Carabinieri, Fabbrica della Sicurezza Che dà Fastidio a Taluni

Carabinieri, a due secoli dalla fondazione, strumento moderno o rudere pre risorgimentale da ristrutturare?

La risposta non fu sempre scontata, da quando serpeggiò la smilitarizzazione, quando la Repubblica era ancora giovane. La risposta dei Carabinieri crebbe e, specie nelle missioni internazionali, svelò al mondo le peculiarità dell’Arma.

«I Carabinieri sono su un piedistallo rispetto alle forze di polizia militare di altri Paesi» osservò David Petraeus, comandante in Iraq dell’Esercito degli Stati Uniti «Quando le forze della polizia irachena s’addestrano con loro, è come giocassero con un fuoriclasse». Accenti analoghi dal generale Wesley Clark, comandante delle forze NATO in Kosovo, nel cui ufficio spiccava il cappello a lucerna.

Smilitarizzarsi? Macché… i Carabinieri, invece di smilitarizzarsi, militarizzano l’ex Corpo Forestale dello Stato. Apriti cielo.

Gli ostili al progetto – in prima fila sindacati e aspiranti sindacalisti dell’esercito – profetarono anni di caos e ricorsi a valanga al TAR.

La militarizzazione dei forestali

In due settimane – quindici giorni, domeniche incluse – i settemila forestali sono stati assorbiti nell’Arma, nella catena logistico amministrativa e nel sistema informatico più avanzato della pubblica amministrazione, come ha certificato Bill Gates. Ricorsi al tribunale amministrativo? Nei limiti fisiologici. Non dimentichiamo tuttavia gli ex forestali che, dai vigili del fuoco, a gran voce vogliono transitare nei Carabinieri.

Quanti demonizzano le stellette hanno infine trovato sponda negli incendi, per accusare i Carabinieri di lesinare i mezzi antincendio. Nei fatti, il soccorso ha avuto le risorse dell’ex corpo forestale, riordinate e unite a quelle cospicue e ben organizzate dei Carabinieri.

La svolta è tuttavia altra: trenta piromani arrestati nel primo mese di incendi e altri a seguire, come mai accadde nell’annosa storia degli incendi boschivi in Italia. Le manette dei carabinieri, la migliore prevenzione per i piromani compulsivi e per quelli che si procacciano lavoro col fuoco doloso. Insomma, il disastro ambientale, nella cronica inefficienza delle regioni, sarebbe di gran lunga più grave senza l’accorpamento dei forestali.

Tullio Del Sette, il comandante generale, è davvero molto soddisfatto. I suoi avversari, spiazzati dal suo silenzio.

Gli attacchi coordinati dei sindacati dei vigili del fuoco e delle varie sigle che vorrebbero sindacalizzare i militari italiani, a cominciare dai sindacalisti ex forestali, privati del proprio feudo, sono grotteschi, mentre anche il più sprovveduto degli italiani si rende conto che il sindacalismo serve oramai solo a procurare lavoro ai sindacalisti.

Il generale Tullio Del Sette è nella storia dell’Arma, grazie anche alla militarizzazione dei Forestali. Gli italiani perdonano tutto, diceva Enzo Ferrari, ma non il successo. Forse non tutti gli italiani sono così, ma certamente Del Sette attira invidie e malanimi, al punto che uno dei suoi collaboratori più stretti si schermisce:«Dobbiamo vigilare per non essere vittima dei nostri successi».

Chi voleva smilitarizzare l’Arma

La smilitarizzazione dei Carabinieri – per molti anni parte importante dei programmi politici di Pci, Psi e parti della DC – entrò nelle agende secessioniste, i cui amanuensi sanno che l’Arma sarebbe un ostacolo di prima grandezza per chi volesse spaccare il paese.

Quanti stanno pensando solo alla Lega, sono fuori strada. Non aveva né la capacità politica né organizzativa per andare oltre le chiacchiere al prosecco, nonostante certe scalmanate procure.

Il secessionismo più insidioso è quello meridionale, almeno per due motivi. Il primo è senza dubbio la maggiore giustificazione storico politica a sorreggerlo e quindi consentirne il proselitismo.

La seconda è negli intrecci torbidi, nazionali e internazionali, precedenti e successivi al secessionismo siciliano dell’EVIS (Esercito Volontari Indipendentisti Siciliani) e alle gesta di Salvatore Giuliano. Intrecci internazionali con radici pre risorgimentali.

Qualcosa di queste trame riaffiorò alla fine degli anni ’50, col “milazzismo”, quando PCI e MSI si allearono per governare la Sicilia “in nome dei superiori interessi dei siciliani”, come disse il segretario regionale del PCI, Emanuele Macaluso, con la benedizione solenne del compagno Palmiro Togliatti e di quella più discreta dell’ambasciata statunitense.

Bruno Siclari, un galantuomo, primo procuratore generale antimafia da ottobre 1992 a gennaio 1997, a metà mandato rilasciò un’intervista al settimanale Europeo, affermando che il separatismo in Sicilia si era rifatto vivo. Vi erano le medesime insospettabili(?) commistioni di sempre, con la politica della democrazia a fare da paravento ai lupi della politica e del potere. Non è un caso che, a ben vedere, gli schizzi di fango sul Del Sette conservino il sentore di lontane, apparentemente lontane fragranze palermitane. Si intravvedono commistioni politico affaristiche in una certa misura analoghe, sebbene su scala più miserevole, a quelle che portarono alle uccisioni di Pio La Torre e di Carlo Alberto Dalla Chiesa.  Si dirà che certe manovre sporche sono consuete quando c’è una successione di prestigio come quella che a gennaio del 2018 vedrà un nuovo comandante in viale Romania.

Chi sarà il successore di Del Sette? Che cosa troverà?

Quanti descrivono l’Arma in preda alla lotta di potere sono fuori strada. Anzi, fra costoro si accucciano proprio quelli impegnati a posporre l’interesse generale degli italiani agli interessi di alcune fazioni intente in giochi, mirati a distruggere la credibilità dell’avversario, spesso al servizio di aggregazioni estere oppure per mero gusto di rivalsa personale. Non di meno mai come oggi l’Arma è una fabbrica di sicurezza. Per comprenderne i termini, facciamo un passo indietro in un passato in apparenza lontano. Era il 13 febbraio 1981. In televisione apparvero tre generali dei Carabinieri: Umberto Cappuzzo, comandante generale; Vito De Santis, vice comandante generale; Carlo Alberto Dalla Chiesa, comandante della Divisione Pastrengo, a Milano, prima linea anti terrorismo. I tre generali rassicurarono l’Italia sulla tenuta delle istituzioni repubblicane e Dio solo sa quanto fosse necessario in quei tristi giorni. Pochi tuttavia sapevano che i tre si detestavano; la sortita fu non di meno giovevole.

Se i possibili successori di Del Sette apparissero oggi in tivvù a rassicurare gli italiani, vi sarebbe una differenza: i cinque generali – Antonio Ricciardi, Vincenzo Coppola, Riccardo Amato, Ilio Ciceri e Giovanni Nistri – non si detestano, al contrario si stimano e sono tutti potenzialmente ottimi comandanti generali, chiunque sia scelto dal governo.

Questo è un grande merito dell’Arma ma anche di Del Sette che lascia una compagine coesa al vertice.

Il Monolite Ferito

C’è tuttavia un’altra differenza rispetto al 1981. L’Arma è sempre stata un monolite. Dopo la morte di Carlo Alberto Dalla Chiesa nel monolite affiorò una fessura, quasi invisibile, come talvolta in un muro, stabile e solido, tuttavia ferito. Lesione causata dai partiti col sostenere o piuttosto abbandonare Dalla Chiesa, ai cui funerali non tutti intristirono, militari e politici. In precedenza qualcosa d’analogo accadde col generale Giovanni De Lorenzo.

L’Arma rimarginò in pochi anni le due crepe, grazie al meccanismo di disciplina interna, che brilla in 200 anni di storia lineare e la cui spiegazione richiederebbe un altro articolo. Oggi si apre una nuova crepa, potenzialmente più grave delle precedenti. La vicenda Consip e il tentativo d’infangare Del Sette per mano di personaggi di basso rango, alcuni dei quali potrebbero ben figurare nei romanzi di Camilleri, è sintomo d’un morbo insidioso: il mercimonio politico affaristico.

L’Arma in passato ha tuttavia rimediato, grazie alla tenuta disciplinare intrinseca, finora serrando i ranghi. Oggi però il sistema scricchiola rumorosamente, a causa di mezze figure, come mai è accaduto in precedenza.

Quanti tarantolano per la militarizzazione degli ex forestali e, nello stesso tempo, invocano il riconoscimento della “condizione militare” dovrebbero decidersi a una scelta. In un paese in cui il fallimento del sindacalismo è sotto gli occhi di tutti e non vi è comitato di fabbrica che lo neghi, aspiranti sindacalisti militari vanno salmodiando la necessità di riconoscere “la specificità condizione militare”.

In realtà, se non fosse per i bassi ranghi delle Forze Armate, per le Forze Speciali e per i Carabinieri, all’Italia non rimarrebbe quasi nulla di autenticamente militare, cioé di persone che mettono al primo posto il dovere e la disciplina. Ma proprio nei bassi ranghi dei Carabinieri si è irradiata una fazione che agitando gli stendardi delle “mani pulite”, della “lotta alla mafia”, della “democrazia” mira a un sovvertimento finalizzato ai propri interessi, incuranti di quelli dell’Istituzione.

La migliore risposta è nella consapevolezza che il punto di equilibrio fra disciplina e giustizia è nella selezione di comandanti all’altezza dei propri compiti, dovere che l’Arma dimostra di onorare pienamente, proprio perché Del Sette lascia cinque possibili successori di livello pari al suo, chiunque il governo scelga a succedergli.

Questo è il miglior legato che un Comandante Generale dell’Arma possa lasciare, chiudendosi la porta alle spalle.

Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg)
Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia.
È cattolico, sposato, ha due figli.

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4 risposte a Carabinieri, Fabbrica della Sicurezza Che dà Fastidio a Taluni

  1. luca dice:

    Mi scusi, però non trova niente di discutibile nel fatto che il Del Sette sia stato prima capo di gabinetto del ministro Pinotti e poi nominato comandante generale? E più in generale questo “sinistrismo” ufficiale da regime Pd che ormai contagia da tempo anche l’Arma, con colonnelli soci Coop e roba simile?
    Ed è proprio sicuro che la vicenda Consip sia solo un tentativo di infangare?
    Più in generale, ho qualche riserva su quei carabinieri che, quando uno si presenta da loro per fare una denuncia, gli rispondono che deve andare a un’altra stazione o che occorrono testimoni (persino per un’aggressione!). Dalle mie parti si chiama scaricabarile. Capisco che vorranno evitare perdite di tempo, ma così danneggiano i semplici cittadini.

  2. stefano rolando dice:

    Quando uccisero Dalla Chiesa non c’erano ancora i cellulari,io ero in Irlanda e mia moglie mi telefonava alla sera;quel giorno la prima cosa che mi disse fu dell’attentato e ricordo che a caldo la prima risposta fu “domani c’è l’esercito in Sicilia”.In effetti la morte di un generale dei Carabinieri inviato dallo Stato e di sua moglie avrebbe giustificato e richiesto una reazione forte.invece niente..Dopo un pò ho cominciato a farmi delle domande sulla mancata reazione,e dopo un’altro pò ho cominciato a darmi delle risposte,non belle.Del Sette avrà senz’altro più informazioni di me su quel fatto,magari avrà avuto modo di leggere i verbali dei componenti della scorta,qualcuno risultato poi particolarmente intelligente,.L’Arma e gli Italiani vantano un credito,chissà che non venga il momento della riscossione?

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