a qualche buon migliaio di anni prima di Cristo e bisogna arrivare a 2/300 anni dopo la Sua nascita per rinvenire – a seguito della rivisitazione del mito ad opera dei romani – la storia della mangiatoia (non della rappresentazione scenica della nascita). Tralasciando le similitudini, da più parti evidenziate, del culto di Mitra con il Cristianesimo, ritengo – allora – che si potrebbe arditamente rintracciare un qualche cosa di simile al presepe, in epoca romana a.c. e fino al 350 d.c. almeno, nell’usanza – tutta romana – delle edicole, che sembravano incarnare proprio lo spirito dell’odierno presepe.
    E’ stato scritto molto su questi argomenti. Hai di che divertirti a Natale.
    A dopo le Feste.
    Ti Auguro un Buonissimo Natale!!
    p.s. Hai ragione. Si vedono tantissimi Presepi. Ne sono felice.(tanti ricordi!!)

  2. oscar dice:

    E’ interessante e utile un approfondimento. La storiografia sull’argomento – unanimemente e indiscutibilmente – assegna la prima rappresentazione della Natività (il primo presepe) ad opera del Santo di Assisi.
    Penso che un equivoco possa nascere dal fatto che si confonde la rappresentazione della natività (fino al 1223 solo pittorica) con il presepe (rappresentazione tridimensionale). Non conosco le fonti della tua maestra, ma certamente è il vangelo di Luca che descrive la Natività a Betlemme, come è stata poi rappresentata nel presepe. Gli apocrifi parlano soprattutto dell’infanzia di Gesù (peraltro, lettura interessante). D’altro canto, è ovvio che non sono i Vangeli ad instaurare la tradizione del presepe, ma narrano l’episodio (sommaria la descrizione di Matteo).
    Infine, vorrei precisare che – in via del tutto teorica – si potrebbe arrivare ad affermare che l’islam non dovrebbe avere nulla contro il presepe. Infatti, non si tratterebbe altro che della rappresentazione della nascita del “profeta Gesù (tale inteso dal Corano). Nei fatti – tuttavia – viene osteggiato perché il presepe è per i cristiani la rappresentazione dell’incarnazione di Dio (secondo la teologia della Trinità). Ed – infine – perché notoriamente l’islam è iconoclasta.

    • “La storiografia sull’argomento – unanimemente e indiscutibilmente – assegna la prima rappresentazione della Natività (il primo presepe) ad opera del Santo di Assisi.” Dici?
      Dedicherò un pezzo alla questione. Tanto per citare un esempio, ricordo che sino all’altro ieri si accusava la Chiesa (a ragione) d’aver fagocitato per il Natale il mito di Mitra e della mangiatoia, celebrato appunto alla fine di dicembre con sacre rappresentazioni.
      Le rappresentazioni “tridimensionali” (come tu le chiami e mi piace!) della Natività c’erano ma molto contaminate. Tant’è che San Francesco, dopo le proibizioni precedenti da parte della gerarchia (non potevano proibire ciò che non c’era), si preoccupò d’avere la benedizione preventiva del papa per la sua, spiegando che era depurata da ogni commistione pagana o, come di direbbe oggi, laica. Dopo Natale, tornerò sulla questione.
      Mi costringi a lavorare! 🙂 Buon Natale!
      Ps: mai visti in giro tanti Presepi come quest’anno.

  3. oscar dice:

    Piero, sei sicuro che la nascita del presepe (o presepio – secondo un’allocuzione più meridionale – ) sia nato nel 330 d.c.? Io ero rimasto alla “invenzione” del medesimo da parte di S. Francesco d’Assisi che nel 1223 realizzò a Greccio la prima rappresentazione della Natività, dopo aver ottenuto l’autorizzazione da papa Onorio III. Francesco sembra che abbia tratto ispirazione da un suo viaggio in terra santa. Così – almeno – la racconta Tommaso da Celano.
    Certamente le rappresentazioni pittoriche della natività risalgono agli anni da te indicati, ma il presepe come rappresentazione plastica/tridimensionale e così denominato(il nome significa mangiatoia, greppia) penso proprio debba esser fatto risalire al Santo Patrono d’Italia.

    • San Francesco ha “sdoganato” il Presepio, allargando ad esso l’azione di preservazione culturale, religiosa, teologica, economica, artistica…che provvidenzialmente si realizzò nei conventi, fornendo le basi per il colpo d’ala che sarebbe arrivato prima col Medio Evo e poi col Rinascimento.
      San Francesco ha grandissimi meriti, ma il Presepio, in quanto rappresentazione drammatica, non lo ha inventato, bensì riordinato e riscoperto; del resto tu stesso accenni alle rappresentazioni precedenti.
      L’inevitabile contaminazione culturale, dovuta alla coesistenza di varie influenze, mentre il Cristianesimo si spandeva, aveva toccato sin dagli albori la rappresentazione della Natività che non fu solo pittorica, ma anche teatrale, animata, sovente con svolte tali (non escluse quelle scurrili) da attirarsi i fulmini delle gerarchie. D’altronde fra i due concili di Nicea (il 325 d.C. e il successivo quattro secoli dopo, per gli iconoclasti!) una trasmissione lineare della tradizione della Natività era impossibile.
      La tua obiezione mi fa pensare che sia necessario tornare sulla questione, perché mi pare più misconosciuta di quanto temessi. La mia maestra, Dio la benedica, ci insegnava queste cose e ricordo che fu lei a parlarci del Presepio e dei Vangeli apocrifi dai quali era tratto. In classe ci dettero un libro con le immagini da colorare (darei un braccio per ritrovarlo) nel quale si spiegava che il Presepio derivava da una tradizione che non era palesemente menzionata nel Vangelo.
      Detto questo, il merito di san Francesco è aver colto il vento propizio per ritornare nella tradizione senza cedimenti alla teatralità.

  4. Enrico dice:

    Lo scrittore Luciano De Crescenzio raccontava che a Napoli ci sono due categorie di persone: i presepisti e quelli che fanno l’albero di Natale. Si tratta quindi di tradizioni che vanno ben oltre il sentimento religioso.
    Speriamo non doverci rinunciare, prima o poi, in nome del politicamente e laicamente corretto.
    Buon Natale

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