Afghanistan, incubo degli invasori

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Afghanistan, un libro racconta passo dopo passo il disastro inglese durante l’invasione del 1839.

Ventimila inglesi invadono l’Afghanistan per insediarvi Shah Shuja, quello che essi credevano un sovrano fantoccio e che, a conti fatti, sopravvive seppure brevemente all’annientamento dell’armata, travolta dalle tribù, insorte a causa più che altro dell’inettitudine dei vertici politici inglesi e della Compagnia delle Indie, ben emulati dai vertici militari, esecutori sventati della spedizione.
William Dalrymple ha percorso in lungo e in largo i luoghi della rievocazione storica, rigorosa e non per questo meno accattivante. Una montagna di documenti, custoditi in svariati archivi d’Europa e Asia, sono la solida piattaforma del racconto del “Grande Gioco”. A ben vedere tuttavia di “grande” e di “gioco” vi è ben poco. Se con l’espressione “Grande Gioco” s’intende la sfida con la Russia, il lettore si rende ben presto conto che il disastro della spedizione non ebbe nulla a che fare con l’ostilità di Mosca verso l’espansione inglese.
Quando la notizia dell’annientamento dell’armata inglese in Afghanistan giunse a Londra, il Times la servì ai lettori come l’esito dello scontro con la Russia. Era una pietosa bugia per nascondere l’inettitudine dei vertici britannici, militari e politici.
Dalrymple dipinge in 600 pagine il primo catastrofico coinvolgimento militare dell’Occidente in Afghanistan, causato da impreparazione culturale prima che militare e politica, nonché da quell’impalpabile, sempre negato e tuttavia altrettanto concreto e imperituro razzismo british. In questo caso, maschera d’una povertà intellettuale dagli esiti velenosi.
In tre anni dall’arrivo dell’armata, il jihad delle tribù afghane, guidate dal re spodestato, Dost Mohammad, umilia gli inglesi, costringendoli a una caotica ritirata, mentre l’inverno infierisce sui gelidi passi dell’Hindu Kush. I soldati inglesi, gli ufficiali e gli attendenti coi sepoy indù, le mogli e i figli al seguito, sono spinti e intrappolati sui passi di montagna dai guerrieri afghani, ben lieti di giocare come il gatto col topo, sfiancando gli inglesi, aggredendoli, blandendoli, assalendoli e infine distruggendoli a colpi di coltello o col lunghissimo fucile afghano, il jezail, spargendo terrore nella torma in ritirata.
L’umiliazione dell’Impero britannico è raccontata con impietoso distacco dall’inglese Dalrymple, attingendo a fonti storiche persiane, russe e urdu sinora ignote, fra cui spicca l’autobiografia di Shah Shuja, il “re fantoccio”, il cui racconto fa da controcanto ai diari e alle lettere degli invasori e dei capi afghani.

Chiediamo al Parlamento di respingere il ddl Cirinnà, che dà alle unioni omosessuali più diritti della famiglia padre, madre e figli abbandonata a se stessa e iper tassata. Clicca qui per: NO ddl Cirinnà

L’aspetto che più inquieta, chiuso il libro, è trovarsi di fronte a un dejà vu capovolto e ripetuto compulsivamente nel tempo. L’Afghanistan – sin dalla notte di Natale del 1979 – è invaso alternativamente da Mosca e dall’Occidente, costantemente con esiti analoghi a quelli riferiti da Dalrymple per la prima invasione britannica. È una conferma della stupidità degli stati maggiori e che la scuola è maestra di vita, “ma non ha scolari”, come ammoniva Antonio Gramsci. Il racconto di Dalrymple ne è una conferma. Leggere e rileggere: William Dalrymple, Il ritorno di un re – La battaglia per l’Afghanistan, ed. Adelphi € 34,00

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Informazioni su Piero Laporta

Osservate le ambiguità del giornalismo italiano, Piero Laporta dal 1994 s’è immerso nella pubblicistica senza confinarsi nei temi militari, come del resto sarebbe stato naturale considerando il lavoro svolto a quel tempo, (Ufficio Politica Militare dello Stato Maggiore della Difesa). Ha collaborato con numerosi giornali e riviste, italiani e non (Libero, Il Tempo, Il Giornale, Limes, World Security Network, ItaliaOggi, Corriere delle Comunicazioni e Arbiter, Il Mondo). Ha scritto “in Salita, vita di un imprenditore meridionale” ed è coautore di “Mass Media e Fango” con Vincenzo Mastronardi e altri, ed. Leonardo 2015. (leggi qui: goo.gl/CBNYKg) Oggi collabora col quotidiano La Verità. Il suo più spiccato interesse resta tuttavia la comunicazione sul web e le strategie di impresa. Ha fondato il sito http://www.pierolaporta.it per il blog OltreLaNotizia. È cattolico, sposato, ha due figli.

5 risposte a Afghanistan, incubo degli invasori

  1. Mauro dice:

    Vede, gentile Sig. Armando, lo storico inglese ha avuto un vantaggio formidabile rispetto a qualsiasi storico italiano: l’impero britannico e la pax britannica non sono più. L’Italia, nel bene o nel male, esiste ancora: e come tutti gli enti esistenti ha bisogno di un qualche mito fondativo. Il Risorgimento lo è stato a lungo e, tutto sommato, almeno come sfondo, lo è ancora; al Risorgimento si è aggiunto un secondo mito fondativo ancora più scalcagnato (e, per l’appunto, mitico): la Resistenza. Parlare criticamente di ciò che non è più è più facile di parlare criticamente dei miti fondativi. In ogni caso, il Risorgimento, pur fenomeno d’élite e macchiato da Bronte e tanti altri eventi assia poco lusinghieri, resta pur sempre una delle nostre (rare) pagine migliori dall’invasione di Carlo VIII di Valois, dalla morte di Lorenzo il Magnifico e dalla rottura dell’equilibrio in Italia in poi. Per inciso, ha provato a leggere il meraviglioso “Antistoria d’Italia” di Eugenio Garin?

    • Armando Stavole dice:

      Grazie per il commento che faccio anche mio, se mi permette. Non trovo nella mia ricerca su Google quel libro scritto da Eugenio Garin, bensi’ scritto da Fabio Cusin. Che mi sarebbe piaciuto conoscere essendo io nato a Udine nel 1939, ma ero troppo giovane probabilmente. Ora sono negli USA e corrispondo via e-mail o parlo via Skype.

      180 12th Street NE
      Naples, FL 34120 – USA
      mobile: + 1 856 392 8915
      http://it.linkedin.com/in/armstav
      Skype: stavolearm
      e-mail: armstav@gmail.com

      Con lei e Piero, un altro mio modesto pensiero su L’Italia…

      • Mauro dice:

        Sì, Lei ha ragione: è l’autore dello splendido “Antistoria d’Italia” è Fabio Cusin. Arrivato alla fine del commento scritto di getto, la mia memoria di sessantenne ha avuto una défaillance. Fabio Cusin, non a caso triestino, secondo me è uan delle più brillanti, e paradossali, menti in lingua italiana del XX secolo. Se vuol saperne di più sul personaggio:
        http://archiviostorico.corriere.it/2001/marzo/18/Cusin_pregi_caratteraccio_co_0_0103189825.shtml

        MR

      • Mauro dice:

        Ho visto sulla Sua pagina Linkedin che Lei è affiliato alla massoneria: è sorprendente vederla sul blog di Piero. Fu il mio comandante di battaglione durante il mio servizio militare, gli voglio bene e ancora adesso sono pronto a riconoscerne l’autorità: ma solo in senso militare perché molte cose dividono la mia visione del mondo intensamente laica e intrisa di liberalismo libertario, diciamo pure simil-massonica, dalla sua. Per esempio, proprio il giudizio sul grande contributo che diede la Massoneria italiana alla nostra storia, quantomeno quando la Massoneria italiana s’impersonò nei governanti mediamente migliori della nostra storia post-unitaria: la Destra Storica.
        Se vuole vedere la mia pagina Linkedin (una vita del tutto diversa dalla Sua; e quando ho vissuto negli USA dopo la laurea ho ammirato ma non ho amato nel profondo quel paese, che forse oggi non amerebbe nemmeno Alexis de Tocqueville)… Mauro Raichi

  2. Armando Stavole dice:

    Fanno tanto baccano per la cultura i nostri, ma su Amazon.it viene offerto a 28,90 Euro e su Amazon.com a 13,74 USD(scontato) e tutti e due Prime(formula privilegiata di Amazon). Per giunta comprandolo qui, una percentuale va in donazione agli ospedali per bambini che io ho selezionato.
    Aggiungo, quando uno storico italiano scrivera’ con la stessa obiettivita’ la nostra storia dell’800 almeno?

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